La vera opposizione: cappio e camicia verde

17 Luglio 2008

La mitologica immunità parlamentare era spirata con il biennio manettaro di Tangentopoli. A rispolverarla ci ha pensato lui, il Silvio nazionale. La ricetta berlusconiana per riformare la giustizia italica è una rivoluzione: “Separazione delle carriere, riforma del Csm, priorità dell’azione penale e niente più procedimenti contro deputati e senatori”. La Lega si è messa di traverso ma il Cavaliere da quell’orecchio non ci sente: “A settembre cambierò la giustizia dalle fondamenta. Nessuno mi fermerà”. Non abbiamo dubbi.

A Bossi sarà tornato in mente Luca Leoni Orsenigo, pacato leghista della prima ora che fece penzolare un cappio in Parlamento. Correva l’aprile del 1993 e dieci giorni dopo l’Aula negò l’autorizzazione a procedere contro Craxi. Calderoli (che per un pomeriggio gioca a fare il leader dell’opposizione) ha provato a spiegare al Cavaliere che le priorità del Paese sono altre, tipo il federalismo che la Lega ha promesso ai suoi elettori. Il Senatùr per ora tace ma se Berlusconi non farà un passo indietro – e, statene certi, non lo farà – nelle prossime ore lancerà frecciate contro il premier. Tremonti in un’intervista a La Stampa ha annunciato i venti catastrofici della grande depressione economica. Ma Berlusconi se ne frega: economia e riforme possono attendere, “l’emergenza – tuona Silvio – è la giustizia”.

Da Di Pietro piovono le solite bordate: “Quallo di Berlusconi è un piano criminale e criminogeno, pare quello della P2 di Licio Gelli”. Il Pdl lo ricopre di insulti: “Farnetica”, “si deve vergognare”. Nel migliore dei casi (Bonaiuti) “suscita orrore”. Sull’immunità parlamentare il Pd cincischia. Inutile scorrere le agenzie di stampa, i big non parlano. L’unico a rilasciare una dichiarazione è un perfetto sconosciuto, tale Luigi Lusi. L’onorevole democratico si limita a dire che “l’immunità parlamentare non è la priorità del Paese “. Si chiama opposizione soft. E poi l’immunità parlamentare risolverebbe non pochi guai anche al Pd. Violante è favorevole e anche D’Alema, in passato, ha accarezzato l’idea. Insomma, siamo alle solite: Berlusconi detta l’agenda e l’opposizione si divide.

La speranza si chiama Umberto Bossi. L’unica opposizione efficace in questa legislatura la può fare la Lega. Anche perchè al Senatùr disturba questo modo ruvido di trattare l’opposizione, il federalismo lui vorrebbe realizzarlo d’accordo con Veltroni per evitare sorprese referendarie (come accadde nel 2006). Dicono che il Cavaliere sia rimasto profondamente impressionato dall’arresto di Del Turco e dalla retata degli amministratori in Abruzzo. Intanto il ras della sanità abruzzese Angelini negli ultimi interrogatori ha tirato in ballo anche esponenti del Pdl sostenendo di aver sparso tangenti anche nelle loro tasche. Tanto vale, avrà pensato Silvio, approfittarne adesso. E pazienza se l’immunità parlamentare resta nell’immaginario collettivo il più impresentabile dei privilegi della Casta. L’antipolitica non lo sfiora. L’antipolitica è lui.


La Lega dei valori

3 Luglio 2008


La bufera intercettazioni- se le intercettazioni saranno pubblicate- lascerà dei cadaveri sul campo di battaglia. Secondo Dagospia la prossima settimana sarà decisiva. «8 giorni di sanguinoso calvario per il Cav, che nessun Cialis può lenire» scrive il sito di Roberto D´Agostino, che racconta di un Cai-nano terrorizzato dall´idea che le telefonate hard rimbalzino sui desk di tutti gli italiani. Troppo pesanti, i contenuti.

Carfagna, Sanjust, dita: Clinton, in confronto, è il fidanzatino di Rosy Bindi. Cossiga azzarda un previsione: «Alla fine, qualunque cosa salti fuori, basta che non siano perversioni, gli italiani sono cattolici e comprendono le debolezze della carne». Però sembra che le perversioni ci siano eccome. Il vecchio picconatore ha in mente quello che pensano in molti, cioè che un ribaltone giudiziario possa dar vita ad una specie di Lega dei valori, ibrido incontrollabile di pulsioni alla Robespierre, sanissimo razzismo, e toni incendiari, così detta l´agenda al Cavaliere: «Approvi fino d´ora per decreto legge il federalismo fiscale. Così la Lega non avrà più pretesti o alibi per abbandonarlo in caso di condanna». Il presidente emerito spara nel mucchio, ma il panorama che disegna è chiaro. «Il centrodestra mostra crepe.

Nella Lega ci sono due anime: una berlusconiana, l´altra finto berlusconiana, capeggiata da Maroni, che fa di tutto per mettere la Chiesa contro Berlusconi. Manca solo che proponga il taglio della falange per i bambini rom e il lobo dell´orecchio agli adulti per renderli riconoscibili. Maroni è stalinista. Ha il cuore che batte a sinistra. Quando Silvio si dimetterà, è pronto a convincere Bossi, che ha già cercato di sostituire quando ha avuto l´infarto nel 2004, parola dell´ottimo Calderoli». Quello che i flussi elettorali hanno raccontato- ovvero un filo diretto fra dipietristi, rifondaroli e leghisti-, quello che le dichiarazioni sulla sicurezza di Tonino avevano lasciato immaginare-l´ex pm infatti è molto vicino alle posizioni del Viminale- assume, nelle ore delle schermaglie che precedono la tempesta, i contorni di un´alleanza nel «nome del popolo italiano».

D´Alema e Casini cercano di buttarla sul piano politico. «Una opposizione a Berlusconi connotata dal dipietrismo, da quei toni, da quel martellamento- spiegava ieri al Corriere della Sera il numero uno dell´Udc- non trascina il Paese. Peggio: dimostra che, se l’opposizione è questa, l’alternativa a Berlusconi non c’è». D´Alema, che sul tema non è potuto intervenire per non dare l´impressione di voler scavalcare Veltroni, acconsente in silenzio. E il leader del Pd? Con tre giorni di ritardo si accorge che Don Tonino ha preso il largo e ragiona ai microfoni di Sky: «Di Pietro fa un gioco inutile e dannoso. Il suo è esattamente il tipo di opposizione che Berlusconi preferisce».

Il partitone, come al solito nelle sabbie mobili, sta a guardare. E, se davvero il Cav finisse defenestrato, allora Veltroni potrebbe essere il primo a seguirlo. Già, perché la Lega dei valori ha molto appeal. Scrive il Corriere: il 10% alle Europee è un traguardo inconfessabile, ma nel «fantastico» mondo di Tonino – dove si guarda con cupidigia al bacino del Carroccio – sono in molti a crederci davvero. Se Berlusconi finisse travolto dai brogliacci telefonici, gli unici rimasti in piedi, al momento, sarebbero proprio loro, i campioni del fuoco incrociato. L´uomo di sinistra che guarda a destra, e l´uomo di destra che flirta con la sinistra. Di Pietro il duro, e Maroni lo stratega. Sono passati tredici anni, ma la frase magica di Tonino è sempre valida: «Potete voi escludere la possibilità, domani, di vestirvi da donna? Tutto è possibile».


Ragazzi di vita

2 Luglio 2008

La canicola estiva miete vittime in Parlamento. L’Italia triste e frustrata spegne i tg e prepara le valigie per le vacanze. Conquistare qualche titolo sui giornali diventa un’impresa anche per la navigata classe dirigente. In questo inizio d’estate svettano in due: Berlusconi e Di Pietro. Il Cavaliere sciupafemmine e l’ex pm trebbiatore. Agli altri restano le briciole. Veltroni pare un agnello in mezzo ai lupi.

Dagospia la mette giù drammatica: “Tic-tac, tic-tac. Come una bomba a orologeria. Ancora 8-giorni-8 di tempo per pubblicare le intercettazioni hard-core by Silvio & Girls. Perché il 9 luglio il gup di Napoli dovrà decidere se rinviare a giudizio la premiata coppia Saccà-Berlusconi oppure archiviare tutto e mandare al macero le quasi 9 mila intercettazioni perché penalmente non rilevanti”. Certo è che nelle redazioni dei giornali qualche intercettazioni circola. Si vocifera di telefonate parecchio imbarazzanti tra il Cavaliere e le sue pupille, in primis la bella Mara. “Roba da brividi”, dicono alcuni. Per altri è solo “un settantenne che gioca a fare il play-boy”. Ma in Italia sulle donne non si scherza.

Ora manca solo un direttore con il coraggio – o la follia, fate voi – di pubblicare le intercettazioni. Forse al Cavaliere non dispiacerebbe neppure troppo. Veronica lo scaricherebbe definitivamente ma l’ammirazione degli italiani per un arzillo vecchietto con il vizio delle femmine è garantita. Il Pdl fiuta sangue: la pubblicazione delle telefonate piccanti sarebbe il viatico migliore per far passare – magari a larga maggioranza – una legge restrittiva sulle intercetazioni. Su questo punto i dalemiani, memori della vicende Unipol, sono molto sensibili. Walter corre sul filo, stretto tra l’offensiva girotondina e le pressioni dell’amico Massimo. Il risultato rasenta la schizofrenia: Veltroni sostiene che il lodo-Schifani può andar bene ma che debba entrare in vigore dalla prossima legislatura.

Dall’altra parte della barricata è andata in scena la trasfigurazione agreste di Di Pietro. Tonino passa la domenica a Montenero di Bisaccia in calzoni corti e il lunedì torna in Parlamento a lavorare di vanga in giacca e cravatta. L’ex pm dà sfogo alle vocazioni neogirotondine e convoca quella manifestazione nazionale che Veltroni non ha avuto il coraggio di convocare. Insomma, nell’opposizione le danze estive le mena Tonino, che in predia alla smania epistiolare scrive lettere a tutti. A Beppe Grillo per annunciare che l’8 luglio si scende in piazza . A Walter per dirgli “basta indugi, venite a manifestare con noi”. Al Loft declinano con un seccato “no grazie”. Ovviamente la risposta Di Pietro la conosceva già, ma ora potrà dire che a rompere per primo è stato Veltroni.

“L’unica opposizione sono io”, ripete da mesi Di Pietro. Il guaio è che adesso sembra vero. Qui si trebbia, signori, i neogirotondini vanno avanti con il trattore. E pazienza se nella triturazione ci finisce Walter al posto di Silvio. Furio Colombo, Pancho Pardi e Paolo Flores d’Arcais gongolano: “Tutti in piazza per la democrazia e contro le leggi-canaglia”. Il professore di Firenze poi si fa prendere la mano quando scrive sul blog: “Un silenzio plumbeo calerà su tutta l’informazione”. E vagli a spiegare che è da due settimane che non si parla d’altro. Sta di fatto che l’idea del referendum abrogativo alla norma ”salva-premier” trascinerà la gente in piazza. Grillini e dipietrini vanno di fretta, hanno il popolo che li aspetta. Dove popolo significa anche migliaia di elettori del Pd.


Vota Gandus

18 Giugno 2008

Ci siamo. La legislatura del governo Berlusconi inizia per davvero. Il Cav ha fatto inserire nel pacchetto sicurezza due emendamenti che incideranno drasticamente sui tribunali italiani: si dà una corsia privilegiata per i processi sui reati di più alto allarme sociale (quelli con possibile condanna oltre i dieci anni); si bloccano per un anno, di converso, tutti gli altri purché siano nella fase del dibattimento di primo grado, siano relativi a reati commessi entro il giugno 2002, siano reati di minore allarme sociale.

Saranno ovviamente tanti i processi che verranno sospesi per dodici mesi. Tra questi il processo Mills. Tra qualche settimana arriverà anche un disegno di legge che riproporrà il vecchio Lodo Schifani, ovvero la sospensione automatica per l’intera legislatura di qualunque processo che possa toccare il premier e le alte cariche dello Stato. L’effetto sull’opposizione è benefico: Veltroni dà al Cavaliere della persona poco seria e annuncia che “il dialogo è finito”. Di Pietro lo sfotte (“Benvenuto nel club degli occhi aperti”) ma sotto sotto rosica: ora il leader dell’Italia dei Valori non potrà più lucrare sulle incertezze Pd ed ergersi a rappresentante “dell’unica opposizione rimasta”. In Senato volano urla e fischi, spuntano striscioni e cartelli. L’opposizione torna a mordere, in Aula è una battaglia dal sapore liberatoria. Addio Statista, il Caimano è tornato.

Non pago Berlusconi prende di mira anche Nicoletta Gandus, il magistrato che a breve dovrà stabilire se il premier ha corrotto o meno il testimone britannico David Mills. Il fido avvocato Ghedini dice che il giudice ha mostrato “grave inimicizia” nei confronti del suo assistito e dunque il premier lo ricusa. La magistratura insorge compatta a difesa della collega, come ai bei tempi andati lo scontro tra Berlusconi e le toghe è durissimo. Napolitano è infuriato ma per ora (pubblicamente) tace: la firma sul testo la meterà comunque, anche perchè se no salterebbe l’intero decreto sicurezza. Nessuna notizia del Guardasigilli Alfano. Nel Pdl è l’ora di falchi, Cicchitto bolla come “inquietante” la discesa in campo dei “giudici politicizzati”. Di Pietro accusa il premier di “strategia criminale”, Casini parla di “iniziative dissennate”. La guerra è guerra, nelle prossime settimane sarà un’escalation.


Se telefonando…

9 Giugno 2008

Le danze le ha aperte Berlusconi promettendo cinque anni di galera per chi esegue o pubblica intercettazioni telefoniche. La materia è delicata ma al Cavaliere sale immediatamente il sangue agli occhi. Silvio ha spiegato che faranno eccezione i casi di lotta alla mafia o al terrorismo. A parte Dell’Utri e Bin Laden, insomma, le chiacchiere via filo o via etere saranno sacre. Magistrati e giornalisti hanno protestato, senza esagerare.

La buona notizia è che la sparata di Berlusconi mette a rischio il dialogo con Veltroni. Il barometro dei rapporti Pd-Pdl segna tempesta. Alla sinistra la chiamata alle armi ricorda tanto le leggi “ad personam”. Di Pietro parla di “progetto criminogeno” e sventola la minaccia del referendum: per Silvio sarebbero dolori. Veltroni si accoda all’ex pm e definisce le norme “gravi e sbagliate”. La Lega ha un sussulto di orgoglio. Castelli spiega che le intercettazioni non si possono limitare a “mafia e terrorismo” ma vanno mantenute anche per i reati di corruzione e concussione. Il Cavaliere per ora tace ma non sembra intenzionato a indietreggiare. Nell’attesa è bene ricordare che cosa non avremmo mai saputo se la stretta annunciata da Berlusconi fosse entrata in vigore qualche anno fa.

Un Paese alla cornetta. C’era Saccà che giurava fedeltà al capo: “Presidente, lei è amato nel Paese, glielo dico senza piaggeria”. C’era Silvio che chiedeva al dirigente Rai di assumere le attricette giuste. In particolare “Evelina Manna [...], perchè mi è stata richiesta da qualcuno con cui sto trattando”. E nella trattativa – Silvio lo sa bene – tutto è permesso. Soprattutto se il destino del governo Prodi era apesso alla carriera di una velina. Il Cavaliere, furisoso, spiegò: ho solo cercato di far lavorare delle povere ragazze. Anche perchè “in Rai lavori solo se sei di sinistra o ti prostituisci”. Vittorio Emanuele, di fronte al magistrato, la mise così: “Come mai questa ossessione per le donne? Sa com’è, sono un sessuomaniaco”.

Ora, prostituzione a parte, lo spaccato è da brividi. C’era D’Alema che esultava al telefonino, “abbiamo una banca”. E a Consorte diceva: “Facci sognare”. Con ironia esordiva: “Pronto? Lei è quello di cui parlano tutti i giornali?”. E poi c’era Giampiero Fiorani, il banchiere di Lodi che si vide autorizzare a notte fonda una scalata da un cattolicissimo governatore di Bankitalia. Il dialogo con Fazio è memorabile: “Ahhh Tonino, sono commosso, ti ringrazio, ti ringrazio… Guarda, ti darei un bacio in questo momento, sulla fronte ma non posso farlo. [...] Prenderei l’aereo e verrei da te in questo momento se potessi”. C’èra il capo della Polizia Gianni De Gennaro che invitava il questore di Genova a mentire sulla notte del G8 alla scuola Diaz.

E poi la genialità linguistica di Stefano Ricucci. L’immobiliarista di Zagarolo rimproverava i compagni di scalata che si credevano troppo astuti: “Aho, e che stamo fa’, i furbetti del quartierino?”. Simpatico anche l’erede savoia che, programmando il suo soggiorno a Roma in occasione di una visita in Vaticano, chiedeva al segretario di portargli una “bella pucchiaccha, o al limite una suora”, giusto per allietare la nottata nella Capitale. E Moggi? Ve lo ricordate Moggi? Big Luciano parlava direttamente con il designatore arbitrale Bergamo: “Aho, ecco la griglia che me so’ studiato…”. Deborah Bergamini, dirigente Rai, spiegava al suo omologo Mediaset Mauro Crippa come trattare le elezioni. E poi Guzzanti che chiaccherava con Scaramella, le trimalcionerie di Vallettopoli, Salvo Sottile e la Gregoraci. Vespa che rassicurava i camerati di An: “La puntata a Fini possiamo confezionargliela su misura”.

Certo, queste intercettazioni non sono sempre penalmente rilevanti. L’accusa suona più o meno così: “Chi le pubblica è un manettaro e non rispetta la privacy”. Ma senza intercettazioni sui giornali Fazio sarebbe ancora al suo posto, Moggi avrebbe avuto tempo di rubare un altro paio di scudetti, D’Alema e Fassino probabilmente non avrebbero investito Veltroni della leadership del Pd e da pochi mesi sapremmo che Cuffaro incontrava mafiosi. Le intercettazioni svelano spesso affreschi illuminanti, gettano luce su scenari incredibili, squarciano veli di autenticità su universi di potere. Ci raccontano un’Italia che neanche i più cinici avevano azzardato immaginare. Un’Italia ignorante e violenta, comica e arrogante. Un Paese da osteria.


L’aquila di Silvio

22 Maggio 2008

Da Cologno Monzese a Strasburgo. O – se preferite – da “Ok il prezzo è giusto” al Parlamento europeo. Iva Zanicchi ce l’ha fatta. E’ diventata eurodeputato grazie al turn over elettorale di metà aprile. Nel 2004 rimase fuori per un pugno di voti, quando già si preparava a fare i bagagli: prima tra gli esclusi. Ma per l’aquila di Ligonchio è arrivato il tempo della rivincita.

La colpa è di Mario Mantovani, parlamentare europeo eletto senatore tra le file del Pdl e nominato da pochi giorni sottosegretario alle Infrastrutture. L’Iva nazionale è stata automaticamente eletta proprio grazie alle dimissioni di Mantovani. ”I bambini e gli anziani saranno i miei primi impegni”, promette la Zanicchi. Dopo due cocenti trombature per la figlia dell’Emilia rossa fulminata sulla via di Arcore arriva l’atteso successo. E fa niente se con quattro anni di ritardo. La tre volte vincitrice di Sanremo siederà a Strasburgo. Ed è una fortuna: in caso di rinuncia della cantante e conduttrice il posto sarebbe andato ad Alessandro Cecchi Paone. 


Dream Team Impresentabili

6 Maggio 2008

Silvio ha trovato la quadra: il nuovo governo è pronto. Per la destra sono stati giorni di fuoco: da spartire c’era una vagonata di poltrone, ma in politica c’è di peggio. Maurizio Gasparri sarà capogruppo del Pdl al Senato. A tirare i fili alla Camera ci penserà Fabrizio Cicchitto, giovane socialista barricadero folgorato sulla via di Arcore. Il resto è truppa governativa.

La roulette delle poltrone vede una forzitaliota insediarsi al Welfare. Si tratta di Stefania Prestigiacomo da Siracusa. Sono lontani i tempi in cui il Cavaliere le diede della bambina perché voleva le quote rosa in lista e la fece piangere. C’è gloria anche per Michela Vittoria Brambilla catapultata all’Ambiente. Vive a Calolziocorte con 25 gatti, 14 cani, quattro cavalli, due asini, tre caprette e duecento piccioni. E’ stata tra le finaliste di Miss Italia, poi ha lasciato le passerelle per dedicarsi al commercio di salmone affumicato e gamberi. E’ un’accanita fumatrice di Marlboro Lights e odia le pellicce. Giorgia Meloni si accontenta delle Pari Opportunità.

Alla Farnesina sale Franco Frattini, da sempre apprezzato per il rigore dei gessati e la gestione dei capelli. In realtà sarà un sottosegretario perché da Bush e Putin andrà Berlusconi. Il casto Formigoni resta invece a bocca asciutta per colpa di qualche simpatia di troppo con Saddam Hussein. Per la Cultura è sfida a due: Bondi vs Bonaiuti. Il primo, ex segretario comunista in Lunigiana, lo chiamavano “rapanello” perchè è bianco dentro: oggi è un fervente cattolico e poeta spesso deriso (a ragione) per i suoi versi. Il secondo ha passato gli ultimi anni della sua vita a smentire le parole del capo: ora crede di meritarsi il premio fedeltà e batte cassa. Alla Salute è pronto Ferruccio Fazio, primario del San Raffaele di Milano.

Il resto è cosa nota: all’Interno va Maroni. Svezzato alla politica in Democrazia proletaria, è stato il primo rosso a passare con Bossi. Nel suo passato c’è una condanna a quattro mesi e 20 giorni per resistenza a pubblico ufficiale. Suona il sassofono in una band e si pavoneggia di scaricare illegalmente musica da Internet. La Lega gode: Bossi ripone i fucili e va alle Riforme, Calderoli il libico all’Attuazione del programma. Luca Zaia, ex pierre della discoteca Manhattan di Treviso noto anche per essere stato fermato ai 193 km/h sulla sua Bmw, finisce all’Agricoltura e incassa la benedizione del deus ex machina di Slow Food Carlin Petrini.

Ignazio La Russa da Paternò finisce alla Difesa. Avvocato penalista, ha seguito Fini nella funambolica traversata dall’Msi al Pdl. Il padre era postfascista e donnaiolo (“Che ci faccio alle donne? L’assegno”). Lui pure. Per via della bellissima voce, ha doppiato una puntata dei Simpson. Il neoprotezionista Giulio Tremonti torna all’Economia con l’endorsement (post-voto, è ovvio) di Paolino Mieli che sulle colonne del Corriere fa sapere al popolo italiano che la sinistra perde anche perchè “gli manca un Tremonti, cioè un politico di primo piano che produca analisi innovative in sintonia con quel che si dibatte nel resto del pianeta”. Gianni Letta sognava di mettersi in proprio (ovvero andare al Viminale): niente da fare, resterà a fare da balia al Cavaliere come sottosegretario alla presidenza del consiglio.

Elio Vito, in preda alla sindrome Mastella, rinuncia alla Giustizia per fare il ministro per i rapporti con il Parlamento. Il nuovo Guardasigilli sarà il siculo Angelino Alfano. Per Claudio Scajola è pronta la golosa poltrona delle Attività Produttive. All’Interno non ebbe fortuna: fu cacciato per aver dato del “rompicoglioni” al defunto Marco Biagi. Altero Matteoli va alle Infrastrutture. La cattolica oltranzista Mariastella Gelmini è data per certa all’Istruzione. Con un pedigree di tutto rispetto (compreso il culto della personalità del Grande Capo) è una “lumbarda” senza se e senza ma. Lucio Stanca torna all’Innovazione tecnologica mentre l’eterno perdente Raffaele Fitto finisce agli Affari regionali. Nell’abbuffata di poltrone ce n’è anche per la Dc: Gianfranco Rotondi sarà il ministero per gli Affari sociali, anche se francamente non abbiamo idea di che cosa sia.


Una vita da Schifani

24 Aprile 2008

Un posto al sole. E che posto. Elio Vito alla Giustizia, Sandro Bondi ai Beni culturali, Paolo Bonaiuti ai Rapporti con il Parlamento e – last but not least – Renato Schifani presidente del Senato, la seconda carica dello Stato. Il toto-ministri continua ma i gregari del Cavaliere, per ora, hanno di che sorridere. Pochi mesi fa i fedelissimi di Berlusconi erano oscurati dall’astro nascente di Forza Italia, tale Michela Vittoria Brambilla. Oggi fanno incetta di poltrone, alla faccia della rossa nata morta.

Il Cavaliere è stato magnanimo con i colonnelli, i bravi ragazzi che – a differenza dei Dell’Utri e dei Pera – hanno gestito i lavori parlamentari e l’attività del partito. E questa volta i nobili tiratori di carretta possono festeggiare. Il picconatore Cossiga non si smentisce: “Vito alla Giustizia? E’ fazioso e incompetente. Mi manda in depressione”. Il Pd ha provato a mettere il veto su Schifani presidente del Senato. I democratici accusano il fedelissimo del Cavaliere di avere un passato non proprio immacolato: una società con presunti uomini d’onore e usurai e consulenze ricevute dai comuni in odore di mafia. Ma il Cavaliere tira dritto e promuove l’eroe del legittimo sospetto, l’uomo che ha scavato nottetempo la via di fuga dal processo milanese per Berlusconi e Previti. Nonostante il riporto e gli occhiali da archivista che a Silvio proprio non piacciono.

A farne le spese sarà il governatore Formigoni che resterà al Pirellone fino alla fine del suo secondo mandato. Roberto il ciellino avrebbe voluto scendere a Roma. Era pronto a fare il presidente del Senato, il ministro degli Esteri. Andava bene anche quello delle Attività produttive, ultima richiesta messa sul piatto. Richieste bocciate una ad una da Berlusconi che non vuole rischiare nuove elezioni, con la Lega che corre e macina voti al Nord, fa incetta di ministeri pesanti e sogna di mettere le mani sulla Lombardia. Lo zuccherino per placare l’ira di Formigoni sarà un incarico di prestigio nel Partito delle libertà, magari la vicepresidenza accompagnata da quella vaga promessa del Cav.: “Tra due anni, alla fine del mandato in Lombardia, potresti entrare nella squadra di governo”. Ma due anni, in politica, sono una vita. E Formigoni lo sa. 

I padani festeggiano. Domenica scorsa, al termine della riunione ad Arcore per la formazione del nuovo governo, il Senatùr era raggiante: “E’ andata. Io alle Riforme, Calderoli vicepremier, Maroni al Viminale, Luca Zaia al ministero dell’Agricoltura”. Lunedì il Cavaliere aveva frenato gli entusiasmi leghisti: “Nulla è ancora deciso. Ci saranno sorprese, stiamo sentendo tutti”. Martedì Bossi aveva spiegato che le sorprese non avrebbero riguardato certo la Lega. Anzi, alla lista delle poltrone leghiste si sommava un ruolo di viceministro alle Infrastrutture per Roberto Castelli. “Lo mettiamo lì per le strade del Nord”, spiegava Bossi. Poi una bella frecciata frecciata al Cavaliere: “Andando al Viminale oltretutto facciamo un piacere a Berlusconi perché chi dei suoi è in grado di affrontare i problemi della sicurezza e dell’espulsione dei clandestini? Ci vuole uno con le palle. Maroni le ha”.

An non sa se passare all’incasso o provare a tirare la corda un altro po’. Fini ha scelto la presidenza della Camera e lascierà quella del partito. Questione “di galateo istituzionale”, dice lui. Per Fini è l’ultimo gradino per agguantare quell’agoniata legittimità democratica che in tanti ancora faticano a riconoscergli. E poi Gianfranco sogna in grande: Berlusconi ha una certa età e altri leader all’orizzonte non se ne vedono. Tanto vale infilarsi il vestito buono, non sia mai che arrivi il momento della successione. Per ora in sostanza cambia poco, segnala Ronchi, “perché lui resta la guida del partito”. Ma l’impatto simbolico è forte, per la destra italiana è una stagione si chiude. Il futuro si chiama “guida collegiale”: Alleanza nazionale verrà retta da “un primus inter pares” che già tutti additano in La Russa.

Il toto-ministri di oggi recita più o meno così:
Premier
– Lui
Vice 1 - Letta
Vice 2 – Calderoli
Vice 3 - Ronchi
Economia - Tremonti
Esteri - Frattini
Interni - Maroni
Difesa – La Russa
Giustizia - Vito o Pera
Attività produttive - Scajola
Beni culturali – Bondi
Salute - Maurizio Lupi o un tecnico (Ferruccio Fazio?)
Welfare – Sacconi, Brunetta o Alemanno
Agricoltura – Luca Zaia
Istruzione - Mariastella Gelmini
Ambiente - Matteoli o M.V.Brambilla
Infrastrutture – Matteoli o Mantovano
Riforme (senza portafoglio) – Bossi
Pari opportunità (senza portafoglio) – Prestigiacomo o Mussolini
Innovazione (senza portafoglio) – Lucio Stanca
Rapporti con il Parlamento (senza portafoglio) – Paolo Bonaiuti


La traversata del deserto

16 Aprile 2008

Viene in mente il dialogo di una vignetta di Altan. Correva l’anno 2001, l’Italia commentava i risultati eletorali. “Poteva andare anche peggio, no?”. “No”. Berlusconi e Bossi hanno stravinto anche questa vola: 171 senatori contro i 140 di Pd e Di Pietro. Sono numeri da brivido: neanche il Cavaliere era così ottimista. A 48 ore dal voto i toni dello statista di Arcore sono pacati: vaghi inviti al dialogo e appelli a Veltroni per “fare le riforme insieme”. C’è chi giura di avergli sentito pronunciare addirittura la parola “Bicamerale”.

L’abbuffata. “Presto ci sarà un incontro tra Bettini e Letta”, dice Silvio. Ma nel Pdl i falchi premono e alcuni di loro siedono nella cerchia dei collaboratori più stretti di Berlusconi. La tentazione di “non fare prigionieri” è forte, i numeri lo permetterebbero. E poi l’onda lunga delle politiche si è riversata sulle amministrative: a sorpresa Riccardo Illy, governatore uscente del Friuli-Venezia Giulia, è stato sconfitto da Renzo Tondo, Pdl. Rutelli, che nella sfida per il sindaco di Roma era certo di vincere al primo turno, sarà costretto al ballottaggio da Gianni Alemanno. Se i voti di Storace e Casini convergeranno sull’ex ministro di An la debacle della sinistra sarà ultimata.

Falce & Carroccio. L’impresentabile Lega di Bossi diventa il terzo partito italiano. Le camicie verdi hanno sfondato nelle valli e nelle periferie operaie delle città, a Sesto San Giovanni (Stalingrado d’Italia) hanno triplicato i consensi. Gli analisti dei flussi eletorali sono concordi: il Carroccio ha conquistato anche voti fuoriusciti dalla Sinistra Arcobaleno. Ha vinto là dove gli interessi dell’impresa e dell’operaio coincidono, ovvero nelle realtà produttive medio-piccole. Mino Martinazzoli, ultimo segretario della dc, sostiene che “quelli della Lega sono rimasti gli unici a far politica nei bar”. E così Umberto Bossi da Gemonio può finalmente riporre i fucili nell’armadio: la campagna elettorale è vinta, ora tocca comandare, trattare ministri e poltrone e tornare nella stanze dei bottoni. E fa niente se sono a Roma e non a Bergamo.   

Penisola destrorsa. A sinistra l’unico soddisfatto del voto è Di Pietro. Il particolare non trascurabile è che lui è di destra. L’eroe di Mani pulite è un politico law & order, lui stesso ha ripetuto più volte che se non ci fosse Berlusconi starebbe dall’altra parte della barricata. Eccolo l’effetto Beppe Grillo: il voto di protesta si è incanalato su Lega e Italia dei valori. Bossi e Di Pietro sono i leader in cui l’anti-politica si è specchiata con meno disgusto e dunque li ha votati. E così ora Tonino medita di candidarsi alla presidenza della regione Lombardia visto che Formigoni è in partenza per Roma (destinazione presidenza del Senato o un ministero di peso). Regge anche l’Udc: Casini ha tenuto grazie ad alcuni voti in uscita dal Pd e agli orfani dell’Udeur di Mastella. La Destra di Storace-Santanchè invece ha deluso, ha prevalso l’appello al voto utile: non ci sono più i fascisti di una volta.

Gli arrotini del loft. Anche per il Pd il voto è stata una batosta. Walter ha già bell’e pronto il capro espiatorio, ossia Romano Prodi: “E’ pesato il giudizio nei confronti del governo uscente”. Ma dentro il partito il malumore monta inesorabile. Rosy Bindi chiede una “gestione più collegiale”, il dalemiano Latorre invoca un congresso entro il 2009. La pacchia è finita, il messaggio è chiaro: caro Walter la tua leadership non si discute (per ora), ma non sei un uomo solo al comando. Qualcun’altro critica la scelta d’inzeppare volti nuovi in lista, spazzando vecchi alleati e storici parlamentari. Veltroni per ora tira dritto e annuncia di voler dar vita a “un governo-ombra”. Ma il problema è che il Pd “a vocazione maggioritaria” ha perso la sua sfida: da solo non ce la fa.

La resa dei conti. Naturalmente il clima cambierà: per ora nessun “processo a Walter”, anche perché non si capisce chi potrebbe vestire i panni dell’accusatore. Marini ha perso l’Abruzzo, D’Alema ha deragliato in Puglia, nell’Emilia di Bersani e Franceschini ha Lega ha sfiorato l’8%, Rutelli ha i suoi guai a Roma. Nessuno, insomma, può mettersi a dare lezioni. Ma è solo questione di tempo. Per fare fuori Veltroni ci sono cinque anni di tempo. Bersani assesta la prima frecciata alla politica pop di Walter chiedendo un partito “più strutturato e radicato sul territorio”. Letta e Follini insistono per aprire un dialogo con Casini, perchè “l’evoluzione naturale porta ad un’alleanza tra Pd e Udc”. Le tre anime del Pd – quella che fa capo a D’Alema e Bersani, quella popolare di Marini e quella ulivista di Rosy Bindi e Parisi - guardano già al dopo-Veltroni.

La ghigliottina. Che la Sinistra Arcobaleno sarebbe andata male lo dicevano anche i sondaggi. Ma nussuno si era azzardato a prevedere la morte politica di tutto ciò che stava e sta a sinistra del Pd. Tre giorni orsono Bertinotti and Friends avevano 138 parlamentari e quattro milioni di voti: dopo lo “tsunami” delle urne si ritrovano con in mano un pugno di mosche. Tra i Verdi Pecoraro darà presto le dimissioni. Dentro Rifondazione volano gli stracci: l’ex ministro Ferrero vuole fare la festa a Giordano e prendersi la leadership del partito. Questo fine settimana ci sarà il comitato politico di Rifondazione e a luglio si terrà il congresso: lo scontro sarà durissimo. Intanto si è bruciato anche Vendola, geniale talento della sinistra nostrana e pupillo di Fausto: in Puglia, dove Nichi è governatore, Rifondazione ha totalizzato il 2,5 per cento. Il cattivo di turno è il ministro Giulio Santagata, braccio destro di Prodi: “Ora Bertinotti potrà consolarsi con un brodino caldo…”.


Caro amico ti scrivo…

9 Aprile 2008

Per lo meno a Veltroni va riconosciuta la dote dell’imprevedibilità. A una una manciata di giorni dal voto i colleghi di partito gli chiedono lo scatto di reni per agguantare Berlusconi o, più realisticamente, lo sprint finale che renda la sconfitta meno cocente. In tanti al loft, da D’Alema a Bersani, pensano che il Pd debba usare gli ultimi scorci di campagna elettorale per sferrare qualche attacco all’avversario. E Walter che fa? Prende carta e penna. E scrive al Caimano.

“Garantisca fedeltà alla Repubblica”, è l’appello di Veltroni a Berlusconi. Le patriottiche richieste sono generiche: “Tutelare l’unità dello Stato italiano, rifiutare ogni forma di violenza, garantire fedeltà alla Costituzione repubblicana, alla bandiera tricolore e all’inno di Mameli”. L’obiettivo di Veltroni è chiaro: stanare i leghisti e le loro impresentabili sortite, dal winchester di Bossi in giù. E allora ecco la richiesta perché Berlusconi sia “garante” della sua coalizione e per capire “quale che sia il ruolo di ciascuno” nel centrodestra.

La mossa di Veltroni sorprende Silvio. I guru del Pdl si prendono qualche ora per valutare il da farsi. Poi in serata le agenzie stampa battono la risposta di Berlusconi. “E’ un altro effetto speciale che non possiamo accettare da lui perché non ha alcun titolo”. Il Cavaliere la mette giù dura: “Non può dare patenti di lealtà repubblicana l’erede del partito comunista. Veltroni non è la Consulta, dove per entrare tra l’altro serve la laurea”. E visto che l’aria ormai è tesa Berlusconi lancia la sua personale ricetta per la Giustizia, “l’esame di sanità mentale per i pm”. Dell’Utri fiuta il clima da parole in libertà e dice la sua: “Mangano? Un santo. Se vince il Pdl i libri di storia, condizionati dalla retorica della Resistenza, saranno revisionati”.

Il Pd pare uscire dal martedì di passione della politica nostrana con le ossa rotte. O forse Veltroni si ritrova in tasca un inaspettato regalo. Voleva fare uscire allo scoperto i leghisti e invece ha stanato Berlusconi. Lo statista di Arcore – dopo una campagna elettorale all’insegna della moderazione e dei toni soft – torna ad essere l’alieno della politica italiana. Berlusconi butta alle ortiche tre mesi di campagna elettorale in cui ha provato ad apparire un leader responsabile, pacato e padre della patria. Ora ecco rispuntare il vero Cavaliere: quello che rifiuta il dialogo, che demonizza gli avversari (di nuovo “comunisti”), che dice no ad un innocuo appello alla responsabilità.

In un attimo siamo ripiombati nel passato, niente più promesse di riforme istituzionali fatte insieme, dei comunisti non ci si può fidare. Dopo un mese di campagna elettorale tutto sommato educata, civile, addirittura noiosa Berlusconi mostra i muscoli e rispolvera l’insulto, lo scontro ideologico e la rissa. Il Paese normale non c’è, resta un sogno. Non c’è perché il Cavaliere, che pure era sembrato diverso da se stesso, che pure aveva aperto il dialogo con i suoi avversari, che pure aveva promesso una nuova stagione politica fatta di possibili larghe intese, non resiste al richiamo della foresta. Il problema è che questo è proprio il Cavaliere che gli elettori hanno sempre votato: agli italiani l’alieno piacie.

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Per i fanatici dei carteggi ecco il testo della lettera:

Caro Berlusconi,
mi rivolgo a lei perché penso si debba condividere, da italiani prima ancora che da candidati alla guida del Paese, una sincera preoccupazione, resa tale da recenti atti e dichiarazioni politiche. E perché credo sia giusto e doveroso assumere, di fronte al popolo italiano, a tutti i cittadini, un impegno di chiarezza su alcune grandi questioni di principio, questioni che chiamerei di lealtà repubblicana.

Non penso ovviamente agli aspetti legati ai nostri programmi di governo. Questi sono, e devono essere, distinti e alternativi, lasciati al libero confronto politico, come avviene nelle grandi democrazie. Saranno gli italiani a giudicare la bontà delle nostre proposte, la loro concretezza, la loro attuabilità. E chi guadagnerà un solo voto in più, è la mia convinzione che voglio ribadire ancora una volta, avrà il compito e l’onore di governare l’Italia, sulla base proprio del suo programma.

L’impegno che le chiedo e che io sono in grado di assumere con assoluta determinazione riguarda altro, riguarda di più, perché ha a che fare con la vita, l’identità e le istituzioni del Paese; con le basi stesse della nostra convivenza civile, con i valori che la presiedono e che in sessant’anni di storia repubblicana hanno permesso all’Italia di diventare la grande nazione che è, uno dei pilastri della nuova Europa.

Le chiedo allora se è disposto a garantire formalmente e in modo vincolante che lo schieramento da lei guidato, quale che sia il suo futuro ruolo, di opposizione o di maggioranza, non verrà mai meno in alcun modo e rispetterà sempre con convinzione questi quattro fondamentali principi: la difesa dell’unità nazionale, che è il bene più prezioso che abbiamo, il legame che ci fa sentire italiani e orgogliosi di esserlo; il rifiuto di ogni forma di violenza, attuata o anche solo predicata, e per questo portatrice di divisione e di odio; la fedeltà ai principi contenuti nella prima parte della nostra Costituzione, fedeltà che non solo non contraddice, ma dovrà guidare, ogni impegno di adeguamento della seconda parte della Carta; il riconoscimento e il rispetto della nostra storia, della nostra identità nazionale e dei suoi simboli, a cominciare dal tricolore e dall’inno di Mameli.

Gli italiani, su tutto questo, hanno il diritto di avere risposte e certezze. E chi, alla guida del governo o dell’opposizione, si appresta ad assumere le più grandi responsabilità, ha il dovere di assicurare tutto il suo impegno per garantirle, sapendo che prima di ogni altra cosa, al di sopra di ogni interesse di parte, c’è il bene comune, ci sono gli interessi nazionali.

Cordiali saluti,
Walter Veltroni