Perdenti S.p.a (seconda puntata)

27 maggio 2008

Nelle tasche della generazione che non cresce
(La prima puntata è qui)

Il familynet
Poi c’è la questione familiare. I ragazzi escono di casa, mediamente, a trentacinque anni. Il 68 per cento dei giovani fra i venticinque e i trent’anni vive con i genitori. Sperando di raggiungere le loro garanzie granitiche: una chimera. Oppure, di sostituire il padre nel suo mestiere. La mobilità sociale- raccontano i dati del Censis- si è praticamente azzerata. Giovanni Floris, conduttore di Ballarò, all’epidemia delle raccomandazioni ha dedicato un intero libro. «Se il sistema funziona», scrive, «è perché il Paese ama farlo funzionare: noi le raccomandazioni ce le meritiamo». I dati sono da lacrime.

Solo il 3 per cento dei figli di operai riesce a diventare imprenditore, dirigente o libero professionista. Floris, per descrivere la situazione italiana, usa una metafora particolarmente efficace. «Se gareggiassero tutti sui 100 metri, i figli dei ricchi partirebbero dalla linea del via e i figli dei poveri si sistemerebbero 30 metri indietro, con una cintura di pesi piombati legati alla vita, senza scarpe, con il pubblico dello stadio che tifa contro e l’allenatore che ride loro in faccia». Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. L’80 per cento delle aziende a controllo familiare scompare entro la terza generazione, due imprese su tre falliscono nel periodo di passaggio fra la prima e la seconda.

L’esercito dei perpetui
L’ultimo nodo è legato alla politica. Mello vede spiragli nella leadership veltroniana: «Una svolta si è vista. L’estromissione di Di Mita e della politica che questo geneticamente rappresenta è sicuramente una buona notizia». Sull’ultimo numero del Mulino, il professor Rosina racconta l’incapacità di una sterzata, a dieci anni esatti dalla proposta “illuminata”di Mario Monti, lo sciopero generazionale. Ora rincara la dose. «La classe politica che ha occupato le principali posizioni di potere dopo il 1992 non si è poi più rimessa in discussione. Nessuno si è più messo da parte, indipendentemente dal fatto che abbia governato bene o male, che abbia vinto o meno. Il rinnovo ai posti di comando avviene solo quando accade qualche evento che costringe tutti a fare un passo indietro, come è stato con Tangentopoli».

Secondo Rosina, per far ripartire il Paese, è necessario un trauma. Perché scoppi una rivolta giovanile, spiega, servono due condizioni: «La prima è che ci sia una coscienza diffusa dello svantaggio e dell’iniquità che caratterizza la propria situazione. E questo forse c’è. Manca però la seconda condizione, quella del passaggio dal malcontento generalizzato dei singoli individui all’unione coordinata che diventi spinta per il cambiamento. I giovani italiani hanno chiesto individualmente sostegno e aiuto ai lori genitori invece che protestare collettivamente, come invece hanno fatto i coetanei francesi. Ma la bomba della rivolta è anche annacquata dallo stesso aumento delle condizioni di difficoltà e incertezza, che hanno verosimilmente contribuito a mantenere il conflitto generazionale sotto la soglia di rischio. La condizione di precarietà costringe i giovani a rimanere quotidianamente preoccupati del proprio percorso individuale. A mantenere quindi costantemente lo sguardo verso il basso per decidere come e dove posare il piede, passo dopo passo».

Non è un paese per vecchi
La questione anagrafica è nota: Berlusconi e Prodi sono diventati premier per la prima volta a 57 anni, Blair ha iniziato il suo decennio a 43. Zapatero a 45. Veltroni ha iniziato la sua corsa alla stessa età in cui l’ex leader britannico lasciava spazio a Gordon Brown. L’ex sindaco di Roma ha aperto il Pd a qualche trentenne. Secondo il professor Rosina «l’operazione del Pd e la sensibilità manifestata da Veltroni verso le nuove generazioni sono senz’altro segnali importanti, ma del tutto insufficienti. Il reclutamento dei giovani continua ad avvenire sulla base della cooptazione, non del merito. Non trovano spazio i migliori, ma solamente i figli di papà e quelli che sono più funzionali allo status quo. Le idee nuove e il cambiamento difficilmente riescono in questo modo ad imporsi».
Anche Rimassa storce il naso: «Nel Pd ci sono tutti quelli che ci hanno governato negli ultimi soporiferi due anni. L’obbligo è cambiare il paese, non il governo. La generazione dei trentenni è stata tradita dalla politica. La soluzione? Ce l’abbiamo sotto gli occhi: un premier forte con idee chiare e la possibilità di metterle in atto. Ma finchè non si capirà che i giovani non devono essere trattati come delle nullità o come una specie protetta si continuerà a perdere la sfida. Il problema è che, alla lunga, la sfida diventerà quasi impossibile».

Il vicario

Continua… 


Perdenti S.p.a. (Prima puntata)

26 maggio 2008

Nelle tasche della generazione che non cresce

«Ero a Cuba quando Fidel Castro si è dimesso, e chiacchieravo con un ragazzo che, a ventisette anni, parla cinque lingue. Spero basti per capire chi sono i giovani del terzo mondo. Che, a confronto con i giovani italiani, forse proprio del terzo mondo non sono». Alessandro Rimassa, trentenne autore di “Generazione mille euro”, il piccolo cult che ha fatto il giro delle librerie, ha le idee chiare. L’unico paese europeo che nel 2008 non crescerà è l’Italia: manca la spinta, l’energia. Mancano le possibilità, e l’economia resta ferma. Paralizzata.

«Le idee fresche ci sono», racconta Alessandro, «è solo che qui non esistono due concetti basilari per lo sviluppo: la trasparenza e la meritocrazia». Turismo, imprese, editoria, ricerca: pochi passi in avanti, molte frenate brusche. Le imprese che nel 2007 hanno sistemato i bilanci e ricominciato ad investire sono quelle storiche, quelle dei capitani d’azienda che hanno attraversato mezzo novecento. I settimanali di destra premono: qualcuno riesce ad emergere. E piazzano in copertina le anime candide dai lavori improbabili: vj, designer di moda, costruttori di quod, arredatori di loft. Come se fosse lo scarto, a segnare il passo. Come se alla maggior parte degli under trenta fosse mancata l’astuzia. Come se l’astuzia, nel 2008, fosse l’unica arma rimasta. Cercano di accelerare, i settimanali di destra, ma non si accorgono che sventolare i visi glabri delle piccole star equivale a dichiarare bandiera bianca.

Secondo Federico Mello, l’autore del saggio-rap “L’Italia spiegata a mio nonno”, «c’è un clima generale di ostilità all’innovazione e di timore del futuro. E’ la nostra storia», spiega, «che invece di essere uno stimolo rischia di schiacciarci sotto il suo peso». Dati alla mano, infatti, emergono le voragini che separano il Belpaese dal resto dell’Unione europea. Tra il 1990 e il 2004, il prodotto interno lordo in Italia è cresciuto a un tasso medio annuo dell’1,4 per cento, contro quasi il 3 per cento della Spagna e il 6,4 per cento dell’Irlanda. E, nel 2008, il rischio è che la crescita italiana di fermi, del tutto. L’analisi di Tito Boeri, docente all’Università Bocconi e capo del think thank “La voce”, è spietata: «Sono in molti ad essere consapevoli di questo rischio. Chi guarda alla squadra più che ai singoli, chi osserva la performance dell’economia italiana, lo chiama declino. Chi invece si sofferma sui particolari, pensando alla situazione economica della propria famiglia, lo chiama impoverimento».

Contro i giovani
Uno dei nodi più discussi è quello del lavoro. Secondo la sinistra massimalista, l’introduzione dei contratti a tempo determinato è stato l’ennesimo atto di vassallaggio nei confronti della grande industria. Secondo la destra liberale, un bonus per incentivare la freschezza dei rapporti fra impiegati e imprenditori. In realtà la disoccupazione giovanile è diminuita- solo un under 25 su cinque, in Italia, è senza lavoro- ma, come sottolinea Boeri, si entra nel mondo professionale «da un ingresso secondario. Negli ultimi dieci anni, i giovani, hanno visto diminuire il loro salario mensile iniziale di oltre l’11 per cento». La prima busta paga, in media, fa segnare 1100 euro (lordi). Rimassa insiste sulla differenza fra flessibilità e precariato: «Il confine è chiarissimo. La flessibilità è una condizione necessaria, la precarietà è ciò che si mangia via la possibilità di spesa della gente. Ammazzando l’economia. La precarietà è lo sfruttare i lavoratori e non riconoscerne meriti, capacità, esperienza».

Gli fa eco Mello: «A me non interessa invecchiare sulla stessa scrivania, ma la flessibilità funziona se ci sono occasioni e possibilità, che in Italia scarseggiano. Inoltre, c’è la questione dello stato sociale. E’ impensabile parlare di flessibilità quando si cambiano le regole dei contratti ma il welfare rimane quello degli anni settanta. Se si cambia legislazione del lavoro senza cambiare lo stato sociale non è flessibilità, è una truffa». In Italia, i ragazzi iscritti al sindacato sono pochissimi. Gli ammortizzatori sociali sono inesistenti. Tornare indietro, rendere a tempo indeterminato tutti i contratti flessibili, è impossibile: la disoccupazione schizzerebbe al 10 per cento. Ma estendere i diritti anche i contratti atipici, sì, sarebbe un’operazione alla portata. Un’operazione che le sigle dovrebbero perseguire con forza, contro un sistema aziendale che preferisce sfruttare il lavoro per qualche mese, fregandosene di meriti e formazione.

Una soluzione per ripartire, spiega Boeri, è quella del contratto unico: «Bisogna smetterla di creare nuove figure contrattuali in cui i giovani finiscono per essere segregati e riformare i contratti tipici, quelli a tempo indeterminato». Dunque, un solo testo che preveda tre fasi: prova, inserimento, stabilità e che permetta di investire nella formazione, con una protezione contro i licenziamenti che si accresca gradualmente. «Questa forte protezione dell’impiego non è un deterrente alle assunzioni», chiude Boeri, che non dimentica- a differenza di Veltroni, che spinge per un minimo salariale mensile generico- la necessità di intervenire sulle paghe orarie che coprirebbe i tantissimi lavoratori lasciati fuori dalla contrattazione.

Il vicario

Continua domani….


L’aquila di Silvio

22 maggio 2008

Da Cologno Monzese a Strasburgo. O – se preferite – da “Ok il prezzo è giusto” al Parlamento europeo. Iva Zanicchi ce l’ha fatta. E’ diventata eurodeputato grazie al turn over elettorale di metà aprile. Nel 2004 rimase fuori per un pugno di voti, quando già si preparava a fare i bagagli: prima tra gli esclusi. Ma per l’aquila di Ligonchio è arrivato il tempo della rivincita.

La colpa è di Mario Mantovani, parlamentare europeo eletto senatore tra le file del Pdl e nominato da pochi giorni sottosegretario alle Infrastrutture. L’Iva nazionale è stata automaticamente eletta proprio grazie alle dimissioni di Mantovani. “I bambini e gli anziani saranno i miei primi impegni”, promette la Zanicchi. Dopo due cocenti trombature per la figlia dell’Emilia rossa fulminata sulla via di Arcore arriva l’atteso successo. E fa niente se con quattro anni di ritardo. La tre volte vincitrice di Sanremo siederà a Strasburgo. Ed è una fortuna: in caso di rinuncia della cantante e conduttrice il posto sarebbe andato ad Alessandro Cecchi Paone. 


Ballo di famiglia

20 maggio 2008

I “pargoli” di Cossiga e Colaninno, la moglie di Bassolino e la ex di Paolo Berlusconi. La storia di Barbara Pollastrini. Le storture della legge elettorale. I moralismi smascherati. Il nepotismo, la cooptazione. La casta che sfila, ossequiosa, di fronte ai big. Il Pd che promuove i portaborse, gregari dalle borracce riempite di veleno. “Onorevoli figli di” (Rinascita edizioni) è il ritratto fedele del parlamento italiano, la casa delle vacanze delle famiglie più potenti del Paese. Danilo Chirico e Raffaele Luppoli sono i giornalisti che hanno sfogliato l’albero genealogico della politica italiana.

Mi piacerebbe sapere come è nata l’idea di questo libro, e come si è sviluppata.
Un po’ per caso. Probabilmente è nata su skype, commentando l’’nnesima candidatura spot del Partito democratico. Quella di Matteo Colaninno (nella foto in alto), un giovane che s’è fatto da solo.

Avete avuto difficoltà nella pubblicazione?
No, Rinascita ha subito voluto fare il libro. Semmai il problema è andare in libreria: la distribuzione per le piccole case non è mai un granché. E questo nonostante arrivino richieste e sollecitazioni da più parti per leggere il nostro libro.

Entriamo nel merito. Dice Luca Montezemolo: “Non possiamo avere un Paese che, quando andiamo a vedere le liste elettorali, sono tutti figli di”. Però- e il vostro libro su questo è molto chiaro- il capitalismo italiano non fa niente perché si spezzi questa catena. E’ così? Perché non c’è un motore per il rinnovamento?
Nel libro c’è questa frase di Montezemolo. E c’è anche la storia di Matteo Colaninno. Purtroppo gli industriali italiani, come molti altri, guardano sempre altrove quando ci sono problemi da affrontare e risolvere. Anche sulla sicurezza sul posto di lavoro, che è un’altra emergenza nazionale, Montezemolo e soci hanno fatto così.

Il fenomeno della cooptazione, in politica, è bipartisan. Ma- all’ultimo giro di giostra- è stata soprattutto la sinistra a pagare. Come ve lo spiegate?
Forza Italia è un partito nato sulle conoscenze dirette del Cavaliere. E così nel Pdl anche questa volta ci sono parenti, amici, compagni di scuola, segretari, persino fisioterapisti e medici personali che sono diretta emanazione dell’attuale presidente del consiglio. Il numero è impressionante, le modalità di selezione le conoscevamo e non ci stupiscono. Sorprende, in senso negativo, il numero di figli, parenti, segretari e portaborse che ci sono nel Pd e anche nell’Italia dei valori di Antonio Di Pietro che fa il moralizzatore ma troppo spesso guarda lontano da sé. Basta sfogliare le liste per rendersi conto che la militanza nei partiti, anche in quelli eredi di storie importanti come la Dc o il Pci, è stata sostituita dalla fedeltà al capo.

Ci sono “figli di” su cui si può scherzare (Madia, Stefani Craxi) e altri intoccabili. Perché?
Perché probabilmente tutto fa parte del sistema e il sistema è regolato dai rapporti di forza. E questo vale anche per i mezzi di informazione. Si gioca con la povera Marianna Madia, che pure è figlia-amica-collaboratrice di, forse per non concentrare l’attenzione sul fatto per esempio che, come ha detto Caldarola a proposito di Dario Franceschini, “tre ne aveva da sistemare e tre ne ha sistemati”. I tre sono i suoi portavoce.

Una delle cose più eclatanti è la rete di relazioni, non solo familistiche, che blocca l’Italia. Da decenni, nonostante le posizioni cambino anche velocemente, le facce sono quelle. Penso a Barbara Pollastrini. Avete voglia di raccontare un po’ ai nostri lettori il suo percorso?
Raccontiamo anche la storia di Barbara Pollastrini nel nostro libro, una storia interessante e istruttiva. Sotto molti punti di vista, nel bene e nel male. Ma il problema non è dei singoli, è del sistema politico a democrazia ridotta che s’è determinato. Questo libro non esprime giudizi su chi è stato eletto, semmai pone interrogativi su chi ha voluto questo sistema di voto e su chi ha compilato le liste. E’ vero che ci sono le liste bloccate, ed è un problema, ma è vero anche che si sarebbero potute valorizzare esperienze importanti, vere, reali. E non quelle a uso e consumo della comunicazione.

Su questo blog sono stati ospiti figli di assolutamente competenti. Chi salvate fra i migliaia di “famigliari” italiani? Chi brilla?
Abbiamo molta stima sia di Claudio Fava che di Nando Dalla Chiesa che ci ha anche regalato in un’intervista che pubblichiamo nel libro una interessante testimonianza sul sistema politico e partitico italiano. Da dentro. Non ne è venuto fuori un bel ritratto.

C’è una sensazione, soprattutto fra i giovani, spaventosa. Non solo che si impossibile far valere merito e talento. Ma, soprattutto, che chi non è “nella rete dei figli di” non esista, non abbia proprio una rappresentanza. E’ corretto? Anche voi avete questa impressione?
Tutte le statistiche ci raccontano di giovani che si sentono senza futuro e senza prospettive. E ci dicono che i ragazzi italiani sono i più tristi d’Europa e quelli con le peggiori possibilità. Non è un caso.

Mi raccontava qualche giorno fa Alessandro Rimassa, autore di “Generazione 1000 euro”: “La generazione dei trentenni è stata tradita dalla politica”. Siete d’accordo?
Non c’è assolutamente dubbio. La politica è poco credibile e racconta e rappresenta un’Italia che non esiste. Basta pensare alla precarietà del lavoro e delle vite, alle precarietà esistenziali a cui sono condannati i giovani da una classe politica che non s’accorge di quello che succede. E detto più banalmente basta leggere quanto è autoreferenziale il dibattito che c’è sui giornali ogni giorno.

Nell’Italia a crescita zero, quando conta il fattore “figli di”? E’ possibile che il Paese non corra proprio perché bloccato ai blocchi di partenza?
Il Paese è bloccato anche e soprattutto perché non offre le giuste possibilità alle energie, intelligenze, professionalità, creatività migliori. E’ una cosa molto preoccupante, è una colpa diffusa in una classe dirigente che pensa ad autoconservarsi piuttosto che al bene del Paese. Come dicono i professori universitari intervistati nel nostro libro, i criteri che hanno scalzato merito e pari opportunità per tutti sono i legami di fedeltà, di appartenenza e di dipendenza. Non è una buona notizia. Per i giovani e per il Paese.

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Il vicario


In alto a sinistra

19 maggio 2008

Gli anti-berlusconiani esistono ancora. Sparuta minoranza ma sono vivi e lottano in mezzo a noi. Francesco Pardi detto Pancho è uno di loro. Ed è anche il senatore più a sinistra del nuovo Parlamento italiano. Professore universitario di geologia, un passato in Potere Operaio, Pardi è stato arruolato da Di Pietro nell’Italia dei “Disvalori”, tanto per dirla con le parole del sempre più imbarazzante Cossiga.

La leggendaria società civile che entra in politica. Nel 2002 Pardi è tra i promotori dei girotondi. Toscano verace, diventa la voce di una base delusa e grida dal palco (Palavobis o Piazza Navona, fate voi) che bisogna “fare ostruzionismo sempre, con la rinuncia totale alla trattativa con Berlusconi” perché “un governo che si mette sotto i tacchi lo stato di diritto non si merita altro”. Qualcuno li accusò di celebrare il “tintinnio di manette”, loro replicarono di voler difendere la democrazia. Sei anni dopo poco è cambiato. Al posto di D’Alema c’è Veltroni, Silvio è sempre lì. Pancho Pardi oggi siede in Parlamento. Noi lo abbiamo intervistato. 

Allora Pardi, come giudica i suoi primi giorni nel “Palazzo”?
Come un necessario apprendistato. Presa di contatto con il luogo e con le persone. Conoscenza del nostro gruppo parlamentare. Ma ciò che mi ha colpito di più è la sostanziale indifferenza verso la sconfitta in gran parte dei componenti dell’opposizione.

Ce l’avrà mica col Pd?
Vedo una stupefacente capacità di adattamento: se si pensa che cinque mesi fa Berlusconi era considerato finito (dagli ingenui), sembra che la classe dirigente di centrosinistra abbia metabolizzato alla perfezione tutti gli errori con cui ha prodotto in pochissimo tempo una catastrofe di cui ora sembra non soffrire.

Perchè ha scelto l’Italia dei Valori?
Perchè è l’unico partito che ha saputo aprire un rapporto costruttivo con i movimenti e le liste civiche. Ha presentato candidati provenienti da quei mondi in quasi tutte le regioni italiane e alcuni di essi sono stati eletti.

La sua è una storia di sinistra. Di Pietro invece è un politico con valori che sono storicamente patrimonio della destra…
Questo è un luogo comune. Se aver demolito il processo penale a vantaggio degli imputati, soprattutto quelli potenti, e a danno delle parti lese, soprattutto quelle deboli, è un’azione di sinistra, non esito a schierarmi con chi ha provato a smantellare un sistema collusivo e corruttivo profondamente radicato nella società. Inoltre, in questi anni di esperienza politica Di Pietro ha affinato la sua sensibilità sociale.

Con Tonino va d’accordo?
Sì, i nostri rapporti sono sempre stati ottimi, fin dai nostri primi incontri nel 2002.

Secondo lei Berlusconi è ancora un pericolo per la democrazia?
Certo. Berlusconi era ineleggibile in base alla legge del ’57 che stabiliva l’ineleggibilità dei titolari di concessione d’interesse pubblico. La prova è che Confalonieri, che ora sta al suo posto, è ineleggibile per lo stesso motivo. Ma vale ancora di più il principio rispettato in tutte le democrazie normali: chi ha la proprietà di mezzi di comunicazione di massa è incompatibile con l’esercizio del potere politico. La presenza di Berlusconi al governo è un’anomalia istituzionale che non sarebbe tollerata in alcuna democrazia normale.

Prego?
E’ la verità. E aggiungo che per lo stesso motivo è improponibile la sua eventuale ascesa al Quirinale, ormai inesplicabilmente caldeggiata anche dalla grande stampa indipendente. Il duopolio televisivo, consolidato quando Berlusconi è all’opposizione, diventa monopolio quando va al governo. Quindi Berlusconi è un pericolo per la democrazia perché ha, più di qualsiasi altro soggetto, i mezzi per plasmare l’opinione pubblica e allo stesso tempo cogliere i frutti di questa azione insidiosa e incisiva.

Sta di fatto che milioni di italiani hanno votato una destra impresentabile. Sono tutti dei cretini?
Una parte cospicua di loro ha votato convinta di fare il proprio interesse. Vedremo se ha sbagliato o no. Poiché in Italia almeno il 30% dei cittadini è informata solo dalla televisione, una parte non trascurabile degli italiani ha votato sotto l’influenza di un potere mediatico che in trent’anni ha potuto modellare stili di vita e modelli di consumo.

Quindi sono cretini.
Sarebbe offensivo dirlo. Mettiamola così: esiste una larga fetta di popolazione che è facilmente orientabile da chi ne ha i mezzi.

Invidia qualcosa alla Lega di Bossi?
Sarei tentato di dire: il radicamento sociale. Ma in senso astratto. Non condivido nulla dei contenuti di quel radicamento.

Fini invece ha esordito con la gaffe su Di Pietro
Il suo comportamento è stato ingiustificabile. Il presidente della Camera dovrà adattarsi al fatto che la parola di chi interviene nell’assemblea elettiva non è sindacabile. Neanche dal presidente dell’aula.

Si rende conto di essere il politico più a sinistra del nuovo Parlamento?
Se fosse vero sarebbe un’ulteriore dimostrazione di quanto questa legge elettorale ha fatto per escludere milioni di elettori dalla rappresentanza politica.

Che ne dice del governo ombra di Veltroni?
Il commento più spiritoso l’ha fatto Bucchi in una vignetta: “Babbo, ora Berlusconi farà l’opposizione ombra?” – “Stai zitto imbecille”.

Troppo facile, così non è valido.
La questione è molto seria: per come viene pensato il governo ombra appare come uno dei due poli di un sistema bipartitico che non ammette pluralità.

Insomma: Veltroni vi ha sbattuto la porta infaccia…
Il Pd è stato autolesionista. Nel centrosinistra, la sinistra e i socialisti sono esclusi e IdV viene tenuta a distanza, mentre nel centrodestra la destra è dentro il partito unico e questo si tiene ben stretta l’alleanza con la Lega. Mi sembra un bipartitismo asimmetrico e tutto a danno del centrosinistra. E con la rapidità di pensiero della sua classe dirigente chissà quanti decenni ci metterà per accorgersene.

Però D’Alema sta tendando di aprire un dialogo con Udc e Sinistra arcobaleno.
E’ solo un modo di sparigliare nel dibattito interno al Pd e saggiare gli equilibri interni alla sua classe dirigente.

Ma almeno a Veltroni riconosce qualche merito?
No. Ad esempio non ho capito perché pochi mesi fa Walter non è stato alla finestra a guardare il tentativo di Fini e Casini di sostituire Berlusconi. I due luogotenenti stavano per far fuori il capo. Magari non ci sarebbero riusciti. Ma non c’era ragione di mettersi di mezzo.

Con il risultato di dare una mano al Cavaliere.
Esatto. Proprio in quel momento Veltroni ha attribuito a Berlusconi la patente di unico interlocutore per la riforma elettorale e le riforme istituzionali, ripetendo l’errore fatale di D’Alema con la Bicamerale.

E la scelta del Pd di andare da soli alle urne?
Altro errore. La teoria del partito a vocazione maggioritaria mi sembra solo un sistema molto efficace per andare in minoranza. E restarci per chissà per quanto tempo…

Di Pietro dice: “L’opposizione vera siamo noi”. Poi non esclude la possibilità di votare con la maggioranza sul pacchetto sicurezza. Che cos’è? Schizofrenia?
Anche il Pd si qualifica come opposizione e non esclude di votare su vari argomenti insieme alla maggioranza. Più che schizofrenia è una pratica su cui tutti i grandi organi di stampa stanno producendo una melassa insopportabile. Quanto alla questione sicurezza bisogna tenere conto che è un problema sentito e sofferto (e enfatizzato dal volenteroso aiuto dei media) in modo trasversale agli schieramenti politici.

Pensa che l’assenza dal Parlamento della Sinistra radicale sia un bene o un male? (Tenga conto che Di Pietro risponderebbe “un bene”…)
E’ un male. Non ci si può rallegrare se milioni di cittadini non sono rappresentati in Parlamento. Ma, anche se molto esagerata dalla distorsione prodotta dalla legge elettorale, è una punizione causata anche da gravi responsabilità della sua classe dirigente.

E’ d’accordo con le posizione del profeta Grillo?
Beppe ha la capacità di catalizzare ed esprimere il senso comune dei moltissimi cittadini che si sentono esclusi dalla possibilità di decidere sul proprio destino. Si è conquistato questo riconoscimento diffuso quando ha avuto il coraggio di dire pubblicamente verità taciute dai poteri ufficiali sugli inganni finanziari a danno dei piccoli azionisti. Nessuno aveva osato tanto. Tutti, dopo, hanno dovuto ammettere che aveva ragione. Non mi convince invece la tendenza di Grillo a considerare uguali centrodestra e centrosinistra, anche se ammetto che ormai da vari punti di vista si somigliano troppo.

Ci racconta un aneddoto che l’ha colpita in questi primi giorni da politico vero?
La processione dei molti che tributavano omaggi, saluti, pacche sulle spalle a Ciarrapico. Del resto è un rappresentante significativo dei settanta tra condannati, imputati, inquisiti e rinviati a giudizio approdati in Parlamento.


Onorevole MVB

16 maggio 2008

Che Brambilla! E improvvisamente Mara Carfagna parve una statista…


Premiata opposizione itagliana

14 maggio 2008

I maligni la chiamano “Agenzia del Risentimento”. Nei giorni del grande disgelo tra Berlusconi e il Pd, l’opposizione è cosa loro. E’ formata dal quartetto-meraviglia Grillo Giuseppe, Travaglio Marco, Santoro Michele e Di Pietro Antonio. Insieme possono attirare una montagna di voti, quelli dei delusi disillusi che non si identificano nell’opposizione soft di Veltroni. L’importante è tener duro, prima delle elezioni europee il Cavaliere qualche danno lo combinerà di certo. Quel giorno Di Pietro si farà trovare pronto, correrà in tv e sentenzierà: “Io l’avevo detto…”.

La piroetta, al solito, l’ha fatta Berlusconi. In molti si aspettavano un Cavaliere dialogante. Ma il premier, presentandosi ieri mattina a Montecitorio, ha superato ogni previsione: è stato addirittura avvolgente. Sobrio, pacato, moderato, doroteo. Pareva Vetroni. Il Pd lo ha applaudito tre volte in 25 minuti. Lusetti (Pd) si è sbottonato: “Berlusconi ci ha fatto un culo così! Per non battere le mani, ci siamo dovuti legare!”. La risposta a caldo è toccata a Fassino: “Onorevole Berlusconi non ho imbarazzo a dirle che abbiamo apprezzato il tono del suo discorso, lontano dall’aggressività passata…”. Da quel momento è stato un diluvio di complimenti reciproci. E tutti giù a sancire e commentare la “nascita della Terza Repubblica”.

Nel clima mieloso e buonista di questo inizio di legislatura Di Pietro ci sguazza. A Tonino la mano tesa del Cavaliere ricorda “la zampa del lupo” mentre il “discorso papista e pseudo-buonista” è uno stratagemma “per addormentare le coscienze e agire indisturbato”. Veltroni promette invece un’opposizione costruttiva: per il Pd è giunto il tempo del dialogo, delle “riforme condivise”, della fine di pregiudiziali e pregiudizi. Tramonta l’aspra contrapposizione tra le due Italie che hanno dominato la scena pubblica degli ultimi vent’anni. Insomma, una noia pazzesca. Floris e Mentana fiutano il clima e per spezzare il copione bipartisan invitano in studio Di Pietro. Tonino è scaltro, anche se parla una lingua incomprensibile. Litiga con tutti e rivendica con orgoglio il suo anti-berlusconismo: “Ormai all’opposizione sono rimasto solo io”.

La separazione tra Di Pietro e Pd è inevitabile. Oggi alla Camera il paladino di Mani pulite ha preso la parola e ha picchiato contro il Cavaliere Buono: “Vuole una giustizia debole con i forti e forte con i deboli, odia i giudici che fanno il proprio dovere”. Dagli scranni del Partito Democrativo nessuno l’ha applaudito. L’ex pm, escluso anche dal governo ombra di Veltroni, marca il territorio: “Oggi in aula mi sono dovuto girare più di una volta da una parte e dall’altra per capire se stava parlando Cicchitto o se stava parlando Veltroni”. Per la cronaca: parlava Veltroni. L’Italia dei Valori occupa l’immenso spazio lasciato vuoto dal Pd: alla prossima tornata elettorale Tonino ammiccherà anche a quegli elettori della Sinistra radicale che da sempre giudicano Berlusconi un pericolo per la democrazia.

Per Di Pietro il momento è propizio. C’è un Travaglio da difendere, un Santoro da arruolare, un Beppe Grillo da cavalcare. Tornano anche i girotondi. Sul sito di Micromega capeggia l’appello “Siamo tutti Marco Travaglio”, firmato da Flores D’Arcais, Sabina Guzzanti, Dario Fo, Pancho Pardi (eletto senatore con l’Idv in Toscana) e altri. Le parole d’ordine sono sempre le stesse: conflitto d’interessi, pluralismo nell’informazione e legalità. Ma su questi temi – a differenza di qualche anno fa – Di Pietro ha oggi l’esclusiva. Il Pd di Veltroni non li contempla più, la Sinistra radicale ha altre grane a cui pensare. Certo, con l’anti-berlusconismo non si vincono le elezioni, ma dipende che cosa uno vuole fare da grande. Per chi mira a governare un Paese può esser inopportuno, ma per chi sogna di arrivare all’8% è una manna dal cielo.