Pizzeria La Rosa Bianca

31 gennaio 2008

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Moriremo democristiani. L’incubo della balena bianca è tornato. Merito della scissione di due (ex) Udc: Mario Baccini e Bruno Tabacci. Gemelli diversi, c’è già chi parla di “Tabaccini”. Il primo è un politico da piazza, vicino a Ruini, firmatario del Manifesto di Pezzotta. L’altro è l’incarnazione dell’operosa Dc lombarda.

Baccini è stato l’unico a sfilarsi dal documento di fedeltà alla linea Casini-Cesa delle “elezioni subito”. Il lombardo Tabacci (aria da professore, già presidente della regione, ottimi rapporti con gli industriali e i volenterosi dei due schieramenti: da Tremonti a Bersani), gli è poi andato dietro. Poca cosa dal punto di vista numerico (un deputato e un senatore), molto da quello politico: il 18 per cento dell’Udc è in mano loro. I due ci credono: “Serve una iniziativa nuova al centro. Potrà essere una Rosa Bianca, un fiore offerto alla speranza degli italiani”.

Il giudizio di Casini è piccato: “Inutile, non vale neanche la pena di parlarne”. La prima (e unica) adesione, per ora, è quella di Savino Pezzotta, ex sindacalista e organizzatore del Family-day. Hanno risposto “picche” il presidente di Confindustria Montezemolo e l’ex commissario Ue Monti. Il Pd già strizza l’occhio al nuovo movimento politico. E lo fa con le parole di Follini: “Una scelta che merita comprensione”. E poi c’è Di Pietro. Tonino gioca su più tavoli: tiene buoni rapporti col Pd e flirta con i post-dc.

Intanto Napolitano ha incaricato Marini di formare un governo per fare la legge elettorale. Il presidente del Senato avrebbe posto come condizione il via libera da parte di Berlusconi: “O convinco il Cavaliere o rinuncio all’impresa. Non farò la caccia al senatore”. Il Cavaliere non ci pensa nemmeno. An e Casini sono con lui. Insomma, serve un miracolo. La Lega, pacatamente, ha gridato al golpe e ha annunciato l’Aventino padano: “Se nasce un governo ritiriamo i nostri parlamentari”.


Waiting for the miracle

30 gennaio 2008

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La crisi si avvita, le elezioni sono sempre più vicine. Le consultazioni sono terminate. L’Udc sta con Berlusconi. Chi contava su Casini per far nascere il nuovo governo è deluso. Tra i centristi Tabacci e Baccini sono insofferenti alla disciplina del partito ma non se la sentono di passare il guado da soli.

Perde quota l’ipotesi di un mandato pieno per formare un governo di altissimo profilo zeppo di personalità super partes. Napolitano opterà per una soluzione più sobria, quella di un “esploratore” (attenzione: il termine va spogliato di ogni connotazione romantica) che proverà a capire se è possibile un’intesa almeno sulla legge elettorale. Il nome? Sempre lo stesso: Franco Marini. Ma – allo stato attuale – il presidente del Senato non incontrerà le condizione per formare un nuovo governo. Comunque vada, si torna alle urne prima dell’estate (13 aprile?).

La pietra tombale sulla crisi l’ha messa Casini: “Niente governicchi né pasticci, è inutile perdere tempo, meglio le elezioni anticipate”. Oggi il leader dell’Udc incontrerà Berlusconi. Il Cavaliere potrebbe ammazzare per lui il famoso “vitello grasso”. Silvio ha già pronta l’offerta irrifiutabile per l’amico ritrovato: ministero degli Esteri. Veltroni pare ormai rassegnato. L’uncico che resiste sulla linea del Piave è D’Alema: le elezioni a primavera regalerebbero a Walter la possibilità di scegliere tutti i candidati del Pd. E a quel punto addio baffino.

Marini ci proverà lo stesso. Quante possibiltà di successo ha? Praticamente zero. I poteri forti sono con lui: Ue, vescovi, Confindustria e Confcommercio hanno ribadito la necessità di una nuova legge elettorale prima di andare al voto. Ma non basta. Berlusconi è irremovibile. Casini da solo non si muove. Mastella non sembra disposto a tornare indietro. Dini forse sì, ma non basta. A quel punto la parola tornerebbe a Napolitano e l’unica via d’uscita sarebbero le elezioni a primavera. E poi tre anni di Silvio, due di Fini (l’accordo per la staffetta c’è già) e nel 2013 il Cavaliere pronto per la presidenza della Repubblica.

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SPECIALE CRISI: le “quote” di Pornopolitica:
Elezioni (80%) (favorevoli: Forza Italia, An, Lega, La Destra, Udeur)
Governo per le riforme (20%) (favorevoli: Pd, Rifondazione, Udc, Pdci, Verdi, Italia dei Valori, Radicali, Liberaldemocratici) – (papabile: Marini)
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Il nuovo che avanza

29 gennaio 2008

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Franco Marini, nato il 9 aprile 1933 a San Pio delle Camere. Giuliano Amato, classe 1938 from Torino. Centoquarantaquattro anni in due. Per uscire dalla crisi di governo, il Paese si affida a loro. Sì, perchè nonostante la minaccia berlusconiana di convogliare a Roma milioni persone, Giorgio Napolitano non pare disposto a sciogliere le Camere.

Ma c’è di più. Anzichè conferire al presidente del Senato o al ministro dell’Interno un semplice mandato esplorativo (della serie “senti un po’ che aria tira in Parlamento e poi mi riferisci”), il Capo dello Stato ha intenzone di conferire un mandato pieno. Il Quirinale mira a un governo con un obiettivo chiaro: riforma elettorale e misure di sostegno ai salari. Se Marini (o Amato, fate voi) otterrà la fiducia procederà con la formazione di un governo. Se andrà male, sfratterà Prodi da Palazzo Chigi e gestirà gli affari correnti da qui alle elezioni.

Oggi al Quirinale salgono il Pd e Berlusconi. Il leader di Forza Italia chiederà le elezioni. La risposta sarà “no”. Anche perchè Casini ieri, nel colloquio con Napolitano, ha invocato “un governo di pacificazione tra le forze più responsabili dei due schieramenti”. Guarda caso, le stesse parole usate da Montezemolo. E dal Vaticano. Il Pd è già pronto a festeggiare. Il veltroniano Relacci ha scoperto le carte: “A noi va bene un governo del presidente anche se Forza Italia non fosse d’accordo”. I voti mancanti li metterebbero Rifondazione e i “nanetti” di sinistra. E il gioco sarebbe fatto.

Dentro Forza Italia il panico la fa da padrone. Cichitto, stratega (?) del Cavaliere, ha lanciato l’allarme: “Se si cambia una virgola della legge elettorale, entriamo in un meccanismo per cui non si vota a giugno ma tra qualche anno”. Lega e An restano ferme sulla richiesta di elezioni anticipate. D’Alema e Rutelli sono i più convinti sostenitori di un governo del presidente. Veltroni ha qualche dubbio. I prodiani sono i più battaglieri: come dice Rosy Bindi “o c’è un governo di larga coalizione o c’è solo Prodi”. E poi c’è ancora da fare pagare il conto a Walter per la caduta di Romano.

Amato e Marini non sono intercambiabili. Il primo potrebbe insediarsi alla guida di un governo “politico” con un orizzonte temporale di 15-18 mesi. Questa opzione prevede l’appoggio dell’Udc. D’Alema ci sta lavorando. Anche le gerarchie cattoliche sono contrarie alle elezioni anticipate. L’ipotesi-Marini consiste invece in un esecutivo composto da tecnici ma servirebbe l’appoggio (o almeno l’astensione) di Forza Italia. L’ex sindacalista Cisl ha un altro punto a suo favore: la sua ascesa a Palazzo Chigi libererebbe la poltrona della presidenza del Senato: il Pd la potrebbe offrirla a qualche Udc (leggi Baccini) o a qualche colomba di Forza Italia (leggi Pisanu).

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SPECIALE CRISI: le “quote” di Pornopolitica:
Elezioni (60%) (favorevoli: Forza Italia, An, Lega, La Destra, Udeur, Pdci)
Governo per le riforme (40%) (favorevoli: Pd, Rifondazione, Udc, Verdi, Italia dei Valori, Radicali, Liberaldemocratici) – (papabili: Marini, Amato, Draghi)
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Il grande freddo

26 gennaio 2008

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Eccoci catapultati nel labirinto della crisi del secondo governo Prodi. Di nuovo, c’è ben poco. Napolitano ha avviato le consultazioni. Termineranno martedì ma è prevedibile un secondo giro di incontri. Insomma, si va per le lunghe.

Il Pd rompe gli indugi e punta tutto su un governo per le riforme. Che è anche l’obiettivo di Napolitano. Il partito del “no-voto” incassa pure l’appoggio di Montezemolo: “Prima di andare alle urne serve una nuova legge elettorale”. Marini fa sapere di non essere interessato a diventare premier, ma ci credono in pochi. E anche Prodi si sfila: “Niente reincarico. Adesso farò il nonno”. Veltroni punta tutto su Casini. Il leader dell’Udc prima risponde “presente”, poi in serata gela Walter: “Devi convincere anche Berlusconi, io da solo non faccio giochini”.

Ma il Cavaliere è irremovibile. Neanche l’ipotesi di incaricare per il governo-ponte il fido Gianni Letta convince Silvio. L’animale fiuta il sangue (di Veltroni) e tira dritto per la sua strada. In due mesi può tornare a Palazzo Chigi. I sondaggi lo danno dieci punti percentuali sopra la sinistra. Gli appelli alla responsabilità di Napolitano, Montezemolo, Veltroni e Casini non lo turbano per niente: “Alla gente di una nuova legge elettorale non importa un fico”. Poi una minaccia agli alleati in odor di tradimento: “Se l’Udc appoggiasse un governo istituzionale, non avrebbe più futuro politico”.

Intanto nel Pd scatta la resa dei conti. Il prodiano Parisi chiede “un’autocritica”. L’idea che il governo sia caduto per la follia veltroniana di un Pd alle urne in solitaria, resta. L’altra sera anche Rosy Bindi (ospite da Santoro) non ha trattenuto la sua rabbia contro Walter. Prodi per ora è un agnellino. Fedele alla linea. Nessuno screzio con Veltroni, anzi “riconoscenza per il sostegno ricevuto”. Il premier dimissionario ostenta massima disciplina e conferma che “bisogna fare di tutto per evitare le elezioni”. Ma è una tregua armata, non durerà. Il Professore medita vendetta.

Berlusconi invece non aspetta il via e scatta in campagna elettorale. Da Napoli – in un comizio davanti al movimento di Sergio De Gregorio, “Italiani nel mondo” – annuncia addirittura i primi provvedimenti del suo futuro governo. Si va dall’abolizione dell’Ici sulla prima casa ad un disegno di legge che limiterà le intercettazioni. E si magistrati ne ordineranno di illegali “cinque anni di prigione e altrettanti per chi le esegue”. Solo due milioni di euro di multa invece per i giornali che le pubblicano. Silvio è proiettato verso il voto: una fidata cricca di consiglieri-professori-intellettuali è già al lavoro sul programma. A Porta a Porta è già pronta la scrivania.

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Speciale crisi: le “quote” di Pornopolitica:
Elezioni (65%) (favorevoli: Forza Italia, An, Lega, La Destra, Udeur, Verdi, Pdci, Italia dei Valori)
Governo per le riforme (35%) (favorevoli: Pd, Rifondazione, Udc, Radicali, Liberaldemocratici) – (papabili: Marini, Letta, Draghi, Amato)
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Così muore un italiano (2)

25 gennaio 2008

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E adesso che succederà? Prodi si è dimesso, il Senato l’ha scaricato. L’arbitro della crisi diventa Napolitano. L’intenzione del Quirinale è nota: sciogliere le Camere per chiamare gli italiani al voto non prima che sia stata aggiustata la legge elettorale. Ma per cambiarla serve un altro governo, anche se di breve durata. E allora via alle consultazioni.

La prima ipotesi sul tavolo è il voto a primavera. La rivincita è dietro l’angolo, chi ferma più il Cavaliere? Non certo Fini: insieme hanno assistito in tivù all’agonia del governo. Quanto a Casini, lui sì che farebbe l’esecutivo di tregua cui pensa Napolitano. Ma con chi? Il centrosinistra cade a pezzi e il leader dell’Udc – per ora – preferisce starne alla larga. Il vertice del Pd intanto viene messo sul banco degli imputati. Veltroni è nella bufera: il Cavaliere lo ha prima sedotto e poi abbandonato, i fedelissimi di Prodi lo ritengono il primo responsabile della crisi.

Berlusconi e Fini rendono a Prodi l’onore delle armi. Ma l’orgoglio del professore ha avvelenato i pozzi, ha impedito ogni altro tentativo di fare un governo istituzionale per le riforme. I due leader di centrodestra chiederanno a Napolitano elezioni immediate. Ma come andarci? Con la vecchia formula della Casa delle libertà? No di certo. L’ipotesi del Cavaliere è di creare una federazioni di partiti dentro cui assorbire tutti i “moderati”. Anche Mastella che ora si trova in mezzo al guado. Folgorato sulla via di Arcore dalla promessa di trenta parlamentari. Il problema è che il leader dell’Udeur non lo vuole Bossi; Fini ha molti dubbi; e Casini non lo imbarca.

Veltroni vuole evitare le elezioni. Walter ha un nome in testa per l’esecutivo-ponte: Gianni Letta. Ma i prodiani sono contrari. La tribù del “no-voto” ha come riferimento Napolitano e che conta anche personaggi autorevoli come Marini, D’Alema, Rutelli. Il loro schema è semplice: mettere in campo un governo per introdurre il sistema tedesco guidato dal presidente del Senato, Marini. “È l’unica chance che abbiamo – conferma D’Alema – per evitare un voto che potrebbe trasformarsi in una catastrofe”. Gli altri nomi sono noti: Amato, Draghi o Monti. Le consultazioni si annunciano lunghe e approfondite. Sette o dieci giorni almeno. 

A sinistra la notte dei lunghi coltelli pare appena iniziata. “Gli strateghi del Pd”: così Prodi definisce in modo sprezzante Veltroni e i suoi. Parisi parla di un “Pd inciucista”, mettendo in dubbio il fatto che debba essere per forza Veltroni “a candidarsi a premier alle elezioni”. Il sindaco di Roma si difende come può: “Non l’ho fatto mica cadere io ma Mastella”. Ma al Professore non basta: adesso se ne starà in silenzio qualche giorno poi comincerà la sua guerra di logoramento contro Walter. Potrebbe accadere anche di peggio, però. Il timore di Veltroni e dei suoi è che, se si andasse al voto già in primavera, possa nascere una “lista per Prodi”. Un Ulivo versione mignon contro il Partito democratico. Quando glielo hanno raccontato, Berlusconi non la smetteva più di ridere.


Così muore un italiano

24 gennaio 2008

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Ore 20.50 – E’ finita. Il governo Prodi è caduto. E’ crisi. Il Senato ha negato la fiducia al premier: 161 no e 156 sì. Andreotti non ha votato. Decisivi i “no” di Dini, Fisichella, Turigliatto e Mastella. Berlusconi e Fini chiedono di andare alle urne. La parola passa a Napolitano. L’opposizione brinda in Aula con lo spumante.


“Frocio, cesso, troia”

24 gennaio 2008

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Nel giorno delle dimissioni di Romano Prodi la galleria degli orrori d’Italia si arrichisce di una nuova imperdibile puntata. Nuccio Cusumano, senatore Udeur, si dissocia da Mastella e vota la fiducia al governo. Il “traditore” viene aggredito e ricoperto da insulti dal suo collega di partito Tommaso Barbato. Nella bolgia del Senato si percepiscono parole di stima: “Frocio, cesso, troia”. 

Il presidente Franco Marini è costretto a sospendere la seduta. Barbato intanto chiarisce il concetto apostrofando il collega di partito con un classico “pezzo di merda”. Il tutto accompagnato da (in rigoroso ordine): 1) corna 2) sputo in faccia 3) gesto della pistola. Cusumano piange, poi, colto da malore, viene portato via da Palazzo Madama in barella pochi minuti dopo. Tommaso Barbato fuori dall’aula viene intercettato dai cronisti: “Cusumano è un accattone”. Poi continua: “Questo Paese non risorgerà mai se ci sarà gente di merda a rappresentarlo”. Ora rileggete l’ultima frase.