Don Tonino e il terrore in prima pagina

29 giugno 2008

L’Espresso pubblica le intercettazioni di Berlusconi e Saccà e per il centrosinistra si apre uno spiraglio nuovo. Le telefonate fra l’allora capo dell’opposizione e l’ex numero uno di Rai Fiction, infatti, scatenano un caso politico. Di Pietro tenta la fuga, e sferra l’attacco più duro: «Le intercettazioni ci fanno vedere un capo del governo che fa un lavoro più da magnaccia, impegnato a piazzare le veline che parlavano troppo, che da statista».

Il giorno dopo l’ex pm di ferro alza il tiro: «Ci sono momenti nella vita delle nazioni in cui i cittadini devono fare delle scelte. Momenti in cui non si può più fare finta di niente e continuare a credere che, in fondo, nulla veramente cambierà» si legge nella lettera che Di Pietro invia a Beppe Grillo. «Le leggi che continuamente vengono proposte dal nuovo Governo sono un attentato alla democrazia. Se passano, vincerà il regime e perderà, per un tempo indefinito, la democrazia».

Ma, dietro la clava, si nasconde il fioretto. Maurizio Ronconi, deputato dell’Udc ragiona: «Il vero obbiettivo di Di Pietro non è Berlusconi ma Veltroni al quale immagina di strappare la leadership della sinistra». Insomma, sembra che l’ex pm abbia la carta vincente. In realtà, la svolta a cui una parte del Pd sta pensando, è quella che- in teoria- stava alla base del nuovo partitone. La rissa dipietrista potrebbe essere l’occasione per scaricare l’ex togato, e perseguire quella che Veltroni chiama «la vocazione maggioritaria del partito». Ma fin’ora l’ex sindaco di Roma ha nicchiato. «L’Italia vive la crisi più drammatica dal dopoguerra in poi. Berlusconi prende in giro i cittadini e si occupa solo dei suoi affari personali. Ora basta, il dialogo è finito» ha spiegato a Repubblica.

Però qualcosa si muove. Dice Follini: «Dobbiamo risvegliarci dal sogno del dialogo con Berlusconi. Senza farci trascinare nell’incubo del giustizialismo alla Di Pietro». E Soro: «Di Pietro esercita il suo ruolo, ma temo faccia il gioco di Berlusconi. Il rumore di una polemica tribunizia appanna proprio le ragioni che noi vogliamo far passare».

Insomma, manca la zampata del leader. L’occasione è ghiotta. Se il Pd moderno riuscisse a fare un passo avanti, e a lasciarsi l’antiberlusconismo alle spalle, perderebbe di sicuro qualche seguace e si guadagnerebbe gli strali di Micromega, di una parte dei commentatori di Repubblica e dei grillini. Ma avrebbe- e qui il contadino molisano (guarda le foto) avrebbe compiuto il miracolo che non è riuscito ancora a nessuno- la possibilità di mostrarsi davvero innovativo e, finalmente, un soggetto politico. Anche perchè fra i banchi del governo si ride di gusto. «C’è davvero da pensare con tristezza a quanto è successo al Loft in soli due mesi- sorride Capezzone-. Povero Veltroni: da seguace di Obama a gregario di Di Pietro…».
Il vicario


Pd, Montalbano segretario

25 giugno 2008

E se Walter si stufasse e se ne andasse in Africa?. La lobby che fa capo a Goffredo Bettini, uomo forte di Veltroni, prende in considerazione anche questa ipotesi. Nel Pd sono giorni di passione, Parisi ha chiesto la testa del capo, Cuperlo implora il ricambio generazionele e Di Pietro mena come un fabbro (“Il Pd fa la ruota di scorta a Berlusconi”).

E poi, al solito, D’Alema si muove. L’ex ministro degli Esteri ha presentato ieri l’associazione ReD: “Non romperemo le scatole a Walter”, promette Massimo. Fioroni sdrammatizza: “Quelli sono i tifosi di ItalianiEuropei, tipo un Inter club”. Il problema è che D’Alema è cattivo anche quando manda segnali di pace: “Nessuno ci classifichi come corrente, siamo piuttosto il software del Pd”. Come dire: se i contenuti non ce li mettiamo noi qui finisce male… Certo, per ora la questione del ricambio del leader è stata posta soltanto da Parisi. Ma è anche vero che il tema del dopo-Veltroni per la prima volta comincia ad occupare le chiacchiere e le riunioni delle correnti interne.

Già da settimane un drappello di quarantenni veltroniani – Andrea Orlando, Alessandro Maran, Maurizio Martina, Andrea Martella e Nicola Zingaretti – si incontrano e sotto la regia di Bettini e ragionano attorno a due scenari entrambi temuti: che succede se Veltroni, stanco delle tanti ostilità interne, non regge e decide di mollare? E che succede se invece Walter sarà costretto a lasciare dopo una possibile flessione del Pd alle Europee del 2009? Proprio gli stessi interrogativi che si pone la cricca dalemiana. E dai due circoli escono tentazioni analoghe: quando bisognerà trovare un successore, si salterà la generazione dei 40-50enni “bolliti” (Bersani, Letta, Chiamparino, Bindi) e si lancerà nella mischia uno splendido quarantenne meno sperimentato.

Tra i veltroniani il nome che tira di più è quello di Nicola Zingaretti. Quarantadue anni, romano, fratello minore di Luca – commissario Montalbano – Zingaretti, Nicola è salito alla ribalta nazionale 45 giorni fa, quando è stato eletto presidente della Provincia di Roma ottenendo a Roma 59mila voti in più di tale Francesco Rutelli. Zingaretti è un “giovane vecchio” con un cursus honorum da politico di una volta: segretario della Sinistra giovanile, consigliere comunale, segretario dei Ds di Roma, europarlamentare. Dall’altra parte della barricata c’è Gianni Cuperlo, un “vecchio giovane” pupillo di Massimo D’Alema. Quarantasette anni, triestino, una spessore culturale insolito per un politico, un blog molto letto, nell’ultima Assemblea nazionale ha chiesto ai vecchi leader di fare un passo indietro. Bersani la mette così: “Non basta essere giovani, serve anche esperienza e credibilità”. Come dire: fermi tutti, adesso tocca a me.


Il test dell’estate: sei dalemiano o veltroniano?

24 giugno 2008

Lo fanno tutti, e Pornopolitica non può essere da meno. Quando arriva l’estate è il momento dei test. Questo è il primo: il tema è quello più dibattuto sotto gli ombrelloni italiani. Tira più il baffo o l’occhiale rotondo? Ovvero: sei dalemiano o veltroniano?

Quando pensi a Berlusconi, immagini:
A – Un fenomeno difficilmente battibile, da combattere a colpi di politica.
B – Un interlocutore un po’ pazzo, tipo uno zio del mare con cui spesso si litiga ma che non riesce a mai stupire del tutto.

Il sistema tedesco è migliore del nostro?
A – Sì: più potere ai partiti, più possibilità di alleanze, meno tentazioni leaderistiche.
B – No: Klose e Podolsky, insieme, non valgono la metà di Totti.

La Fondazione Italianieuropei è:
A – Il motore che può rinnovare i fasti del Pd (e le conferenze coi filosofi costano meno)
B – Un covo di secchioni

Il partito liquido
A – Liquido? Ormai è liquefatto
B – Una necessità per essere moderni, sia in Europa che nel mondo

Francesco Rutelli
A – Rutelli chi?
B – Rutelli chi???

Franco Marini
A – Un personaggio importante, che rappresenta un’anima- quella popolare- che insieme ai Ds può essere la colonna dorsale del Pd
B – Mamma che noia

Rosy Bindi
A – Meglio Condoleezza
B – zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz

La leadership
A – C’è, ma non si vede
B – Non si discute

Dio
A – Crederci? Diciamo che lo stimo
B – Se ci sei, aiutami

La corrente
A – Non c’è, nonostante si veda
B – L’hanno staccata, e addio notte bianca

La Lega Nord
A – E’ una costola della sinistra
B – Sono tipo i laziali, ma senza accento

L’addio di Prodi è stato
A – Lo schiaffo di un leader che non si riconosce nel partito
B – Lungo, troppo lungo

Prevalenza di risposte A
Sei un dalemiano. Hai una concezione togliattiana del partito, credi che il rinnovamento non possa prescindere dal confronto con i vecchi leader. E che il prossimo leader, nonostante tutto, debba essere ancora tu.

Prevalenza di risposte B
Sei un veltroniano. Credi nel partito leggero, non riesci a pronunciare la parola sconfitta. Pensi più all’apparenza che ai soldi. Mi fido di te. Ma nemmeno tanto.

Parità di risposte A e B
Sei un parisiano. Siete rimasti in due, tu e Parisi. E se stai leggendo queste righe, ti chiami Arturo e hai pochi capelli grigi, beh, ecco, sei rimasto solo tu.

Nessuna risposta
Sei un dipietrista. Non hai risposto neppure a una domanda perché questo blog non rispetta esattamente tutte le norme sul copyright e le norme, si sa, vanno rispettate.


Roma città aperta

23 giugno 2008

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un articolo dell’amico Luca Trinchieri pubblicato su Liberazione di domenica.

ROMA
 C’è pure la televisione, per raccontare come la gioventù romana si diverte a Trastevere il venerdì sera. L’ora dell’aperitivo. Le vie attorno a piazza Trilussa gremite di persone. Cinque o sei bancarelle di venditori ambulanti. Un ragazzo ha appena regalato un paio di orecchini alla sua fidanzata. Le sirene della polizia colgono tutti di sorpresa. Non è un semplice controllo: tre macchine e una camionetta vuota che ha tutta l’impressione di dover essere riempita. È la prima operazione contro i venditori ambulanti dopo l’entrata in vigore del decreto sicurezza, che amplia i poteri per i sindaci in materia di ordine pubblico. Mi fermo ad osservare, come molti altri. Non è curiosità, la mia. È un istinto di controllo.

I poliziotti iniziano a sbaraccare i banchetti. Via la merce, raccolta sommariamente nei lenzuoli su cui era disposta. Un agente tiene un indiano stretto per il braccio, mentre dal suo viso trapela tutto, la paura, la rassegnazione, fuorché l’istinto di scappare. È ammutolito. Un donnone africano, del Togo, è invece molto più loquace. Se la prende quando l’agente raccoglie violentemente i lembi del telo a cui erano appoggiati gli orecchini e le collane che vendeva. «fammi mettere nella borsa, almeno!» dice all’agente. «Non scappo, non ti preoccupare, ecco il mio permesso di soggiorno». «Ma perché tutto questo? – dice – non stavo facendo nulla di male». All’agente scappa un sorriso, forse un po’ amaro: «è il mio lavoro». Poi la donna incalza: «conosco la nuova legge. Ora mi fate 5.000 euro di multa. Ma perché non ci date un modo di fare questo lavoro regolarmente?» Nessuna risposta dall’agente, che se ne va e lascia il posto ad un collega, molto meno accomodante. «E muoviti, su!», dice senza accennare ad aiutarla a trasportare le sue cose. Lei, con lo stesso sorriso sul volto, chiude la valigia arancione e con le mani occupate dice «dove andiamo, di qua?», mascherando con l’orgoglio la paura che in fondo in fondo le sta crescendo. Mantiene l’ironia però, quando mi avvicino e le chiedo da dove viene. «Da Napoli, bella Napoli, vero?», e intanto, mentre mi svela le sue vere origini africane, si toglie gli orecchini: «questa bigiotteria non mi serve più, stasera».

Due metri più distante due ragazzini italiani, con il loro banchetto in tutto e per tutto uguale agli altri. Devono sbaraccare anche loro, ma gli agenti usano maniere molto più educate. Non li tengono per le braccia, non gli ammassano la merce. La ragazza raduna le poche cose che avevano in vendita. Lui è allibito, terrorizzato, e inizia a parlare nervosamente: «ve lo giuro, è la prima volta che vengo, lasciatemi andare». «Se prendiamo loro dobbiamo prendere anche voi», risponde un agente. Ma alla fine non sarà così. Il ragazzo si dispera, «sono di Roma, non posso credere che mi trattiate allo stesso modo che a quelli lì». Evidentemente è un discorso convincente. Si avvicina un signore in borghese che è lì a dirigere l’intera operazione. «Dottò, Capitano, Maresciallo, giuro che non lo farò mai più…». Si sbraccia, sembra un bambino appena messo in punizione dalla mamma. L’uomo in borghese si mostra irremovibile, ma si capisce subito che vuole solo dargli una lezione, e appena gli altri fermati – 7 persone, tutte straniere – non sono più a vista, lo lascia andare.

A operazione conclusa vado dal signore in borghese, mi presento, «sono un giornalista e ho assistito alla scena. Perché avete fermato solo gli stranieri?», chiedo. La risposta è eloquente. «Portatelo via, identificatelo, e controllate – aggiunge guardandomi negli occhi – perché ha l’alito che puzza di birra». Già, la birra che stavo bevendo prima, e che mi è andata di traverso con tutto quello che succedeva. Per fortuna non è ancora reato, comunque.

Mi portano in due verso il ducato dove sono radunati gli stranieri, tenendomi strette le mani sulle braccia. Non mi era mai successo, prima, ed è una sensazione davvero sgradevole. «Questo per adesso è nell’elenco dei fermati» dice l’uomo alla mia destra, anche lui in borghese, ad un collega. Spalle alla camionetta, mani fuori dalle tasche, cellulare sequestrato. «Perché avete fermato solo gli stranieri?». L’uomo con la polo rosa, quello che mi stringeva da destra, mi risponde, anche se – dice – non sarebbe tenuto: «perché questi sono tutti irregolari». Balle, ho visto con i miei occhi la donna togolese dare il proprio permesso di soggiorno al poliziotto, prima. Ma non mi aspettavo certo una risposta veritiera. «Certo che non avevi proprio nient’altro di meglio da fare», dice con sprezzo uno degli agenti. «Ho fatto una domanda, voglio una risposta». L’uomo in rosa, che ha la mia carta d’identità e sta scandendo il mio nome per radio si gira verso di me, «hai finito di parlare?» grida. A quanto pare anche rispondere alle domande costituisce un grave errore, e infatti un terzo poliziotto, defilato fino a poco prima si indirizza a me dicendo «guarda che a fare così peggiori solo la tua situazione». Chiedo di sapere i loro nomi e gradi, come avevo fatto già con l’uomo in borghese al principio, convinto che per legge sia un loro dovere identificarsi. Un altro poliziotto – ma quanti ne ho attorno, quattro, cinque? – mi da la sua versione della legge. «Vedi qual è la differenza, è che io posso chiederti come ti chiami e tu non puoi chiedermi niente, chi comanda sono io». Un suo collega aggiunge: «certo, se lo vuoi mettere per iscritto è diverso, ma non te lo consiglio, la cosa si farebbe piuttosto scomoda». La minaccia mancava, in effetti. Interrompe la discussione l’uomo in rosa. «Luca!», e con la mano mi fa cenno di andare da lui. «Vuoi andare?» «Voglio una risposta alla mia domanda», insisto. «Non hai capito – si spiega – hai voglia di chiuderla qui questa storia o no?». «Non sono stupido, so quello che mi sta dicendo, ma io voglio la mia risposta». Mi accompagna lontano dal furgone, in piazza Trilussa. Davanti a me l’uomo che comanda l’operazione, quello dell’alito puzzolente. Mi chiedo se tornare da lui, ma mi rendo conto che nel gioco del muro contro muro il suo è molto più duro. Aspetto ancora in piazza, osservo l’operazione concludersi, fino all’istante i cui gli immigrati vengono caricati sul furgone che si mischia al traffico del lungotevere. Non c’è altro da fare, questa sera, se non raccontare in giro quello che ho visto. Questa triste deriva, quest’inverno italiano che avanza. Oggi inizia l’estate. Evviva.

Luca Trinchieri


Vota Gandus

18 giugno 2008

Ci siamo. La legislatura del governo Berlusconi inizia per davvero. Il Cav ha fatto inserire nel pacchetto sicurezza due emendamenti che incideranno drasticamente sui tribunali italiani: si dà una corsia privilegiata per i processi sui reati di più alto allarme sociale (quelli con possibile condanna oltre i dieci anni); si bloccano per un anno, di converso, tutti gli altri purché siano nella fase del dibattimento di primo grado, siano relativi a reati commessi entro il giugno 2002, siano reati di minore allarme sociale.

Saranno ovviamente tanti i processi che verranno sospesi per dodici mesi. Tra questi il processo Mills. Tra qualche settimana arriverà anche un disegno di legge che riproporrà il vecchio Lodo Schifani, ovvero la sospensione automatica per l’intera legislatura di qualunque processo che possa toccare il premier e le alte cariche dello Stato. L’effetto sull’opposizione è benefico: Veltroni dà al Cavaliere della persona poco seria e annuncia che “il dialogo è finito”. Di Pietro lo sfotte (“Benvenuto nel club degli occhi aperti”) ma sotto sotto rosica: ora il leader dell’Italia dei Valori non potrà più lucrare sulle incertezze Pd ed ergersi a rappresentante “dell’unica opposizione rimasta”. In Senato volano urla e fischi, spuntano striscioni e cartelli. L’opposizione torna a mordere, in Aula è una battaglia dal sapore liberatoria. Addio Statista, il Caimano è tornato.

Non pago Berlusconi prende di mira anche Nicoletta Gandus, il magistrato che a breve dovrà stabilire se il premier ha corrotto o meno il testimone britannico David Mills. Il fido avvocato Ghedini dice che il giudice ha mostrato “grave inimicizia” nei confronti del suo assistito e dunque il premier lo ricusa. La magistratura insorge compatta a difesa della collega, come ai bei tempi andati lo scontro tra Berlusconi e le toghe è durissimo. Napolitano è infuriato ma per ora (pubblicamente) tace: la firma sul testo la meterà comunque, anche perchè se no salterebbe l’intero decreto sicurezza. Nessuna notizia del Guardasigilli Alfano. Nel Pdl è l’ora di falchi, Cicchitto bolla come “inquietante” la discesa in campo dei “giudici politicizzati”. Di Pietro accusa il premier di “strategia criminale”, Casini parla di “iniziative dissennate”. La guerra è guerra, nelle prossime settimane sarà un’escalation.


Walter chi?

12 giugno 2008

“Nel Pd esiste una questione leadership”. L’indicibile frase è stata pronunciata da Arturo Parisi. Prodiano vivace e politico fondista, il navigato Arturo si è spinto là dove nessuno fra i big del partito aveva finora osato: “Vedo che l’idea di un congresso che affronti finalmente il tema della leadership del Pd unitamente a quello della linea comincia a imporsi come una necessità”. Significa che l’ex ministro della Difasa vuole la testa di Veltroni. Ed è in buona compagnia.

Parisi la mette giù durissima: “Finora il confronto è stato sistematicamente negato. Adesso serve un congresso vero. Chissà che il partito nuovo che non è riuscito finora a nascere, non finisca veramente per nascere nell’unico modo in cui può nascere un partito nuovo”. I prodiani sono ormai sparuta minoranza ma Veltroni fiuta tempesta. La sempre ben informata Maria Teresa Meli racconta sul “Corriere” che nella riunione del coordinamento Veltroni ha fatto capire il suo stato d’animo a tutti i presenti: “Così non si può andare avanti, io tento di sminare il terreno ma ogni giorno spunta una nuova polemica, comunque quel che è certo è che io non sto qui a farmi logorare: se ci sono delle linee alternative alla mia che emergano”.

Finora Walter ha vinto tutte le battaglie interne al partito. Dopo la batosta di Roma Massimo D’Alema voleva Pierluigi Bersani presidente dei deputati del Pd? Per sbarrargli la strada, Veltroni chiuse un patto continuista con i Popolari (il vero asse che da allora governa il partito), confermando Antonello Soro alla guida del deputati e la Ds Anna Finocchiaro al Senato. Nella sfida per le poltrone Walter non ha mostrato segni di cedimento: il popolare Beppe Fioroni all’Organizzazione, mentre per la presidenza del Comitato dei Servizi Segreti, Veltroni preferì il criterio della convenienza a quello della competenza, designando lo sconfitto Francesco Rutelli, anzichè – guarda caso – l’ex ministro Arturo Parisi.

In un mese Veltroni si è dunque blindato con una capacità di manovra che i detrattori non gli riconoscevano, ma si è guastato i rapporti con un drappello di personaggi che non hanno più ambizioni di premiership, ma che nel partito pesano come macigni. Per carisma, per storia personale e per preferenze. Stiamo parlando di D’Alema, che complotta anche quando dorme. Di Parisi e di Rosy Bindi, che da mesi invocano più collegialità nel partito. E di Romano Prodi, che non ha mai perdonato a Veltroni l’aver pubblicamente ripudiato il suo governo. E così, nei colloqui privatissimi, è spuntata per la prima volta l’idea incoffessabile: se le Europee del 2009 dovessero andar male, chi l’ha detto che Veltroni sarà il leader del Pd fino al 2013?

Gianni Cuperlo, sgomitante rampollo dalemiano, carica a testa bassa: “Il progetto del Pd rischia seriamente di fallire: se si rimuove la sconfitta e si afferma il modello di una confederazione di componenti, i capi del partito rischiano di impiegare i prossimi anni a impiegare se stessi e i propri cari in previsione della rivincita”. Poi, giusto per fugare ulteriori dubbi, la frase chiave: “Indire un congresso del Pd può essere utile”. E Prodi? Lui, non coltiva certo leadership alternative, ma intanto non ritratta (come invece vorrebbe Veltroni) le dimissioni dalla presidenza del Pd e soprattutto ritiene un “errore madornale” escludere dal gioco la sinistra radicale, “perché il compito di un grande partito come il Pd è quello di includere chi ha un’altra vocazione, proprio come ho fatto io con il mio governo”.

Nel Pd volano gli stracci. Pochi giorni fa è sbottato persino il pacato Marco Follini: “Veltroni ha gestito il dopo-elezioni con uno stato d’animo fin troppo prudente e senza una risposta al verdetto elettorale”. Certo, sono solo scricchiolii. Però sono reali. Tant’è vero che tutti i big democratici nelle ultime ore si sono sentiti in dovere di ripetere – chissà perché – che “la leadership di Walter non si discute”. A complicare la delicata situazione si aggiunge anche il pasticciaccio della collocazione europea del Pd. Sul tema regnano confusione e isteria. Rutelli e i popolari non vogliono morire socialisti e non intendono accasarsi con il Pse a Strasburgo. Mentre gli ex Ds non prendono neppure in considerazione l’ipotesi di finire nelle file dei democratici di Bayrou, il centrista francese.

Scuola Dc. “Walter non e’ in discussione, è una risorsa per tutto il partito”, dice Fioroni, uno degli azionisti di maggioranza della componente democristiana che sostiene la segreteria Veltroni. Nel momento in cui infuria l’assedio, le sue parole paiono una dichiarazione a sostegno del Loft. Ma Fioroni è un democristiano. Quel termine “risorsa”, scelto con perfido zelo, nel linguaggio cifrato del mondo ex dc non è una parola qualunque, è peggio di un insulto diretto. Per spiegarlo bastano le parole di un altro riferimento dell’area popolare, Dario Franceschini, che in un suo vecchio articolo scriveva: “Nella Dc a vent’anni sei un bambino, a trent’anni devi crescere, a quaranta sei ancora giovane, e a cinquanta sei una preziosa risorsa”. Ecco, stavolta Fioroni a Veltroni ha risparmiato solo l’aggettivo “preziosa”, per il quale forse bisognerà aspettare. Ma è solo questione di qualche settimana…


Se telefonando…

9 giugno 2008

Le danze le ha aperte Berlusconi promettendo cinque anni di galera per chi esegue o pubblica intercettazioni telefoniche. La materia è delicata ma al Cavaliere sale immediatamente il sangue agli occhi. Silvio ha spiegato che faranno eccezione i casi di lotta alla mafia o al terrorismo. A parte Dell’Utri e Bin Laden, insomma, le chiacchiere via filo o via etere saranno sacre. Magistrati e giornalisti hanno protestato, senza esagerare.

La buona notizia è che la sparata di Berlusconi mette a rischio il dialogo con Veltroni. Il barometro dei rapporti Pd-Pdl segna tempesta. Alla sinistra la chiamata alle armi ricorda tanto le leggi “ad personam”. Di Pietro parla di “progetto criminogeno” e sventola la minaccia del referendum: per Silvio sarebbero dolori. Veltroni si accoda all’ex pm e definisce le norme “gravi e sbagliate”. La Lega ha un sussulto di orgoglio. Castelli spiega che le intercettazioni non si possono limitare a “mafia e terrorismo” ma vanno mantenute anche per i reati di corruzione e concussione. Il Cavaliere per ora tace ma non sembra intenzionato a indietreggiare. Nell’attesa è bene ricordare che cosa non avremmo mai saputo se la stretta annunciata da Berlusconi fosse entrata in vigore qualche anno fa.

Un Paese alla cornetta. C’era Saccà che giurava fedeltà al capo: “Presidente, lei è amato nel Paese, glielo dico senza piaggeria”. C’era Silvio che chiedeva al dirigente Rai di assumere le attricette giuste. In particolare “Evelina Manna […], perchè mi è stata richiesta da qualcuno con cui sto trattando”. E nella trattativa – Silvio lo sa bene – tutto è permesso. Soprattutto se il destino del governo Prodi era apesso alla carriera di una velina. Il Cavaliere, furisoso, spiegò: ho solo cercato di far lavorare delle povere ragazze. Anche perchè “in Rai lavori solo se sei di sinistra o ti prostituisci”. Vittorio Emanuele, di fronte al magistrato, la mise così: “Come mai questa ossessione per le donne? Sa com’è, sono un sessuomaniaco”.

Ora, prostituzione a parte, lo spaccato è da brividi. C’era D’Alema che esultava al telefonino, “abbiamo una banca”. E a Consorte diceva: “Facci sognare”. Con ironia esordiva: “Pronto? Lei è quello di cui parlano tutti i giornali?”. E poi c’era Giampiero Fiorani, il banchiere di Lodi che si vide autorizzare a notte fonda una scalata da un cattolicissimo governatore di Bankitalia. Il dialogo con Fazio è memorabile: “Ahhh Tonino, sono commosso, ti ringrazio, ti ringrazio… Guarda, ti darei un bacio in questo momento, sulla fronte ma non posso farlo. […] Prenderei l’aereo e verrei da te in questo momento se potessi”. C’èra il capo della Polizia Gianni De Gennaro che invitava il questore di Genova a mentire sulla notte del G8 alla scuola Diaz.

E poi la genialità linguistica di Stefano Ricucci. L’immobiliarista di Zagarolo rimproverava i compagni di scalata che si credevano troppo astuti: “Aho, e che stamo fa’, i furbetti del quartierino?”. Simpatico anche l’erede savoia che, programmando il suo soggiorno a Roma in occasione di una visita in Vaticano, chiedeva al segretario di portargli una “bella pucchiaccha, o al limite una suora”, giusto per allietare la nottata nella Capitale. E Moggi? Ve lo ricordate Moggi? Big Luciano parlava direttamente con il designatore arbitrale Bergamo: “Aho, ecco la griglia che me so’ studiato…”. Deborah Bergamini, dirigente Rai, spiegava al suo omologo Mediaset Mauro Crippa come trattare le elezioni. E poi Guzzanti che chiaccherava con Scaramella, le trimalcionerie di Vallettopoli, Salvo Sottile e la Gregoraci. Vespa che rassicurava i camerati di An: “La puntata a Fini possiamo confezionargliela su misura”.

Certo, queste intercettazioni non sono sempre penalmente rilevanti. L’accusa suona più o meno così: “Chi le pubblica è un manettaro e non rispetta la privacy”. Ma senza intercettazioni sui giornali Fazio sarebbe ancora al suo posto, Moggi avrebbe avuto tempo di rubare un altro paio di scudetti, D’Alema e Fassino probabilmente non avrebbero investito Veltroni della leadership del Pd e da pochi mesi sapremmo che Cuffaro incontrava mafiosi. Le intercettazioni svelano spesso affreschi illuminanti, gettano luce su scenari incredibili, squarciano veli di autenticità su universi di potere. Ci raccontano un’Italia che neanche i più cinici avevano azzardato immaginare. Un’Italia ignorante e violenta, comica e arrogante. Un Paese da osteria.