Il problema non è Mameli, e tanto meno il Piave che mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio. Qui siamo al 22 luglio, mezza Italia è in spiaggia e Bossi si diverte che neanche a Pontida. Il Senatùr detta l’agenda a tutti, dal governo all’opposizione, da Fini a Napolitano, da Berlusconi ai giornali, ai blog. Il suo dito medio (e non è la prima volta) s’erge al centro della vita politica italica.
Del fatto in sè, lo scandaloso gestaccio oltraggio all’onore della Patria, non gliene frega niente a nessuno. Tanto meno a lui, l’Umberto, che si gode il pomeriggio di passione standosene seduto in Transatlantico a fare merenda (in barba ai regolamenti). Un bel panino al prosciutto e un bicchiere di Coca-Cola proprio mentre Gianfranco Fini e Renato Schifani concludono le rispettive ramanzine chiedendo “più rispetto per lo Stato”. La polemica monta, è un diluvio di dichiarazioni. Napolitano plaude ai presidenti di Camera e Senato, Veltroni punzecchia il premier che non prende posizione sull’argomento, la Lega fa quadrato attorno al capo.
“Ma va là, … se Gianfranco se ne stava zitto era meglio”. Bossi se la ride. Qualche ora prima aveva spiegato che le polemiche sull’inno erano solo robaccia strumentale ma che comunque a lui la poesiola di Mameli non va proprio giù. “Nell’inno c’è anche scritto che i bambini italiani si chiamano “balilla”", aggiunge l’Umberto rinfacciando a Fini i suoi trascorsi fascisti. E vagli a spiegare che l’inno è stato scritto 70 anni prima dell’avvento del fascismo e che il verso in questione è dedicato ad un patriota genovese del ‘700 detto, appunto, Balilla. Stesso discorso per “la schiava di Roma”: Mameli lo riferiva alla vittoria, Bossi – com’è ovvio – alla Padania.
Il Pd coglie la palla al balzo e tuona contro Berlusconi reo di essersi alleato con gli impresentabili padani. E fa niente se qualche centinaia di metri più in là D’Alema flirta con Maroni discutendo amabilmente di federalismo fiscale. Parisi non si lascia sfuggire la ghiotta occasione per il solito regolamento di conti interno al Pd: “Io chiedo: com’è possibile trattare con chi oltraggia l’unità della Repubblica?”. La Mussolini durante l’intervento fa risuonare in aula le note dell’inno nazionale. Borghezio dice che “Bossi è un patriota”. Lo spettacolo va scemando, l’Umberto decide di telefonare a Silvio. Il Cavaliere gli conferma che non ha nessuna intenzione di intervenire contro la sua sparata. Bossi incassa, il dito medio ha pagato.
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