
“Da giovane frequentavo le piazze. Ogni sabato pomeriggio, per qualche anno, sono sceso in piazza a manifestare: occasioni internazionali, nazionali, locali, non mancavano. C’era sempre una bastarda repressione da contrastare, una nobile causa da sostenere. Certo non sono stato né il primo né l’ultimo che, nell’assoluta convinzione di essere libero, padrone della propria esistenza e votato alla miglior causa si è ritrovato poi a constatare l’infinita distanza, spesso la netta contrapposizione, tra la realtà e le parole usate per comprenderla e raccontarla”. Giovanni Lindo Ferretti è splendido e fottuto. A trent’anni- l’età in cui la maggior parte degli italiani mette la testa a posto- si inventa, parole sue, “giovane punkettone intransigente”.
Fedele alla linea della Romagna Mia, teatrante sulle note dei martelli pneumatici berlinesi, figlio che torna ai monti ogni volta che la modernità si fa insinuante, Ferretti è nonsense e saggio: “Meglio un medicinale o una storia infernale? Meglio giornate inerti o dei capelli verdi?”. Giovanni fa l’educatore per un po’, per un bel po’. Scrive pezzi sulla Noia, sul Morire. Su Valium, Tavor, Serenase. Giovanni non è mai stato un ateo. Ha sempre creduto in qualcosa. Nell’estetica lineare fideistica meccanica dell’Unione Sovietica contrapposta al punk americano, ribelle, spettinato e senza causa. Nel grasso che cola dai banchetti dell’Unità. Nei camioncini senza barriere- solo, sbattuti lì sopra un microfono e un megafono. Insomma, Giovanni è seduto bello comodo dalla parte del torto. “Un giorno al bar mentre bevevo il caffé mi sono messo a sfogliare l’Espresso che “dalla A alla Z” snocciolava tutti i bei nomi della musica, dello spettacolo. Tutti a favore dell’abrogazione della legge sulla fecondazione assistita. La cosa che mi ha innervosito oltre ogni limite era l’assunto indubitabile: la musica è il bene, il giusto e da che mondo è mondo il bene e il giusto sono di sinistra sono progressisti. Mi sono sentito chiamato in causa”.
C’è una vecchia canzone dei Cccp, si chiama Sura: “Io non adoro quello che voi adorate nè voi adorate quello che io adoro io non venero quello che voi venerate nè voi venerate quello che io venero”. Ferretti adora se stesso e le contraddizioni. Dice al Foglio: “Tra la realtà e le parole che la raccontano si può creare un corto circuito. Spacciare i desideri per diritti non mi pare giusto”. Ecco, dieci anni dopo aver raccontato l’inferno di Mostar- “brucia la biblioteca degli slavi del sud, bruciano i libri, i possibili percorsi, le mappe le memorie e la vita degli altri” – Giovanni sceglie di dedicarsi a Ratzinger. Lo affascina il rigore da pastore, l’intransigenza mistica, il pensiero profondissimo. I fan, quelli legati all’immaginario rock- quelli sbertucciati, mille anni prima, con “Fedeli alla lira” – decidono che Ferretti allora è un rinnegato, un voltagabbana. Come se in venticinque anni le idee e gli atteggiamenti non potessero cambiare, evolversi. “Sono un orfano di sinistra” spiega Giovanni, che nel frattempo si riempie la casa di bandiere israeliane, presepi, canta il suo vangelo su base punk- “vale più un cuore puro e un cazzo dritto di ogni pensiero debole, piagnone intonso. Il mondo non vi piace? Arruolatevi”.
L’ultima battaglia di Ferretti è la moratoria sull’aborto. L’8 marzo è in piazza a salmodiare “con tutti i dubbi, le perplessità” come al solito. Dietro di lui, sornione, Giuliano Ferrara. Quando Giovanni era giovane, l’Emilia Romagna sognava Amsterdam grazie a un’autostrada lunghissima. Adesso che Giovanni è curvo e magro, l’Emilia Romagna sogna se stessa e si rimpiange. Lui getta sale: “Ero comunista del Pci emiliano, il miglior buon governo cittadino”. E prende atto, una generazione dopo, che “siamo casi difficili, tra chirurghi e analgesici. Sia almeno sano scopare”. Così l’ateo devoto riparte dal sesso – “Comunque la si rigiri, e la si può rigirare all’infinito, trattasi sempre di braghe o di gonne” – e ripudia le ideologie: “Sono le persone, solo le persone ad essere importanti. E’ la politica a essere in funzione della vita, non viceversa. Se non c’è rispetto per la vita la politica è solo accaparramento e distribuzione del potere. Legittimo ma un po’ poco, troppo poco”. Altrochè fedeli alla linea. Trent’anni dopo le preghiere militanti, Ferretti si lascia andare alla sua frase più libertaria. Del resto, di tutto il resto, m’importa na sega.
Il vicario