Ma che c’azzecca il G8?

30 ottobre 2007

DiPietro

La proposta di legge per istituire una commissione di inchiesta sul G8 di Genova è stata bocciata in Commissione affari istituzionali alla Camera. Con l’opposizione hanno votato anche l’Italia dei Valori e l’Udeur. I nemici giurati Mastella e Di Pietro finalmente d’accordo: almeno questa è una novità.

Gli alleati della sinistra radicale sono furiosi: “L’indagine parlamentare sul G8 era prevista nel programma dell’Unione”. Mastella replica: “Non è vero, io non l’ho letta”. Citiamo testalmente dal programma dell’Unione: “[…] utilizzo delle forze di polizia per operazioni repressive del tutto ingiustificate; basti pensare ai fatti di Genova, per i quali ancora oggi non sono state chiarite le responsabilità politica e istituzionale (al di là degli aspetti giudiziari) e sui quali l’Unione propone, per la prossima legislatura, l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta“. Di Pietro invece la spiega così: “L’inchiesta non deve indagare soltanto sugli abusi della polizia ma anche sulle illegittimità commesse dai manifestanti. Per questo abbiamo detto no”.

Ma che cosa combina il duro e puro Di Pietro? La scorsa settimana il ministro fa scoppiare il caso Rai. Gli uomini dell’ex pm richiedono le dimissioni di Petruccioli nella commissione di Vigilanza e votano con la Cdl. Il giorno dopo gli italiani valorosi sgambettano la maggioranza sulla Finanziaria: al Senato l’Unione è sconfitta sette volte in un giorno. Poi l’Italia dei Valori non si presenta al vertice governo-maggioranza sulla manovra. E oggi l’ultimo schiaffo al governo sui fatti di Genova con una giustificazione perlomeno discutibile.

Tonino ha un partito a sua immagine e somiglianza. L’Italia dei Valori è Di Pietro. Non servono neanche congressi (è l’unico partito con Forza Italia a non farne). Gli altri sono politici di secondo piano. Chi non si adegua all’ex pm lascia (l’ultima è stata Franca Rame). Lui è circondato e consigliato da uno staff eterogeneo dove fanno capolino il webmaster di Beppe Grillo (Gianroberto Casaleggio), il capo di gabinetto di Tremonti (Vincenzo Fortunato) e vecchie volpi Dc della Prima Repubblica come Stefano Pedica, oggi capo della sua segreteria.

Lo sceriffo Di Pietro ha insomma una gran voglia di elezioni. I sondaggi pare che lo premino, unico leader della coalizione di governo. E lui non vuole logorarsi nell’attesa, anche perché l’onda dell’antipolitica potrebbe passare. Di Pietro si muove senza impacci e flirta in ogni direzione. Intrattiene affettuosi rapporti con Beppe Grillo, concede e incassa aperture di credito da Gianfranco Fini e mena fendenti ad avversari e amici: in verità, più agli amici di governo che agli avversari.

Il vero problema è che Di Pietro sarebbe stato un perfetto uomo di legge e ordine a destra. “La mia pregiudiziale ha un nome e un cognome: si chiama Silvio Berlusconi”, conferma lui. Come dire: “Senza il Cavaliere starei dall’altra parte”. E invece l’ex pm, complice una destra allergica a regole e leggi, se ne sta a sinistra. E intanto picchia come un fabbro, dal caso Unipol alla vicenda Speciale: e qui le incudini erano rispettivamente le facce di D’Alema e Visco. Per dirla in linguaggio dipietrese: “Ma che c’azzecca Tonino con la sinistra?”


Cilicio per Veltroni

29 ottobre 2007

Pd, due giorni dopo. Incoronato Veltroni comandante in capo, restano da forgiare le truppe e trovare qualcosa per cui combattere. Walter ha fatto la sua prima mossa da leader chiedendo a tutta la Cdl un confronto su riforme istituzionali e legge elettorale. La pacata opposizione ha risposto picche: “Il tempo per dialogare è ormai scaduto”.

An e Forza Italia non hanno nessuna intenzione di sedersi ad un tavolo con Walter. L’unico a mostrarsi possibilista di fronte all’invito di Veltroni è stato Buttiglione. Quella del filosofo Rocco è però una posizione personale. Casini è in viaggio di nozze con Azzura Caltagirone e ha pregato tutti di non disturbarlo per qualche giorno. D’altronde si sa, per il leader dell’Udc la famiglia viene prima di tutto. Per questo lui ne ha due. L’altro partito che avrebbe dovuto abboccare alle parole di Veltroni era la Lega. Ma i padani hanno chiuso ogni spiraglio.

Un altro schiaffo a Veltroni è arrivato dall’interno del Pd. Qui bisogna fare un passo indietro. Sabato, ore 15.30, Rho, Assemblea costituente del Pd. Il leader del Pd sta per chiudere il suo innocuo discorso cerchiobottista quando senza preavvisi chiede all’assemblea di “votare” un decalogo nel quale venivano avanzate proposte molto impegnative e mai discusse fino a quel momento: la nomina a vicesegretario di Dario Franceschini, a tesoriere di Mauro Agostini (con Veltroni, tre uomini al comando: ma non era l’ora delle donne?) e l’istituzione di tre commissioni fitte fitte di nomi che scriveranno il manifesto politico del nuovo partito.

Veltroni finisce di leggere il decalogo e subito dopo, anziché passare ai voti, la «regia» ha fatto partire l’Inno di Mameli. Come dire: la seduta è tolta. Tutti a cantare l’inno nazionale con la mano sul cuore e il lacrimone sulla guancia. Ma finita la musica ci si è accorti che bisognava ancora votare. Panico, mugugni e urla di dissenso. Il voto in stile Pcus è del tipo «prendere o lasciare». Niente votazione punto per punto. Anna Finochiaro conduce le danze sbraitando dal palco. Ci si esprime per alzata di mano e il risultato si decreta dando un occhiata alla platea dei 2800 delegati. Il tutto dura circa venti secondi. Il ministro sardo Arturo Parisi non la prende bene: «Un golpe, questo è un golpe!». Ma è troppo tardi: mozione approvata. Veltroni saluta. Cala il sipario. Lo show è finito.

P.S.: Il Pd non esiste. C’è un leader, ma mancano ancora il partito, il programma politico, i riferimenti ideologici. Finora esistono solo tre commissioni incaricate di scrivere il manifesto del Pd. Ravanare al loro interno riserva simpatiche sorprese. Ad esempio si scopre che Paola Binetti (senatrice della Margherita) è una componente della Commissione “Manifesto dei Valori” del nuovo Pd. E’ il gruppo di lavoro incaricato di dare un’identità politica-culturale-ideologica al nuovo partito. Il problema è che la Binetti (numeraria dell’Opus Dei) è una donna così democratica che definisce l’omosessualità “una devianza della personalità”. Dorme quotidianamente su una tavola di legno e pratica, come lei stessa ha confermato, la mortificazione corporale prevista dall’Opus Dei, ossia indossare un cilicio sulla coscia due ore al giorno e frustarsi una volta alla settimana la schiena con un frustino chiamato dagli adepti “disciplina”. Ma in fondo non c’è proprio niente di strano: nei 40 minuti di discorso all’Assemblea del Pd, Veltroni non ha mai pronunciato la vergognosa parola “laicità”.


Pd: il nuovo che avanza

27 ottobre 2007

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«Siamo giunti sin qui, si è aperta una porta di speranza». Con queste enigmatiche parole da portinaio Walter Veltroni ha aperto il suo intervento all’Assemblea costituente del Pd. Il grande spettacolo è andato in scena alla Fiera di Rho-Pero, dove la prima assise democratica ha eletto il sindaco di Roma segretario del nuovo partito. Duemilaottocento delegati, cinque ore di congresso, coreografia psichedelica e poco altro da segnalare nel Pd-day.

Lui, Walter, il più democratico dei democratici, ha fatto un discorso alla sua maniera: un colpo al cerchio e uno alla botte. La grande attesa era attorno alla questione della legge elettorale. E Veltroni non si è sbilanciato: “A me piace il sistema francese. Ma (…e quando Walter parla un “ma” di mezzo c’è sempre) insieme a ciò che è giusto, c’è ciò che è possibile…”. Insomma, tutto come prima. Nessuna presa di posizione per la delusione di D’Alema che ieri dagli schermi del Tg1 aveva detto sì al modello tedesco.

Il resto è fuffa: sostegno a Prodi, avanti con le riforme, coesione attorno al programma, niente personalismi, restituire speranza e fiducia, ecc… . Ma su un tema Veltroni è stato chiaro: il Pd nasce come qualcosa di nuovo. Perchè “il nostro vero problema, adesso, è come evitare di mettere il vino nuovo in otri vecchi”. Perchè “l’Italia deve dare la precedenza al futuro”. E ancora: “Il Paese ha bisogno di un nuovo inizio, di una nuova stagione”. E poi arriva il grande strappo d’orgoglio veltroniano: “Basta con la vecchia politica perchè la maggioranza degli italiani è stanca”.

“Nuovo”, “nuova”, “novità”: sono queste le parole preferite da Veltroni nel giorno della sua incoronazione. Le ha ripetute per ben 19 volte nel suo intervento. Ma tutta questa smania di lasciarsi alle spalle la “vecchia politica” pare non trovare riscontri reali nel glorioso e dorato cammino del Pd. Perchè fatto il leader, ora tocca fare il partito. E qui i democratici navigano ancora in alto mare. Per capire un po’ meglio la situazione è utile spulciare tra i membri delle tre Commissioni finora nominate per redigere rispettivamente Statuto, Codice etico e Manifesto dei valori. Si tratta degli unici organi rappresentativi del nuovo partito: sono lo specchio di ciò che sarà il Pd.

Di nuovo c’è ben poco. In compenso gli “impresentabili” non mancano di certo. Come Ciriaco De Mita, già deputato nelle legislature IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XIII e XV. Un democristiano entrato per la prima volta in Parlamento nell’anno di Nostro Signore 1963. L’anno di Please Please Me, il primo Lp dei Beatles; l’anno del Vajont. La nomina di De Mita nella Commissione statuto ha suscitato qualche malumore tra i costituenti del Pd. Quando la presidente del comitato elettorale Anna Finocchiaro ha pronunciato il suo nome dalla platea si è levato qualche fischio. Avranno pensato al nuovo che avanza?


Proiettili e campanili

26 ottobre 2007


Alle fine è successo. Ieri all’ora di pranzo i carabinieri si sono presentati nella sede de Il Campanile, il quotidiano dell’Udeur (i maligni dicono: “Più pagine che lettori”, …e la foliazione non è granché). La polizia giudiziaria di Catanzaro, mandata al giornale di Mastella nell’ambito della inchiesta “Why Not”, doveva recuperare i registri contabili 2004-2007, con gli elenchi fornitori-clienti e le fatturazioni.

L’Udeur ha fatto subito sapere che “non si è trattato di una perquisizione”. Di sicuro non è stata una visita di cortesia, aggiungiamo noi. Ma Mastella &C, in fondo, hanno ragione. Del blitz alla sede de Il Campanile ne avevamo parlato su questo blog già tre giorni fa. Ora, se di questa operazione eravamo venuti a conoscenza noi, volete che non lo sapessero i diretti interessati? Quali documenti compromettenti avranno potuto trovare i carabinieri se da giorni si vociferava delle loro intenzioni? Comunque la perquisizione andava fatta. Era doverosa per proseguire le indagini. Il problema è la solita fuga di notizie che l’ha preceduta.

De Magistris ipotizza che Mastella, indagato anche per abuso d’ufficio, abbia utilizzato Il Campanile per fare arrivare soldi (occulti) al suo partito ma anche per truffare denaro per fini personali. Poche ore dopo la cordiale visita della polizia giudiziaria di Catanzaro il ministero di Giustizia ha comunicato che era stato bloccato a Bologna un proiettile calibro 38 e un messaggio inequivocabile diretto a Mastella: “Altri 30 di questi ti colpiranno se il pm De Magistris non tornerà al suo posto”. Busta, bossolo e minacce. Perchè? Chi è stato? Mistero. L’unica cosa certa è l’effetto provocato dalla lettera anonima: un diluvio di attestati di solidarietà a Mastella. Quella solidarietà che nei giorni scorsi Mastella aveva più volte chiesto e non era arrivata.


Fausto di lotta e di governo

25 ottobre 2007

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La situazione precipita. Al Senato la maggioranza è stata battuta sei volte in un giorno. Tra queste c’era anche un emendamento che chiedeva lo scioglimento della società che avrebbe dovuto realizzare il Ponte sullo Stretto di Messina. L’emendamento è stato bocciato con 165 no e 145 sì. Lo sceriffo Di Pietro e l’Italia dei Valori hanno votato con l’opposizione. Insomma: il ponte non si fa ma la società per farlo resta in piedi. E il ministro blogger perde un pezzo del suo partito: Franca Rame ha lasciato l’Italia dei Valori.

Ma la novità più rilevante delle ultime ore è che Bertinotti, in diretta al Tg1, ha detto che serve un governo istituzionale per fare la riforma elettorale perchè il premier è “malatuccio”. Attimi di panico si sono vissuti tra i dirigenti di Rifondazione che fino a dieci minuti prima ripetevano che “se cade Prodi si va dritti alle urne”. Fatto sta che Giordano &C si sono presto adeguati all’ultimo diktat del subcomandante Fausto. Rifondazione di lotta e di governo. Soprattutto di governo, verrebbe da dire.

La troika istituzionale Napolitano-Marini-Bertinotti insiste dunque su un governo tecnico. Fassino e Rutelli sono d’accordo. Veltroni è latitante ma le voci di Palazzo dicono che anche lui si starebbe convincendo a mandare a casa Prodi. Lo scenario che incombe è tetro: governo tecnico di un anno e mezzo; Marini, Amato, D’Alema o il redivivo Fassino come premier; larghe intese con Lega e Udc che garantirebbero il loro appoggio (il meccanismo sarebbe quello già sperimentato nella commissione Affari costituzionali, dove nelle scorse settimane Udc e Lega si erano astenuti sulle riforme).

Pasticciaccio in viale Mazzini. Come se non bastasse ieri la maggioranza si è divisa in commissione di Vigilanza Rai. Il compagno Petruccioli è stato sfiduciato. Niente di grave, non è costretto a dimettersi. E lui conferma: “Per ora resto presidente”. A che cosa è servito allora il voto? Boh, misteri italiani. Comunque Udeur, Rosa nel Pugno e Italia dei Valori hanno votato con l’opposizione. Il veltroniano Lusetti commenta così: “E’ l’anticipo di quello che avverà in Parlamento”.  


Dirittura morale

23 ottobre 2007

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Dall’intervento di Clemente Mastella in Consiglio dei ministri: «Io con Di Pietro non voglio nessun punto di incontro. La mia dirittura morale è tale che con te [rivolgendosi a Di Pietro, n.d.r.] non voglio avere niente a che spartire. Nè oggi nè in futuro».

Riassunto dell puntate precedenti:

L’inchiesta “Why not” è stata avocata a De Magistris. Cioè tolta, bruciata, scippata. Peccato perchè lui stesso aveva affermato di essere arrivato “molto vicino alla conclusione dell’indagine”. Ora il fascicolo passerà a un altro magistrato, che impiegherà mesi per studiarsi tutti gli atti. Ma in fondo non c’è fretta: abbiamo solo un ministro della Giustizia indagato per abuso d’ufficio, finanziamento illecito ai partiti e concorso in truffa nell’ambito di finanziamenti europei e nazionali.

La tempistica è stata perfetta: proprio ieri gli ufficiali di polizia giudiziaria avrebbero dovuto acquisire atti nella sede de Il Campanile. Come che cos’è? Si tratta dello splendido periodico dell’Udeur. Gli uomini di De Magistris erano a caccia si fatture e soldi che provassero il finanziamento illecito ai partiti. Niente da fare: inchiesta A-VO-CA-TA. E così salta anche la rogatoria a San Marino che avrebbe permesso di ricostruire movimenti e flussi di denaro dirottati dalla Ue in Calabria e magicamente finiti su conti correnti riconducibili a tale Piero Scalpellini, ex consulente di Prodi.

Fronte governo. La solita giornata campale. Succede tutto in poche ore. Mastella va a trovare Andreotti e gli chiede consigli sul da farsi. Poi minaccia dimissioni e crisi di governo. Il Consiglio dei ministri si riunisce, Prodi sgrida Di Pietro e conferma la fiducia al ministro della Giustizia. Mastella ringrazia: “Era quello che volevo”. Intanto al Senato arriva la Finanziaria. L’Unione si salva per un voto: 158 a 157. Decisivi i voti di Andreotti e Colombo. I salvatori della patria hanno 175 anni in due.

Delirio verde. Intanto Pecoraro-Scanio annuncia ai quattro venti che il governo ha approvato il “paccheto” Amato sulla sicurezza. Ma è uno scherzo: mezz’ora dopo si scopre che è tutto falso. I ministri si sono divisi sui vari punti e il voto sul testo è stato rinviato alla prossima settimana. Peccato perchè il provvedimento avrebbe colpito proprio i più pericolosi criminali-terroristi-assassini del Paese: i graffittari e i venditori ambulanti.


Walter. Ma anche Veltroni

22 ottobre 2007