Perdenti S.p.a. (Prima puntata)

Nelle tasche della generazione che non cresce

«Ero a Cuba quando Fidel Castro si è dimesso, e chiacchieravo con un ragazzo che, a ventisette anni, parla cinque lingue. Spero basti per capire chi sono i giovani del terzo mondo. Che, a confronto con i giovani italiani, forse proprio del terzo mondo non sono». Alessandro Rimassa, trentenne autore di “Generazione mille euro”, il piccolo cult che ha fatto il giro delle librerie, ha le idee chiare. L’unico paese europeo che nel 2008 non crescerà è l’Italia: manca la spinta, l’energia. Mancano le possibilità, e l’economia resta ferma. Paralizzata.

«Le idee fresche ci sono», racconta Alessandro, «è solo che qui non esistono due concetti basilari per lo sviluppo: la trasparenza e la meritocrazia». Turismo, imprese, editoria, ricerca: pochi passi in avanti, molte frenate brusche. Le imprese che nel 2007 hanno sistemato i bilanci e ricominciato ad investire sono quelle storiche, quelle dei capitani d’azienda che hanno attraversato mezzo novecento. I settimanali di destra premono: qualcuno riesce ad emergere. E piazzano in copertina le anime candide dai lavori improbabili: vj, designer di moda, costruttori di quod, arredatori di loft. Come se fosse lo scarto, a segnare il passo. Come se alla maggior parte degli under trenta fosse mancata l’astuzia. Come se l’astuzia, nel 2008, fosse l’unica arma rimasta. Cercano di accelerare, i settimanali di destra, ma non si accorgono che sventolare i visi glabri delle piccole star equivale a dichiarare bandiera bianca.

Secondo Federico Mello, l’autore del saggio-rap “L’Italia spiegata a mio nonno”, «c’è un clima generale di ostilità all’innovazione e di timore del futuro. E’ la nostra storia», spiega, «che invece di essere uno stimolo rischia di schiacciarci sotto il suo peso». Dati alla mano, infatti, emergono le voragini che separano il Belpaese dal resto dell’Unione europea. Tra il 1990 e il 2004, il prodotto interno lordo in Italia è cresciuto a un tasso medio annuo dell’1,4 per cento, contro quasi il 3 per cento della Spagna e il 6,4 per cento dell’Irlanda. E, nel 2008, il rischio è che la crescita italiana di fermi, del tutto. L’analisi di Tito Boeri, docente all’Università Bocconi e capo del think thank “La voce”, è spietata: «Sono in molti ad essere consapevoli di questo rischio. Chi guarda alla squadra più che ai singoli, chi osserva la performance dell’economia italiana, lo chiama declino. Chi invece si sofferma sui particolari, pensando alla situazione economica della propria famiglia, lo chiama impoverimento».

Contro i giovani
Uno dei nodi più discussi è quello del lavoro. Secondo la sinistra massimalista, l’introduzione dei contratti a tempo determinato è stato l’ennesimo atto di vassallaggio nei confronti della grande industria. Secondo la destra liberale, un bonus per incentivare la freschezza dei rapporti fra impiegati e imprenditori. In realtà la disoccupazione giovanile è diminuita- solo un under 25 su cinque, in Italia, è senza lavoro- ma, come sottolinea Boeri, si entra nel mondo professionale «da un ingresso secondario. Negli ultimi dieci anni, i giovani, hanno visto diminuire il loro salario mensile iniziale di oltre l’11 per cento». La prima busta paga, in media, fa segnare 1100 euro (lordi). Rimassa insiste sulla differenza fra flessibilità e precariato: «Il confine è chiarissimo. La flessibilità è una condizione necessaria, la precarietà è ciò che si mangia via la possibilità di spesa della gente. Ammazzando l’economia. La precarietà è lo sfruttare i lavoratori e non riconoscerne meriti, capacità, esperienza».

Gli fa eco Mello: «A me non interessa invecchiare sulla stessa scrivania, ma la flessibilità funziona se ci sono occasioni e possibilità, che in Italia scarseggiano. Inoltre, c’è la questione dello stato sociale. E’ impensabile parlare di flessibilità quando si cambiano le regole dei contratti ma il welfare rimane quello degli anni settanta. Se si cambia legislazione del lavoro senza cambiare lo stato sociale non è flessibilità, è una truffa». In Italia, i ragazzi iscritti al sindacato sono pochissimi. Gli ammortizzatori sociali sono inesistenti. Tornare indietro, rendere a tempo indeterminato tutti i contratti flessibili, è impossibile: la disoccupazione schizzerebbe al 10 per cento. Ma estendere i diritti anche i contratti atipici, sì, sarebbe un’operazione alla portata. Un’operazione che le sigle dovrebbero perseguire con forza, contro un sistema aziendale che preferisce sfruttare il lavoro per qualche mese, fregandosene di meriti e formazione.

Una soluzione per ripartire, spiega Boeri, è quella del contratto unico: «Bisogna smetterla di creare nuove figure contrattuali in cui i giovani finiscono per essere segregati e riformare i contratti tipici, quelli a tempo indeterminato». Dunque, un solo testo che preveda tre fasi: prova, inserimento, stabilità e che permetta di investire nella formazione, con una protezione contro i licenziamenti che si accresca gradualmente. «Questa forte protezione dell’impiego non è un deterrente alle assunzioni», chiude Boeri, che non dimentica- a differenza di Veltroni, che spinge per un minimo salariale mensile generico- la necessità di intervenire sulle paghe orarie che coprirebbe i tantissimi lavoratori lasciati fuori dalla contrattazione.

Il vicario

Continua domani….

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