Il pornopolitico dell’anno è…

31 dicembre 2007

Tribute to Padoa-Schioppa

30 dicembre 2007

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E’ un tecnico prestato alla politica. E’ freddo. Antipatico. Non bada al consenso. Ed è pure brutto. Però Padoa-Schioppa ha risanato il bilancio dell’Italia (anche se la notizia è passata in sordina). Certo, le tasse sono alte e la spesa pubblica non diminuisce. Però nel 2007 il deficit è sceso sotto il 2% del Pil, contro una stima iniziale del 2,8% e un’eredità berlusconiana da brividi: 3,3%.

Il debito pubblico cala al 104,6% dal 106,8 del precedente governo. L’avanzo primario cresce del 3%: e qui si partiva dal mirabolante risultato ottenuto dal mago Tremonti: 0,0. Persino la pressione fiscale (ovviamente solo per i pochi eletti che le tasse le pagano) si riduce dal 43,1% al 42,9%. Le liberalizzazioni si sono arenate, la crescita vera resta un miraggio. Però ci siamo finalmente lasciati alle spalle la finanza creativa dell’era di Silvio. E l’Europa apprezza.

Padoa-Schioppa ha anche convinto Prodi a optare per Air France nella travagliata vicenda della vendita di Alitalia. Bossi minaccia di scendere in piazza, Formigoni rilascia alle agenzie dichiarazioni di guerra: “E’ una vergogna”. Ma intanto la scelta della compagnia francese significa che ha vinto il “partito del mercato” e ha perso il “partito dell’italianità”. E i passeggeri ci guadagneranno.

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E qui comando io

29 dicembre 2007

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Il punto interrogativo è sempre lo stesso: quanti senatori seguiranno Dini, e se basteranno a far cadere il governo. Forse sì, forse no. Nella cabina di regia dell’Unione, Fisichella è dato per perso. Il pallottoliere del Senato dice 157 pari. Turigliatto recuperabile? Chi lo sa. L’italo-argentino Pallaro? Pronto al cambio di casacca. Manzione è in bilico. Coi due diniani (Scalera e D’Amico) si potrebbe trattare. Da gennaio i senatori a vita potrebbero non essere sufficienti a salvare il governo.

Continuano le minacce di Dini: “Il governo cadrà se non accetterà il nostro programma”. Insomma, l’agenda del Paese adesso la decide lui, oppure si va tutti a casa. Mica male per uno che ha preso sì e no i voti dei suoi familiari. E intanto Prodi promette. A Rifondazione sgravi fiscali per i dipendenti e tassazione delle rendite. Ai centristi meno deficit, meno tasse e più crescita. Sulla legge elettorale il premier difende i partitini (“Mi batterò perché non siano messi fuori gioco”) e fa arrabbiare Veltroni. Atteggiamento ingeneroso, secondo Walter: il suo appoggio al governo è leale, e tale resterà almeno fino a quando Prodi si reggerà sulle gambe.

Il Professore, nella conferenza stampa di fine anno, ha fatto però sapere che “il governissimo non ha i numeri”. Il ragionamento di Prodi è uno schiaffo agli inciucisti: “Abbiamo una cospicua maggioranza alla Camera. Allora, qualsiasi altro governo dovrà avere la fiducia anche della Camera e questa cosa viene abbastanza dimenticata, pregherei di riprenderla in esame…”. Eccolo il Professore di lotta e di governo. Che si rivolge anzitutto a Veltroni: caro Walter, putacaso immaginassi di sostenere (assieme a Berlusconi) un governo istituzionale dopo il mio, sappi che il presidente del Consiglio uscente non lo voterebbe.

Berlusconi, dal canto suo, aspetta. Dopo un colloquio al Quirinale ha affermato che Napolitano sarebbe disponibile ad un governo istituzionale. E il Colle non ha smentito. Poi ha sostenuto di avere un accordo con Veltroni, per cui fatta la nuova legge elettorale si potrebbe andare a votare. E Walter non ha smentito. La dichiarazione è già pronta: “Io l’avevo detto che Prodi sarebbe caduto”. 

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Governissimo sia

23 dicembre 2007

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Un interrogativo serpeggia nel Palazzo: la Corte Costituzionale boccerà il referendum elettorale? La risposta è no. Ieri Napolitano è stato chiaro: niente trucchi sulla consultazione popolare. Una brutta tegola per i piccoli partiti, stretti tra l’incudine del referendum e il martello della riforma elettorale preparata dalla coppia dell’anno Veltroni&Berlusconi.

Brutte notizie anche per Prodi. I partitini fuori dalla grazia di Dio renderanno più difficile trovare la quadra nella verifica di maggioranza convocata per il 10 gennaio. Il piano del Professore è più o meno questo: usare (quasi) tutte le risorse disponibili per il 2008 per far crescere i salari medio-bassi. Un agenda stretta e chiara (salari, scuola, ricerca, riforma della pubblica amministrazione e liberalizzazioni) davanti alla quale sia difficile dire di no. Anche su tutto ciò potrebbe rivelarsi inutile: se si arrivasse al referendum i piccoli partiti non avrebbero remore a fare cadere il governo.

E così, nelle chiacchere dei politici, prende sempre di più corpo l’ipotesi di un governo di transizione. Verso che cosa non si sa, ma tant’è. Berlusconi ha già dato la sua disponibilità. Veltroni è contrario: le riforme vorrebbe farle lui. Per D’Alema sarebbe la rivincita nella sfida con Water. Fini per ora tace ma non ha alternative. Casini invece non perde tempo e lancia addirittura due nomi per guidare un fututo governo delle riforme: Marini o Draghi. Intanto dalla cricca berlusconiana giunge notizia che, dopo Fisichella, un altro senatore della maggioranza sta per passare armi e bagagli con il centrodestra. Pallaro e Manzione sono gli indiziati.

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Accanimento terapeutico

22 dicembre 2007

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E così Prodi mangerà il Panettone. Governa appeso a un filo ma intanto è ancora lì. Ieri la Finanziaria 2008 e il ddl collegato sul welfare hanno incassato l’ultimo e definitivo sì del Senato. Il governo ha utilizzato il ricorso alla fiducia. E i senatori a vita si sono rivelati ancora una volta decisivi.

La maggioranza tiene anche se da più parti è stato invocato un cambio di passo. Su questo punto il premier ha ceduto e a gennaio si troverà alle prese con una verifica dagli esiti incerti. Segnatevi la data: 10 gennaio. Quel giorno i partiti di maggioranza si troveranno attorno ad un tavolo per discutere di riforme, di programma, di tutto. A lamentarsi sono soprattutto i centristi: chiedono qualche poltrona in più (vedi Dini) e garanzie sulla legge elettorale (vedi Mastella).

Il Professore prova a scherzare: “Non vedete come sorrido? Dureremo 60 mesi”. Ma intanto dopo il tour de force in Senato Prodi è costretto a contare le perdite e a contemplare lo stato di pre-crisi del suo governo. Quel che è peggio, d’ora in avanti perfino l’apporto dei senatori a vita potrebbe non essere più sufficiente. Fisichella, Dini, D’Amico, Scalera, Bordon e Manzione hanno messo agli atti che l’esecutivo è arrivato al capolinea e che da gennaio Prodi non avrà più il loro sostegno. Perso per strada anche l’ex rifondarolo Franco Turigliatto. Lui fa “opposizione da sinistra”.  

Berlusconi ci crede. Prodi spera di riuscire a mettere tutti d’accordo, magari ripartendo con un provvedimento a favore dei salari medio-bassi. Sarebbe l’ennesimo miracolo, ma per ora la verifica è un campo minato. E intanto Silvio ieri è uscito allo scoperto e ha ammesso: “Per me va bene pure un governo tecnico di pochi mesi che faccia la legge elettorale”. Poi il Cavaliere (contestato a Roma dai centri sociali con lancio di uova) ha esternato la sua ultima profezia: “Prodi cadrà a gennaio. Ho parlato con Napolitano e anche lui sa che siamo agli sgoccioli”.  

La crisi del governo pare vicina. La svolta potrebbe avvenire con la formazione del nuovo gruppo parlamentare di Dini e gli altri. In questo caso non servirebbe neanche un voto di fiducia. Il Capo dello Stato pensa già al futuro. Nel Palazzo impazza il totonomi sul nuovo premier di un eventuale governo di transizione: salgono le quotazioni di Dini e Amato, scendono quelle di Marini. Uno scenario da brivido. Ma intanto servirebbe ad arrivare all’autunno. A ottobre sarà maturata la pensione dei parlamentari e tutti saranno un po’ più disponibili a tornare alle urne.


Comunisti e puttane

20 dicembre 2007

La love-story tra la Rai e Berlusconi si arricchisce di una nuova puntata. L’Espresso ha messo oggi in rete un colloquio telefonico tra il Cavaliere e il responsabile di Rai Fiction Saccà. L’affresco che emerge è desolante. Agostino è ossequioso: “Lei è amato nel paese, glielo dico senza piangeria”. Poi ci sono i giochi in azienda (“Urbani fa lo stronzo”) e la fissa di Bossi per la fiction su Barbarossa. Imperdibile Berlusconi che raccomanda le attricette perchè sta “cercando di avere la maggioranza in Senato”.

Le telefonate sono in rete, il Cavalire è furioso: “Un attacco criminale alla privacy. Sono stato esposto al pubblico ludibrio senza motivo”. Poi l’affondo: in Rai lavora solo “chi si prostituisce o chi è di sinistra”. Parole dette da chi, nella telefonata con Saccà, “suggerisce” il nome di alcune avvenenti attrici (non di sinistra). In particolare il Cavaliere insiste su Evelina Manna, avvenente signorina legata a un senatore della maggioranza: un parlamentare centrista che Berlusconi cerca di convincere a cambiare schieramento. C’è chi dice che non ci sia niente di penalmente rilevante.

Ma la magistratura di Napoli crede di sì. Berlusconi è indagato per corruzione. Secondo l’accusa, avrebbe corrotto il dirigente Rai chiedendogli di far lavorare alcune attrici da lui “nominativamente indicate”, in cambio del “sostegno imprenditoriale, politico e comunque economico alle iniziative private di Saccà”. Come il progetto di produzioni televisive Pegasus. Gli avvocati difensori contestano non solo l’esistenza del reato ma anche la competenza territoriale dei magistrati partenopei. Ma la Procura è intenzionata a chiedere il rinvio a giudizio dell’ex presidente del Consiglio. Chi vivrà, vedrà.


E la folla gli diede alla testa

15 dicembre 2007

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Oggi vi raccontiamo una storia. Ci sono alcuni senatori che vogliono fare cadere un governo votando “no” ad una Finanziaria. I magistrati di quel bizzarro Paese non ci stanno: decidono così di pedinare, filmare e poi interrogare per ore questi parlamentari e li costringono (non si sa bene come) a votare “sì” e a tenere in vita il governo. Il copyright non è nostro ma di Silvio.

L’ultima delirante accusa contro “l’armata rossa della magistratura” Berlusconi la lancia da Bologna durante un comizio ad un gazebo del Pdl. L’accoglienza non era stata trionfale: l’arrivo di Silvio era stato accompagnato da cori come “scemo” e “buffone” e da un cartello con su scritto: “Fatti processare”. Ma lui è un fiume in piena: “Ho usato un metodo maieutico-socratico per convincere una decina di senatori della Margherita a passare con noi, ma questi sono stati interrogati e intimoriti dai pubblici ministeri”. Poi la perla: “La differenza tra noi e la sinistra è che noi abbiamo il sole in tasca”.  

Tra gli (ex) alleati l’imbarazzo regna sovrano. Tutti ritengono che questa volta Silvio l’ha sparata troppo grossa. Cesa chiede a Berlusconi di “evitare di spargere veleno”. La maggioranza è sbigottita. Chiti liquida le dichiarazioni berlusconiane come “roba da matti” mentre per Giordano “siamo in un film di fantascienza”. In qualcuno comincia persino a frsi strada l’idea che dialogare con un personaggio simile non sia cosa saggia. Ma in soccorso di Berlusconi si precipita Franceschini. Il numero due del Pd arriva addirittura a giustificare il delirio berlusconiano: “Nei comizi rischia di farsi prendere la mano e spararla troppo grossa”. Intanto Veltroni tace. Lui deve fare l’inciucio.