Spallati e mazziati

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Un mese di tempo. E’ quello che resta a Prodi per salvarsi. A Berlusconi neanche quello. Le profezie del Cavaliere non si sono avverate. Lui le ha tentate tutte, comprese le offerte di poltrone (e soldi) ai senatori “scontenti”. La Finocchiaro nell’arringa finale in Senato ha usato il termine più appropriato: “Corruzione”. De Gregorio (eletto nell’Italia dei Valori e passato con l’opposizione) si è risentito e ha gridato: “Vogliamo le prove”. Dai banchi della maggioranza sono partite urla: “Ciccione, ciccione, venduto”. Poi qualcuno ha sventolato allusive banconote.

E così è scoppiata la rissa. Il solito siparietto da repubblica delle banane. Un senatore di Forza Italia ha cercato di prendere a testate un parlamentare del centrosinistra che è stato circondato dai colleghi e portato in salvo fuori dall’emiciclo da Cesare Salvi in versione bodyguard. Dai banchi di Forza Italia è poi partito un affettuoso “vaffanculo, vaffanculo…”. Ma i cronisti non sono riusciti ad individuare i protagonisti della rissa perchè la tribuna stampa è stata fatta immediatamente sgombrare dai commessi: censura preventiva.

Più che la vittoria di Prodi è stata la sconfitta di Berlusconi. Dopo mesi di annunci e di campagna acquisti, le spallate e le implosioni si sono rivelate dei bluff. Missione fallita, tutto da rifare. Solo che gli alleati non vogliono più stare al gioco del Cavaliere. Nella Cdl ci si prepara alla grande guerra per la leadership. Silvio è stretto in una tenaglia. Veltroni lo sa e lancia inviti di dialogo a Udc, An e Lega sulle riforme istituzionali. Se Fini e Casini accetteranno la proposta di Walter per Berlusconi è finita. La pensione ad Arcore o a Villa Certosa: decida lui.

Il governo ha poco da sorridere. Lo scoglio della Finanziaria è superato ma i guai sembrano appena iniziati. Dini e Bordon hanno votato sì ma hanno consegnato a Prodi l’avviso di sfratto: “La maggioranza non c’è più” e quindi “serve un nuovo governo”. E in queste ore sta nascendo un nuovo gruppo parlamentare. Ne faranno parte sei senatori: Dini, i suoi due compari, Bordon, Manzione e una new entry dell’ultimo minuto, el senador Pallaro. Tutti concordi nel dire di non essere disposti a votare il protocollo welfare e la riforma delle pensioni.

Prodi ha un mese di tempo per mettere in campo una strategia (o miracolo, come preferite). Un’iniziativa che potrebbe a questo punto prevedere un rimpasto, con riduzione dei ministri, e un rilancio sulla legge elettorale, sperando che il dialogo sulle riforme possa consolidare anche il precario equilibrio politico. Entro la fine dell’anno, la maggioranza è chiamata ad approvare decreto fiscale e protocollo welfare che dovranno tornare a Palazzo Madama dalla Camera; poi c’è la Finanziaria che tornerà qui in terza lettura; e poi il decreto sicurezza. Il panettone è ancora lontano.

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