Fuoco amico

Per ora sono scricchiolii, presto potrebbero diventare un terremoto. Il buono è Veltroni, Marini fa il brutto, D’Alema – inevitabilmente – il cattivo. I big democratici lustrano i fucili, nel mirino c’è Walter. La sua leadership (per ora) non si discute ma sulla linea politica del Pd sta per esplodere la battaglia. Rosy Bindi la mette così: “Guai ad archiviare l’eredità di Prodi con un semplice saluto, quell’eredità è l’Ulivo, il nostro Dna, le radici della nostra storia”. Tutti chiedono più collegialità. La parentesi di “Veltroni uomo solo al comando” è finita; tramonta il progetto del “partito liquido”, quello che parla un linguaggio pop, soggiorna al loft e promette uno choc d’innovazione.

La resa dei conti post-elettorale passa per la nomina dei capigruppo e la composizione della segretaria del partito. Per la presidenza dei due gruppi parlamentari D’Alema punta su Bersani alla Camera e Follini al Senato. Veltroni vorrebbe confermare gli uscenti Soro e Finocchiaro, mentre pensa a Bersani come ministro dell’Economia nel governo ombra. Walter non può permettersi la conta su candidature contrapposte e prova a starne alla larga: “Vorrei che sia scritto sulla mia lapide: non ha mai partecipato a una corrente”. La legge del bilancino prevede comunque che alla Camera resti un popolare e al Senato un diessino. Lo schema potrebbe allora essere Fioroni a Montecitorio e Chiti, Latorre o Morando a Palazzo Madama.

L’altra grana per Veltroni è il destino del suo braccio destro Goffredo Bettini. E qui entra in scena Giuseppe Fioroni, braccio destro di Marini, che punta alla carica di coordinatore del partito finora ricoperta da Bettini. Nelle intenzioni della componente ex Margherita, la missione di Fioroni è di contenere lo “strapotere” di Bettini. L’operazione sarebbe completa se alla presidenza del partito, come sembra probabile, andrà proprio Franco Marini, che però continua a schermirsi dicendo di essere troppo vecchio e di voler favorire il rinnovo della classe dirigente. Goffredone fiuta la tempesta e ammonisce dalemiani, popolari e prodiani con un diplomatico “dobbiamo imparare a fare squadra”. I ribelli gli rinfacciano un’intervista nella quale Bettini, a pochi giorni dal voto, affermava che se il Pd non avesse raggiunto il 35 per cento si sarebbe ridiscusso tutto.

Per ora la priorità è conservare Roma, perché un insuccesso al Campidoglio rischierebbe di scoperchiare la botola nella quale finora sono stati rinchiusi i malumori dei tanti maggiorenti. D’Alema ha cominciato a muovere le sue pedine incontrando Casini. Non solo: il leader Massimo ritiene che sia necessario riaprire un dialogo anche con Rifondazione comunista. Uno schiaffo al “partito che va da solo” voluto da Veltroni, alla “vocazione maggioritaria” del Pd. D’Alema la pensa diversamente. Come dimostra anche un articolo di uno dei suoi più fedeli sodali, Roberto Gualtieri, che sul Riformista sostiene la necessità di creare nuove alleanze.

E poi c’è la questione del Pd del Nord, una Lega “democratica”. La questione appassiona e divide le varie anime del partito. Una discussione bifronte: da un lato il progetto di Cofferati di un Pd federale ma, si badi bene, non un partito federato col Pd. E qui sta la differenza con l’altra proposta, l’atto di coraggio chiesto da Ezio Mauro su Repubblica: “Andare da un notaio e firmare l’atto di nascita del Pd del Nord, federato al partito”. Veltroni si trincera dietro la discutibile affermazione che la vittoria era una missione impossibile, anche se, come osserva Giovanni Sartori, non s’è mai vista una campagna elettorale senz’attacchi all’avversario e con nuove candidature così infelici.

L’anima popolare del Pd teme che il partito diventi in un Pci del terzo millennio. Marini e Fioroni hanno però interpretato l’incontro di D’Alema con Casini come un affronto: ipotizzare un’alleanza futura con l’Udc significherebbe infatti ridurre a un ruolo marginale i cattolici che militano nel Pd, evidenziare l’incapacità a intercettare i consensi al centro. Intanto al loft è tornata in voga una battuta di Veltroni, che anni fa equiparò D’Alema a Giovanni Trapattoni, “perché Massimo come il Trap gioca sempre con lo stesso schema: Dc-Pci”. Walter invece lo schema lo cambia continuamente. A Vicenza si è sentito imprenditore, in Emilia tuta blu, a Trieste viveva suo nonno, a Milano andava col padre, nelle librerie di sinistra era Zapatero, con i moderati Sarkozy, negli oratori Don Milani. Adesso il gioco è finito. Nel Pd c’è chi vuole tornare a fare politica.

2 Responses to Fuoco amico

  1. adelmo ha detto:

    manca la seconda parte
    quale sarebbe la politica che si vuole tornare a fare? O è solo guerra inerna al PD?

  2. […] ballottaggio per il Campidoglio, Rutelli e Alemanno si giocano la poltrona da sindaco, Veltroni la leadership del […]

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