La vera opposizione: cappio e camicia verde

17 Luglio 2008

La mitologica immunità parlamentare era spirata con il biennio manettaro di Tangentopoli. A rispolverarla ci ha pensato lui, il Silvio nazionale. La ricetta berlusconiana per riformare la giustizia italica è una rivoluzione: “Separazione delle carriere, riforma del Csm, priorità dell’azione penale e niente più procedimenti contro deputati e senatori”. La Lega si è messa di traverso ma il Cavaliere da quell’orecchio non ci sente: “A settembre cambierò la giustizia dalle fondamenta. Nessuno mi fermerà”. Non abbiamo dubbi.

A Bossi sarà tornato in mente Luca Leoni Orsenigo, pacato leghista della prima ora che fece penzolare un cappio in Parlamento. Correva l’aprile del 1993 e dieci giorni dopo l’Aula negò l’autorizzazione a procedere contro Craxi. Calderoli (che per un pomeriggio gioca a fare il leader dell’opposizione) ha provato a spiegare al Cavaliere che le priorità del Paese sono altre, tipo il federalismo che la Lega ha promesso ai suoi elettori. Il Senatùr per ora tace ma se Berlusconi non farà un passo indietro - e, statene certi, non lo farà - nelle prossime ore lancerà frecciate contro il premier. Tremonti in un’intervista a La Stampa ha annunciato i venti catastrofici della grande depressione economica. Ma Berlusconi se ne frega: economia e riforme possono attendere, “l’emergenza - tuona Silvio - è la giustizia”.

Da Di Pietro piovono le solite bordate: “Quallo di Berlusconi è un piano criminale e criminogeno, pare quello della P2 di Licio Gelli”. Il Pdl lo ricopre di insulti: “Farnetica”, “si deve vergognare”. Nel migliore dei casi (Bonaiuti) “suscita orrore”. Sull’immunità parlamentare il Pd cincischia. Inutile scorrere le agenzie di stampa, i big non parlano. L’unico a rilasciare una dichiarazione è un perfetto sconosciuto, tale Luigi Lusi. L’onorevole democratico si limita a dire che “l’immunità parlamentare non è la priorità del Paese “. Si chiama opposizione soft. E poi l’immunità parlamentare risolverebbe non pochi guai anche al Pd. Violante è favorevole e anche D’Alema, in passato, ha accarezzato l’idea. Insomma, siamo alle solite: Berlusconi detta l’agenda e l’opposizione si divide.

La speranza si chiama Umberto Bossi. L’unica opposizione efficace in questa legislatura la può fare la Lega. Anche perchè al Senatùr disturba questo modo ruvido di trattare l’opposizione, il federalismo lui vorrebbe realizzarlo d’accordo con Veltroni per evitare sorprese referendarie (come accadde nel 2006). Dicono che il Cavaliere sia rimasto profondamente impressionato dall’arresto di Del Turco e dalla retata degli amministratori in Abruzzo. Intanto il ras della sanità abruzzese Angelini negli ultimi interrogatori ha tirato in ballo anche esponenti del Pdl sostenendo di aver sparso tangenti anche nelle loro tasche. Tanto vale, avrà pensato Silvio, approfittarne adesso. E pazienza se l’immunità parlamentare resta nell’immaginario collettivo il più impresentabile dei privilegi della Casta. L’antipolitica non lo sfiora. L’antipolitica è lui.


I sudori del giovane Walter

16 Luglio 2008

“Basta farci del male, basta con i fratelli coltelli: siamo sotto attacco e ora più che mai dobbiamo restare uniti. Non fare quelli che si pugnalano da soli”. Per far risvegliare Veltroni dal coma politico ci sono volute più di cinque ore di discussione. A Roma fa un gran caldo, la prima riunione della direzione del Pd è una tortura, le frecciate alla segreteria non mancano. Walter suda. E’ stufo di sentirsi un pungiball. Il momento della strigliata alla truppa è maturo.

“Così non va”, tuona Veltroni. Nessun riferimento esplicito, nessun nome e cognome, nessuna “corrente” nel mirino. Anche se a D’Alema fischiano le orecchie. Il segretario, forte del fatto che per l’ennesima volta nessuno tira fuori l’arma del congresso anticipato, riprende in mano le redini democratiche e indica la rotta: uscire fuori dal chiuso delle stanze e tuffarsi tra la gente. Sperando che le gente non fugga a gambe levate, è sottinteso. Ragiona Walter: “Noi siamo gli unici che stanno sempre a discutere, mentre Fi e An sono anni che non riuniscono gli organismi dirigenti e nessuno dice niente. Noi siamo gli unici che stiamo sempre in mezzo al mare. Ora basta, tocchiamo terra, mettiamo la testa fuori”.

Nella sala qualcuno mugugna. La Bindi vuole togliersi il sassolino dalla scarpa, e ironizza: “Il Pd dovrebbe dotarsi di un coordinatore delle fondazioni, sarebbe l’uomo più potente…”. Rosy ce l’ha con il seminario dell’altroieri organizzato dal dream team D’Alema-Bassanini. Massimo ormai rema contro su tutti i fronti. Veltroni vuole il sistema spagnolo e D’Alema organizza un convegno per promuovere quello tedesco. Veltroni difende la vocazione maggioritaria del Pd e D’Alema tesse rapporti con Vendola e Casini. Veltroni elogia il bipolarismo e D’Alema lo gela: “Non ha prodotto governi di qualità. E la stabilità dei cattivi governi è il peggiore dei mali”. Veltroni archivia definitivamente il dialogo con Berlusconi e D’Alema dice che l’ipotesi di una grande coalizione Pd-Pdl non va demonizzata. Per fortuna la procura di Pescara ha arrestato Del Turco, almeno su questo Walter e Massimo mantengono la stessa linea: silenzio tombale.

Se D’Alema la pensa così, commentavano gli uomini di Veltroni “alla direzione avrebbe dovuto alzarsi in piedi e chiedere un congresso”. Ovviamente ciò non è avenuto. Massimo ha lasciato la sala ben prima dell’intervento di Walter. Ma le scintille non sono mancate. Una volta chiusa la relazione di Veltroni, usuale sipario sulla maratona democratica, Gianni Cuperlo ha preso la parola per replicare al segretario. Se lo avesse fatto quando il partito si chiamava ancora Ds, gli avrebbero tagliato una mano. Cuperlo assesta lo schiaffo: “Mi sono sentito svalutato e delegittimato dal richiamo di Veltroni a ridimensionare le discussione interne. Se non discutiamo qui, a una Direzione, dove lo dovremmo fare?”. Insomma, ci risiamo. Veltroni ha risposto a Cuperlo. Ma ormai aveva già ricominciato a sudare.


4 Luglio 2008

Pornopolitica va in vacanza per qualche giorno. A presto.


La Lega dei valori

3 Luglio 2008


La bufera intercettazioni- se le intercettazioni saranno pubblicate- lascerà dei cadaveri sul campo di battaglia. Secondo Dagospia la prossima settimana sarà decisiva. «8 giorni di sanguinoso calvario per il Cav, che nessun Cialis può lenire» scrive il sito di Roberto D´Agostino, che racconta di un Cai-nano terrorizzato dall´idea che le telefonate hard rimbalzino sui desk di tutti gli italiani. Troppo pesanti, i contenuti.

Carfagna, Sanjust, dita: Clinton, in confronto, è il fidanzatino di Rosy Bindi. Cossiga azzarda un previsione: «Alla fine, qualunque cosa salti fuori, basta che non siano perversioni, gli italiani sono cattolici e comprendono le debolezze della carne». Però sembra che le perversioni ci siano eccome. Il vecchio picconatore ha in mente quello che pensano in molti, cioè che un ribaltone giudiziario possa dar vita ad una specie di Lega dei valori, ibrido incontrollabile di pulsioni alla Robespierre, sanissimo razzismo, e toni incendiari, così detta l´agenda al Cavaliere: «Approvi fino d´ora per decreto legge il federalismo fiscale. Così la Lega non avrà più pretesti o alibi per abbandonarlo in caso di condanna». Il presidente emerito spara nel mucchio, ma il panorama che disegna è chiaro. «Il centrodestra mostra crepe.

Nella Lega ci sono due anime: una berlusconiana, l´altra finto berlusconiana, capeggiata da Maroni, che fa di tutto per mettere la Chiesa contro Berlusconi. Manca solo che proponga il taglio della falange per i bambini rom e il lobo dell´orecchio agli adulti per renderli riconoscibili. Maroni è stalinista. Ha il cuore che batte a sinistra. Quando Silvio si dimetterà, è pronto a convincere Bossi, che ha già cercato di sostituire quando ha avuto l´infarto nel 2004, parola dell´ottimo Calderoli». Quello che i flussi elettorali hanno raccontato- ovvero un filo diretto fra dipietristi, rifondaroli e leghisti-, quello che le dichiarazioni sulla sicurezza di Tonino avevano lasciato immaginare-l´ex pm infatti è molto vicino alle posizioni del Viminale- assume, nelle ore delle schermaglie che precedono la tempesta, i contorni di un´alleanza nel «nome del popolo italiano».

D´Alema e Casini cercano di buttarla sul piano politico. «Una opposizione a Berlusconi connotata dal dipietrismo, da quei toni, da quel martellamento- spiegava ieri al Corriere della Sera il numero uno dell´Udc- non trascina il Paese. Peggio: dimostra che, se l’opposizione è questa, l’alternativa a Berlusconi non c’è». D´Alema, che sul tema non è potuto intervenire per non dare l´impressione di voler scavalcare Veltroni, acconsente in silenzio. E il leader del Pd? Con tre giorni di ritardo si accorge che Don Tonino ha preso il largo e ragiona ai microfoni di Sky: «Di Pietro fa un gioco inutile e dannoso. Il suo è esattamente il tipo di opposizione che Berlusconi preferisce».

Il partitone, come al solito nelle sabbie mobili, sta a guardare. E, se davvero il Cav finisse defenestrato, allora Veltroni potrebbe essere il primo a seguirlo. Già, perché la Lega dei valori ha molto appeal. Scrive il Corriere: il 10% alle Europee è un traguardo inconfessabile, ma nel «fantastico» mondo di Tonino - dove si guarda con cupidigia al bacino del Carroccio - sono in molti a crederci davvero. Se Berlusconi finisse travolto dai brogliacci telefonici, gli unici rimasti in piedi, al momento, sarebbero proprio loro, i campioni del fuoco incrociato. L´uomo di sinistra che guarda a destra, e l´uomo di destra che flirta con la sinistra. Di Pietro il duro, e Maroni lo stratega. Sono passati tredici anni, ma la frase magica di Tonino è sempre valida: «Potete voi escludere la possibilità, domani, di vestirvi da donna? Tutto è possibile».


Ragazzi di vita

2 Luglio 2008

La canicola estiva miete vittime in Parlamento. L’Italia triste e frustrata spegne i tg e prepara le valigie per le vacanze. Conquistare qualche titolo sui giornali diventa un’impresa anche per la navigata classe dirigente. In questo inizio d’estate svettano in due: Berlusconi e Di Pietro. Il Cavaliere sciupafemmine e l’ex pm trebbiatore. Agli altri restano le briciole. Veltroni pare un agnello in mezzo ai lupi.

Dagospia la mette giù drammatica: “Tic-tac, tic-tac. Come una bomba a orologeria. Ancora 8-giorni-8 di tempo per pubblicare le intercettazioni hard-core by Silvio & Girls. Perché il 9 luglio il gup di Napoli dovrà decidere se rinviare a giudizio la premiata coppia Saccà-Berlusconi oppure archiviare tutto e mandare al macero le quasi 9 mila intercettazioni perché penalmente non rilevanti”. Certo è che nelle redazioni dei giornali qualche intercettazioni circola. Si vocifera di telefonate parecchio imbarazzanti tra il Cavaliere e le sue pupille, in primis la bella Mara. “Roba da brividi”, dicono alcuni. Per altri è solo “un settantenne che gioca a fare il play-boy”. Ma in Italia sulle donne non si scherza.

Ora manca solo un direttore con il coraggio - o la follia, fate voi - di pubblicare le intercettazioni. Forse al Cavaliere non dispiacerebbe neppure troppo. Veronica lo scaricherebbe definitivamente ma l’ammirazione degli italiani per un arzillo vecchietto con il vizio delle femmine è garantita. Il Pdl fiuta sangue: la pubblicazione delle telefonate piccanti sarebbe il viatico migliore per far passare - magari a larga maggioranza - una legge restrittiva sulle intercetazioni. Su questo punto i dalemiani, memori della vicende Unipol, sono molto sensibili. Walter corre sul filo, stretto tra l’offensiva girotondina e le pressioni dell’amico Massimo. Il risultato rasenta la schizofrenia: Veltroni sostiene che il lodo-Schifani può andar bene ma che debba entrare in vigore dalla prossima legislatura.

Dall’altra parte della barricata è andata in scena la trasfigurazione agreste di Di Pietro. Tonino passa la domenica a Montenero di Bisaccia in calzoni corti e il lunedì torna in Parlamento a lavorare di vanga in giacca e cravatta. L’ex pm dà sfogo alle vocazioni neogirotondine e convoca quella manifestazione nazionale che Veltroni non ha avuto il coraggio di convocare. Insomma, nell’opposizione le danze estive le mena Tonino, che in predia alla smania epistiolare scrive lettere a tutti. A Beppe Grillo per annunciare che l’8 luglio si scende in piazza . A Walter per dirgli “basta indugi, venite a manifestare con noi”. Al Loft declinano con un seccato “no grazie”. Ovviamente la risposta Di Pietro la conosceva già, ma ora potrà dire che a rompere per primo è stato Veltroni.

“L’unica opposizione sono io”, ripete da mesi Di Pietro. Il guaio è che adesso sembra vero. Qui si trebbia, signori, i neogirotondini vanno avanti con il trattore. E pazienza se nella triturazione ci finisce Walter al posto di Silvio. Furio Colombo, Pancho Pardi e Paolo Flores d’Arcais gongolano: “Tutti in piazza per la democrazia e contro le leggi-canaglia”. Il professore di Firenze poi si fa prendere la mano quando scrive sul blog: “Un silenzio plumbeo calerà su tutta l’informazione”. E vagli a spiegare che è da due settimane che non si parla d’altro. Sta di fatto che l’idea del referendum abrogativo alla norma ”salva-premier” trascinerà la gente in piazza. Grillini e dipietrini vanno di fretta, hanno il popolo che li aspetta. Dove popolo significa anche migliaia di elettori del Pd.


Don Tonino e il terrore in prima pagina

29 Giugno 2008

L’Espresso pubblica le intercettazioni di Berlusconi e Saccà e per il centrosinistra si apre uno spiraglio nuovo. Le telefonate fra l’allora capo dell’opposizione e l’ex numero uno di Rai Fiction, infatti, scatenano un caso politico. Di Pietro tenta la fuga, e sferra l’attacco più duro: «Le intercettazioni ci fanno vedere un capo del governo che fa un lavoro più da magnaccia, impegnato a piazzare le veline che parlavano troppo, che da statista».

Il giorno dopo l’ex pm di ferro alza il tiro: «Ci sono momenti nella vita delle nazioni in cui i cittadini devono fare delle scelte. Momenti in cui non si può più fare finta di niente e continuare a credere che, in fondo, nulla veramente cambierà» si legge nella lettera che Di Pietro invia a Beppe Grillo. «Le leggi che continuamente vengono proposte dal nuovo Governo sono un attentato alla democrazia. Se passano, vincerà il regime e perderà, per un tempo indefinito, la democrazia».

Ma, dietro la clava, si nasconde il fioretto. Maurizio Ronconi, deputato dell’Udc ragiona: «Il vero obbiettivo di Di Pietro non è Berlusconi ma Veltroni al quale immagina di strappare la leadership della sinistra». Insomma, sembra che l’ex pm abbia la carta vincente. In realtà, la svolta a cui una parte del Pd sta pensando, è quella che- in teoria- stava alla base del nuovo partitone. La rissa dipietrista potrebbe essere l’occasione per scaricare l’ex togato, e perseguire quella che Veltroni chiama «la vocazione maggioritaria del partito». Ma fin’ora l’ex sindaco di Roma ha nicchiato. «L’Italia vive la crisi più drammatica dal dopoguerra in poi. Berlusconi prende in giro i cittadini e si occupa solo dei suoi affari personali. Ora basta, il dialogo è finito» ha spiegato a Repubblica.

Però qualcosa si muove. Dice Follini: «Dobbiamo risvegliarci dal sogno del dialogo con Berlusconi. Senza farci trascinare nell’incubo del giustizialismo alla Di Pietro». E Soro: «Di Pietro esercita il suo ruolo, ma temo faccia il gioco di Berlusconi. Il rumore di una polemica tribunizia appanna proprio le ragioni che noi vogliamo far passare».

Insomma, manca la zampata del leader. L’occasione è ghiotta. Se il Pd moderno riuscisse a fare un passo avanti, e a lasciarsi l’antiberlusconismo alle spalle, perderebbe di sicuro qualche seguace e si guadagnerebbe gli strali di Micromega, di una parte dei commentatori di Repubblica e dei grillini. Ma avrebbe- e qui il contadino molisano (guarda le foto) avrebbe compiuto il miracolo che non è riuscito ancora a nessuno- la possibilità di mostrarsi davvero innovativo e, finalmente, un soggetto politico. Anche perchè fra i banchi del governo si ride di gusto. «C’è davvero da pensare con tristezza a quanto è successo al Loft in soli due mesi- sorride Capezzone-. Povero Veltroni: da seguace di Obama a gregario di Di Pietro…».
Il vicario


Pd, Montalbano segretario

25 Giugno 2008

E se Walter si stufasse e se ne andasse in Africa?. La lobby che fa capo a Goffredo Bettini, uomo forte di Veltroni, prende in considerazione anche questa ipotesi. Nel Pd sono giorni di passione, Parisi ha chiesto la testa del capo, Cuperlo implora il ricambio generazionele e Di Pietro mena come un fabbro (”Il Pd fa la ruota di scorta a Berlusconi”).

E poi, al solito, D’Alema si muove. L’ex ministro degli Esteri ha presentato ieri l’associazione ReD: “Non romperemo le scatole a Walter”, promette Massimo. Fioroni sdrammatizza: “Quelli sono i tifosi di ItalianiEuropei, tipo un Inter club”. Il problema è che D’Alema è cattivo anche quando manda segnali di pace: “Nessuno ci classifichi come corrente, siamo piuttosto il software del Pd”. Come dire: se i contenuti non ce li mettiamo noi qui finisce male… Certo, per ora la questione del ricambio del leader è stata posta soltanto da Parisi. Ma è anche vero che il tema del dopo-Veltroni per la prima volta comincia ad occupare le chiacchiere e le riunioni delle correnti interne.

Già da settimane un drappello di quarantenni veltroniani - Andrea Orlando, Alessandro Maran, Maurizio Martina, Andrea Martella e Nicola Zingaretti - si incontrano e sotto la regia di Bettini e ragionano attorno a due scenari entrambi temuti: che succede se Veltroni, stanco delle tanti ostilità interne, non regge e decide di mollare? E che succede se invece Walter sarà costretto a lasciare dopo una possibile flessione del Pd alle Europee del 2009? Proprio gli stessi interrogativi che si pone la cricca dalemiana. E dai due circoli escono tentazioni analoghe: quando bisognerà trovare un successore, si salterà la generazione dei 40-50enni ”bolliti” (Bersani, Letta, Chiamparino, Bindi) e si lancerà nella mischia uno splendido quarantenne meno sperimentato.

Tra i veltroniani il nome che tira di più è quello di Nicola Zingaretti. Quarantadue anni, romano, fratello minore di Luca - commissario Montalbano - Zingaretti, Nicola è salito alla ribalta nazionale 45 giorni fa, quando è stato eletto presidente della Provincia di Roma ottenendo a Roma 59mila voti in più di tale Francesco Rutelli. Zingaretti è un “giovane vecchio” con un cursus honorum da politico di una volta: segretario della Sinistra giovanile, consigliere comunale, segretario dei Ds di Roma, europarlamentare. Dall’altra parte della barricata c’è Gianni Cuperlo, un “vecchio giovane” pupillo di Massimo D’Alema. Quarantasette anni, triestino, una spessore culturale insolito per un politico, un blog molto letto, nell’ultima Assemblea nazionale ha chiesto ai vecchi leader di fare un passo indietro. Bersani la mette così: “Non basta essere giovani, serve anche esperienza e credibilità”. Come dire: fermi tutti, adesso tocca a me.


Il test dell’estate: sei dalemiano o veltroniano?

24 Giugno 2008

Lo fanno tutti, e Pornopolitica non può essere da meno. Quando arriva l’estate è il momento dei test. Questo è il primo: il tema è quello più dibattuto sotto gli ombrelloni italiani. Tira più il baffo o l’occhiale rotondo? Ovvero: sei dalemiano o veltroniano?

Quando pensi a Berlusconi, immagini:
A - Un fenomeno difficilmente battibile, da combattere a colpi di politica.
B - Un interlocutore un po’ pazzo, tipo uno zio del mare con cui spesso si litiga ma che non riesce a mai stupire del tutto.

Il sistema tedesco è migliore del nostro?
A - Sì: più potere ai partiti, più possibilità di alleanze, meno tentazioni leaderistiche.
B - No: Klose e Podolsky, insieme, non valgono la metà di Totti.

La Fondazione Italianieuropei è:
A - Il motore che può rinnovare i fasti del Pd (e le conferenze coi filosofi costano meno)
B - Un covo di secchioni

Il partito liquido
A - Liquido? Ormai è liquefatto
B - Una necessità per essere moderni, sia in Europa che nel mondo

Francesco Rutelli
A - Rutelli chi?
B - Rutelli chi???

Franco Marini
A - Un personaggio importante, che rappresenta un’anima- quella popolare- che insieme ai Ds può essere la colonna dorsale del Pd
B - Mamma che noia

Rosy Bindi
A - Meglio Condoleezza
B - zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz

La leadership
A - C’è, ma non si vede
B - Non si discute

Dio
A - Crederci? Diciamo che lo stimo
B - Se ci sei, aiutami

La corrente
A - Non c’è, nonostante si veda
B - L’hanno staccata, e addio notte bianca

La Lega Nord
A - E’ una costola della sinistra
B - Sono tipo i laziali, ma senza accento

L’addio di Prodi è stato
A - Lo schiaffo di un leader che non si riconosce nel partito
B - Lungo, troppo lungo

Prevalenza di risposte A
Sei un dalemiano. Hai una concezione togliattiana del partito, credi che il rinnovamento non possa prescindere dal confronto con i vecchi leader. E che il prossimo leader, nonostante tutto, debba essere ancora tu.

Prevalenza di risposte B
Sei un veltroniano. Credi nel partito leggero, non riesci a pronunciare la parola sconfitta. Pensi più all’apparenza che ai soldi. Mi fido di te. Ma nemmeno tanto.

Parità di risposte A e B
Sei un parisiano. Siete rimasti in due, tu e Parisi. E se stai leggendo queste righe, ti chiami Arturo e hai pochi capelli grigi, beh, ecco, sei rimasto solo tu.

Nessuna risposta
Sei un dipietrista. Non hai risposto neppure a una domanda perché questo blog non rispetta esattamente tutte le norme sul copyright e le norme, si sa, vanno rispettate.


Roma città aperta

23 Giugno 2008

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un articolo dell’amico Luca Trinchieri pubblicato su Liberazione di domenica.

ROMA
 C’è pure la televisione, per raccontare come la gioventù romana si diverte a Trastevere il venerdì sera. L’ora dell’aperitivo. Le vie attorno a piazza Trilussa gremite di persone. Cinque o sei bancarelle di venditori ambulanti. Un ragazzo ha appena regalato un paio di orecchini alla sua fidanzata. Le sirene della polizia colgono tutti di sorpresa. Non è un semplice controllo: tre macchine e una camionetta vuota che ha tutta l’impressione di dover essere riempita. È la prima operazione contro i venditori ambulanti dopo l’entrata in vigore del decreto sicurezza, che amplia i poteri per i sindaci in materia di ordine pubblico. Mi fermo ad osservare, come molti altri. Non è curiosità, la mia. È un istinto di controllo.

I poliziotti iniziano a sbaraccare i banchetti. Via la merce, raccolta sommariamente nei lenzuoli su cui era disposta. Un agente tiene un indiano stretto per il braccio, mentre dal suo viso trapela tutto, la paura, la rassegnazione, fuorché l’istinto di scappare. È ammutolito. Un donnone africano, del Togo, è invece molto più loquace. Se la prende quando l’agente raccoglie violentemente i lembi del telo a cui erano appoggiati gli orecchini e le collane che vendeva. «fammi mettere nella borsa, almeno!» dice all’agente. «Non scappo, non ti preoccupare, ecco il mio permesso di soggiorno». «Ma perché tutto questo? – dice – non stavo facendo nulla di male». All’agente scappa un sorriso, forse un po’ amaro: «è il mio lavoro». Poi la donna incalza: «conosco la nuova legge. Ora mi fate 5.000 euro di multa. Ma perché non ci date un modo di fare questo lavoro regolarmente?» Nessuna risposta dall’agente, che se ne va e lascia il posto ad un collega, molto meno accomodante. «E muoviti, su!», dice senza accennare ad aiutarla a trasportare le sue cose. Lei, con lo stesso sorriso sul volto, chiude la valigia arancione e con le mani occupate dice «dove andiamo, di qua?», mascherando con l’orgoglio la paura che in fondo in fondo le sta crescendo. Mantiene l’ironia però, quando mi avvicino e le chiedo da dove viene. «Da Napoli, bella Napoli, vero?», e intanto, mentre mi svela le sue vere origini africane, si toglie gli orecchini: «questa bigiotteria non mi serve più, stasera».

Due metri più distante due ragazzini italiani, con il loro banchetto in tutto e per tutto uguale agli altri. Devono sbaraccare anche loro, ma gli agenti usano maniere molto più educate. Non li tengono per le braccia, non gli ammassano la merce. La ragazza raduna le poche cose che avevano in vendita. Lui è allibito, terrorizzato, e inizia a parlare nervosamente: «ve lo giuro, è la prima volta che vengo, lasciatemi andare». «Se prendiamo loro dobbiamo prendere anche voi», risponde un agente. Ma alla fine non sarà così. Il ragazzo si dispera, «sono di Roma, non posso credere che mi trattiate allo stesso modo che a quelli lì». Evidentemente è un discorso convincente. Si avvicina un signore in borghese che è lì a dirigere l’intera operazione. «Dottò, Capitano, Maresciallo, giuro che non lo farò mai più…». Si sbraccia, sembra un bambino appena messo in punizione dalla mamma. L’uomo in borghese si mostra irremovibile, ma si capisce subito che vuole solo dargli una lezione, e appena gli altri fermati – 7 persone, tutte straniere – non sono più a vista, lo lascia andare.

A operazione conclusa vado dal signore in borghese, mi presento, «sono un giornalista e ho assistito alla scena. Perché avete fermato solo gli stranieri?», chiedo. La risposta è eloquente. «Portatelo via, identificatelo, e controllate – aggiunge guardandomi negli occhi – perché ha l’alito che puzza di birra». Già, la birra che stavo bevendo prima, e che mi è andata di traverso con tutto quello che succedeva. Per fortuna non è ancora reato, comunque.

Mi portano in due verso il ducato dove sono radunati gli stranieri, tenendomi strette le mani sulle braccia. Non mi era mai successo, prima, ed è una sensazione davvero sgradevole. «Questo per adesso è nell’elenco dei fermati» dice l’uomo alla mia destra, anche lui in borghese, ad un collega. Spalle alla camionetta, mani fuori dalle tasche, cellulare sequestrato. «Perché avete fermato solo gli stranieri?». L’uomo con la polo rosa, quello che mi stringeva da destra, mi risponde, anche se – dice – non sarebbe tenuto: «perché questi sono tutti irregolari». Balle, ho visto con i miei occhi la donna togolese dare il proprio permesso di soggiorno al poliziotto, prima. Ma non mi aspettavo certo una risposta veritiera. «Certo che non avevi proprio nient’altro di meglio da fare», dice con sprezzo uno degli agenti. «Ho fatto una domanda, voglio una risposta». L’uomo in rosa, che ha la mia carta d’identità e sta scandendo il mio nome per radio si gira verso di me, «hai finito di parlare?» grida. A quanto pare anche rispondere alle domande costituisce un grave errore, e infatti un terzo poliziotto, defilato fino a poco prima si indirizza a me dicendo «guarda che a fare così peggiori solo la tua situazione». Chiedo di sapere i loro nomi e gradi, come avevo fatto già con l’uomo in borghese al principio, convinto che per legge sia un loro dovere identificarsi. Un altro poliziotto – ma quanti ne ho attorno, quattro, cinque? – mi da la sua versione della legge. «Vedi qual è la differenza, è che io posso chiederti come ti chiami e tu non puoi chiedermi niente, chi comanda sono io». Un suo collega aggiunge: «certo, se lo vuoi mettere per iscritto è diverso, ma non te lo consiglio, la cosa si farebbe piuttosto scomoda». La minaccia mancava, in effetti. Interrompe la discussione l’uomo in rosa. «Luca!», e con la mano mi fa cenno di andare da lui. «Vuoi andare?» «Voglio una risposta alla mia domanda», insisto. «Non hai capito – si spiega – hai voglia di chiuderla qui questa storia o no?». «Non sono stupido, so quello che mi sta dicendo, ma io voglio la mia risposta». Mi accompagna lontano dal furgone, in piazza Trilussa. Davanti a me l’uomo che comanda l’operazione, quello dell’alito puzzolente. Mi chiedo se tornare da lui, ma mi rendo conto che nel gioco del muro contro muro il suo è molto più duro. Aspetto ancora in piazza, osservo l’operazione concludersi, fino all’istante i cui gli immigrati vengono caricati sul furgone che si mischia al traffico del lungotevere. Non c’è altro da fare, questa sera, se non raccontare in giro quello che ho visto. Questa triste deriva, quest’inverno italiano che avanza. Oggi inizia l’estate. Evviva.

Luca Trinchieri


Vota Gandus

18 Giugno 2008

Ci siamo. La legislatura del governo Berlusconi inizia per davvero. Il Cav ha fatto inserire nel pacchetto sicurezza due emendamenti che incideranno drasticamente sui tribunali italiani: si dà una corsia privilegiata per i processi sui reati di più alto allarme sociale (quelli con possibile condanna oltre i dieci anni); si bloccano per un anno, di converso, tutti gli altri purché siano nella fase del dibattimento di primo grado, siano relativi a reati commessi entro il giugno 2002, siano reati di minore allarme sociale.

Saranno ovviamente tanti i processi che verranno sospesi per dodici mesi. Tra questi il processo Mills. Tra qualche settimana arriverà anche un disegno di legge che riproporrà il vecchio Lodo Schifani, ovvero la sospensione automatica per l’intera legislatura di qualunque processo che possa toccare il premier e le alte cariche dello Stato. L’effetto sull’opposizione è benefico: Veltroni dà al Cavaliere della persona poco seria e annuncia che “il dialogo è finito”. Di Pietro lo sfotte (”Benvenuto nel club degli occhi aperti”) ma sotto sotto rosica: ora il leader dell’Italia dei Valori non potrà più lucrare sulle incertezze Pd ed ergersi a rappresentante “dell’unica opposizione rimasta”. In Senato volano urla e fischi, spuntano striscioni e cartelli. L’opposizione torna a mordere, in Aula è una battaglia dal sapore liberatoria. Addio Statista, il Caimano è tornato.

Non pago Berlusconi prende di mira anche Nicoletta Gandus, il magistrato che a breve dovrà stabilire se il premier ha corrotto o meno il testimone britannico David Mills. Il fido avvocato Ghedini dice che il giudice ha mostrato “grave inimicizia” nei confronti del suo assistito e dunque il premier lo ricusa. La magistratura insorge compatta a difesa della collega, come ai bei tempi andati lo scontro tra Berlusconi e le toghe è durissimo. Napolitano è infuriato ma per ora (pubblicamente) tace: la firma sul testo la meterà comunque, anche perchè se no salterebbe l’intero decreto sicurezza. Nessuna notizia del Guardasigilli Alfano. Nel Pdl è l’ora di falchi, Cicchitto bolla come “inquietante” la discesa in campo dei “giudici politicizzati”. Di Pietro accusa il premier di “strategia criminale”, Casini parla di “iniziative dissennate”. La guerra è guerra, nelle prossime settimane sarà un’escalation.