Perdenti S.p.a (seconda puntata)

Nelle tasche della generazione che non cresce
(La prima puntata è qui)

Il familynet
Poi c’è la questione familiare. I ragazzi escono di casa, mediamente, a trentacinque anni. Il 68 per cento dei giovani fra i venticinque e i trent’anni vive con i genitori. Sperando di raggiungere le loro garanzie granitiche: una chimera. Oppure, di sostituire il padre nel suo mestiere. La mobilità sociale- raccontano i dati del Censis- si è praticamente azzerata. Giovanni Floris, conduttore di Ballarò, all’epidemia delle raccomandazioni ha dedicato un intero libro. «Se il sistema funziona», scrive, «è perché il Paese ama farlo funzionare: noi le raccomandazioni ce le meritiamo». I dati sono da lacrime.

Solo il 3 per cento dei figli di operai riesce a diventare imprenditore, dirigente o libero professionista. Floris, per descrivere la situazione italiana, usa una metafora particolarmente efficace. «Se gareggiassero tutti sui 100 metri, i figli dei ricchi partirebbero dalla linea del via e i figli dei poveri si sistemerebbero 30 metri indietro, con una cintura di pesi piombati legati alla vita, senza scarpe, con il pubblico dello stadio che tifa contro e l’allenatore che ride loro in faccia». Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. L’80 per cento delle aziende a controllo familiare scompare entro la terza generazione, due imprese su tre falliscono nel periodo di passaggio fra la prima e la seconda.

L’esercito dei perpetui
L’ultimo nodo è legato alla politica. Mello vede spiragli nella leadership veltroniana: «Una svolta si è vista. L’estromissione di Di Mita e della politica che questo geneticamente rappresenta è sicuramente una buona notizia». Sull’ultimo numero del Mulino, il professor Rosina racconta l’incapacità di una sterzata, a dieci anni esatti dalla proposta “illuminata”di Mario Monti, lo sciopero generazionale. Ora rincara la dose. «La classe politica che ha occupato le principali posizioni di potere dopo il 1992 non si è poi più rimessa in discussione. Nessuno si è più messo da parte, indipendentemente dal fatto che abbia governato bene o male, che abbia vinto o meno. Il rinnovo ai posti di comando avviene solo quando accade qualche evento che costringe tutti a fare un passo indietro, come è stato con Tangentopoli».

Secondo Rosina, per far ripartire il Paese, è necessario un trauma. Perché scoppi una rivolta giovanile, spiega, servono due condizioni: «La prima è che ci sia una coscienza diffusa dello svantaggio e dell’iniquità che caratterizza la propria situazione. E questo forse c’è. Manca però la seconda condizione, quella del passaggio dal malcontento generalizzato dei singoli individui all’unione coordinata che diventi spinta per il cambiamento. I giovani italiani hanno chiesto individualmente sostegno e aiuto ai lori genitori invece che protestare collettivamente, come invece hanno fatto i coetanei francesi. Ma la bomba della rivolta è anche annacquata dallo stesso aumento delle condizioni di difficoltà e incertezza, che hanno verosimilmente contribuito a mantenere il conflitto generazionale sotto la soglia di rischio. La condizione di precarietà costringe i giovani a rimanere quotidianamente preoccupati del proprio percorso individuale. A mantenere quindi costantemente lo sguardo verso il basso per decidere come e dove posare il piede, passo dopo passo».

Non è un paese per vecchi
La questione anagrafica è nota: Berlusconi e Prodi sono diventati premier per la prima volta a 57 anni, Blair ha iniziato il suo decennio a 43. Zapatero a 45. Veltroni ha iniziato la sua corsa alla stessa età in cui l’ex leader britannico lasciava spazio a Gordon Brown. L’ex sindaco di Roma ha aperto il Pd a qualche trentenne. Secondo il professor Rosina «l’operazione del Pd e la sensibilità manifestata da Veltroni verso le nuove generazioni sono senz’altro segnali importanti, ma del tutto insufficienti. Il reclutamento dei giovani continua ad avvenire sulla base della cooptazione, non del merito. Non trovano spazio i migliori, ma solamente i figli di papà e quelli che sono più funzionali allo status quo. Le idee nuove e il cambiamento difficilmente riescono in questo modo ad imporsi».
Anche Rimassa storce il naso: «Nel Pd ci sono tutti quelli che ci hanno governato negli ultimi soporiferi due anni. L’obbligo è cambiare il paese, non il governo. La generazione dei trentenni è stata tradita dalla politica. La soluzione? Ce l’abbiamo sotto gli occhi: un premier forte con idee chiare e la possibilità di metterle in atto. Ma finchè non si capirà che i giovani non devono essere trattati come delle nullità o come una specie protetta si continuerà a perdere la sfida. Il problema è che, alla lunga, la sfida diventerà quasi impossibile».

Il vicario

Continua… 

One Response to Perdenti S.p.a (seconda puntata)

  1. ross ha detto:

    “I ragazzi escono di casa, mediamente, a trentacinque anni.” I RAGAZZI? Quando avevo 35 anni mio figlio frequentava il ginnasio, e anche se non mi sentivo vecchia non mi consideravo certo una ragazza: mi ero assunta la responsabilità di una famiglia, insieme al mio compagno di vita già a vent’anni e tutto quello che abbiamo costruito non ci è stato regalato da nessuno. E non costituivamo un caso raro. Ce n’erano tante, di giovani coppie piene di buona volontà ( diplomati o laureati all’età giusta o già pronti ad esercitare un mestiere). Si faceva la gavetta e si accettava il lavoro , anche se inadeguato alla propria preparazione , decidendo senza tante storie di trasferirsi lì dove il lavoro c’era, nella speranza di migliorare la propria posizione in seguito. Ma questo è diventato davvero il Paese di Peter Pan? Quando si diventa adulti e responsabili? Bastano settanta anni?

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