La vera opposizione: cappio e camicia verde

17 luglio 2008

La mitologica immunità parlamentare era spirata con il biennio manettaro di Tangentopoli. A rispolverarla ci ha pensato lui, il Silvio nazionale. La ricetta berlusconiana per riformare la giustizia italica è una rivoluzione: “Separazione delle carriere, riforma del Csm, priorità dell’azione penale e niente più procedimenti contro deputati e senatori”. La Lega si è messa di traverso ma il Cavaliere da quell’orecchio non ci sente: “A settembre cambierò la giustizia dalle fondamenta. Nessuno mi fermerà”. Non abbiamo dubbi.

A Bossi sarà tornato in mente Luca Leoni Orsenigo, pacato leghista della prima ora che fece penzolare un cappio in Parlamento. Correva l’aprile del 1993 e dieci giorni dopo l’Aula negò l’autorizzazione a procedere contro Craxi. Calderoli (che per un pomeriggio gioca a fare il leader dell’opposizione) ha provato a spiegare al Cavaliere che le priorità del Paese sono altre, tipo il federalismo che la Lega ha promesso ai suoi elettori. Il Senatùr per ora tace ma se Berlusconi non farà un passo indietro – e, statene certi, non lo farà – nelle prossime ore lancerà frecciate contro il premier. Tremonti in un’intervista a La Stampa ha annunciato i venti catastrofici della grande depressione economica. Ma Berlusconi se ne frega: economia e riforme possono attendere, “l’emergenza – tuona Silvio – è la giustizia”.

Da Di Pietro piovono le solite bordate: “Quallo di Berlusconi è un piano criminale e criminogeno, pare quello della P2 di Licio Gelli”. Il Pdl lo ricopre di insulti: “Farnetica”, “si deve vergognare”. Nel migliore dei casi (Bonaiuti) “suscita orrore”. Sull’immunità parlamentare il Pd cincischia. Inutile scorrere le agenzie di stampa, i big non parlano. L’unico a rilasciare una dichiarazione è un perfetto sconosciuto, tale Luigi Lusi. L’onorevole democratico si limita a dire che “l’immunità parlamentare non è la priorità del Paese “. Si chiama opposizione soft. E poi l’immunità parlamentare risolverebbe non pochi guai anche al Pd. Violante è favorevole e anche D’Alema, in passato, ha accarezzato l’idea. Insomma, siamo alle solite: Berlusconi detta l’agenda e l’opposizione si divide.

La speranza si chiama Umberto Bossi. L’unica opposizione efficace in questa legislatura la può fare la Lega. Anche perchè al Senatùr disturba questo modo ruvido di trattare l’opposizione, il federalismo lui vorrebbe realizzarlo d’accordo con Veltroni per evitare sorprese referendarie (come accadde nel 2006). Dicono che il Cavaliere sia rimasto profondamente impressionato dall’arresto di Del Turco e dalla retata degli amministratori in Abruzzo. Intanto il ras della sanità abruzzese Angelini negli ultimi interrogatori ha tirato in ballo anche esponenti del Pdl sostenendo di aver sparso tangenti anche nelle loro tasche. Tanto vale, avrà pensato Silvio, approfittarne adesso. E pazienza se l’immunità parlamentare resta nell’immaginario collettivo il più impresentabile dei privilegi della Casta. L’antipolitica non lo sfiora. L’antipolitica è lui.


Ragazzi di vita

2 luglio 2008

La canicola estiva miete vittime in Parlamento. L’Italia triste e frustrata spegne i tg e prepara le valigie per le vacanze. Conquistare qualche titolo sui giornali diventa un’impresa anche per la navigata classe dirigente. In questo inizio d’estate svettano in due: Berlusconi e Di Pietro. Il Cavaliere sciupafemmine e l’ex pm trebbiatore. Agli altri restano le briciole. Veltroni pare un agnello in mezzo ai lupi.

Dagospia la mette giù drammatica: “Tic-tac, tic-tac. Come una bomba a orologeria. Ancora 8-giorni-8 di tempo per pubblicare le intercettazioni hard-core by Silvio & Girls. Perché il 9 luglio il gup di Napoli dovrà decidere se rinviare a giudizio la premiata coppia Saccà-Berlusconi oppure archiviare tutto e mandare al macero le quasi 9 mila intercettazioni perché penalmente non rilevanti”. Certo è che nelle redazioni dei giornali qualche intercettazioni circola. Si vocifera di telefonate parecchio imbarazzanti tra il Cavaliere e le sue pupille, in primis la bella Mara. “Roba da brividi”, dicono alcuni. Per altri è solo “un settantenne che gioca a fare il play-boy”. Ma in Italia sulle donne non si scherza.

Ora manca solo un direttore con il coraggio – o la follia, fate voi – di pubblicare le intercettazioni. Forse al Cavaliere non dispiacerebbe neppure troppo. Veronica lo scaricherebbe definitivamente ma l’ammirazione degli italiani per un arzillo vecchietto con il vizio delle femmine è garantita. Il Pdl fiuta sangue: la pubblicazione delle telefonate piccanti sarebbe il viatico migliore per far passare – magari a larga maggioranza – una legge restrittiva sulle intercetazioni. Su questo punto i dalemiani, memori della vicende Unipol, sono molto sensibili. Walter corre sul filo, stretto tra l’offensiva girotondina e le pressioni dell’amico Massimo. Il risultato rasenta la schizofrenia: Veltroni sostiene che il lodo-Schifani può andar bene ma che debba entrare in vigore dalla prossima legislatura.

Dall’altra parte della barricata è andata in scena la trasfigurazione agreste di Di Pietro. Tonino passa la domenica a Montenero di Bisaccia in calzoni corti e il lunedì torna in Parlamento a lavorare di vanga in giacca e cravatta. L’ex pm dà sfogo alle vocazioni neogirotondine e convoca quella manifestazione nazionale che Veltroni non ha avuto il coraggio di convocare. Insomma, nell’opposizione le danze estive le mena Tonino, che in predia alla smania epistiolare scrive lettere a tutti. A Beppe Grillo per annunciare che l’8 luglio si scende in piazza . A Walter per dirgli “basta indugi, venite a manifestare con noi”. Al Loft declinano con un seccato “no grazie”. Ovviamente la risposta Di Pietro la conosceva già, ma ora potrà dire che a rompere per primo è stato Veltroni.

“L’unica opposizione sono io”, ripete da mesi Di Pietro. Il guaio è che adesso sembra vero. Qui si trebbia, signori, i neogirotondini vanno avanti con il trattore. E pazienza se nella triturazione ci finisce Walter al posto di Silvio. Furio Colombo, Pancho Pardi e Paolo Flores d’Arcais gongolano: “Tutti in piazza per la democrazia e contro le leggi-canaglia”. Il professore di Firenze poi si fa prendere la mano quando scrive sul blog: “Un silenzio plumbeo calerà su tutta l’informazione”. E vagli a spiegare che è da due settimane che non si parla d’altro. Sta di fatto che l’idea del referendum abrogativo alla norma “salva-premier” trascinerà la gente in piazza. Grillini e dipietrini vanno di fretta, hanno il popolo che li aspetta. Dove popolo significa anche migliaia di elettori del Pd.


Don Tonino e il terrore in prima pagina

29 giugno 2008

L’Espresso pubblica le intercettazioni di Berlusconi e Saccà e per il centrosinistra si apre uno spiraglio nuovo. Le telefonate fra l’allora capo dell’opposizione e l’ex numero uno di Rai Fiction, infatti, scatenano un caso politico. Di Pietro tenta la fuga, e sferra l’attacco più duro: «Le intercettazioni ci fanno vedere un capo del governo che fa un lavoro più da magnaccia, impegnato a piazzare le veline che parlavano troppo, che da statista».

Il giorno dopo l’ex pm di ferro alza il tiro: «Ci sono momenti nella vita delle nazioni in cui i cittadini devono fare delle scelte. Momenti in cui non si può più fare finta di niente e continuare a credere che, in fondo, nulla veramente cambierà» si legge nella lettera che Di Pietro invia a Beppe Grillo. «Le leggi che continuamente vengono proposte dal nuovo Governo sono un attentato alla democrazia. Se passano, vincerà il regime e perderà, per un tempo indefinito, la democrazia».

Ma, dietro la clava, si nasconde il fioretto. Maurizio Ronconi, deputato dell’Udc ragiona: «Il vero obbiettivo di Di Pietro non è Berlusconi ma Veltroni al quale immagina di strappare la leadership della sinistra». Insomma, sembra che l’ex pm abbia la carta vincente. In realtà, la svolta a cui una parte del Pd sta pensando, è quella che- in teoria- stava alla base del nuovo partitone. La rissa dipietrista potrebbe essere l’occasione per scaricare l’ex togato, e perseguire quella che Veltroni chiama «la vocazione maggioritaria del partito». Ma fin’ora l’ex sindaco di Roma ha nicchiato. «L’Italia vive la crisi più drammatica dal dopoguerra in poi. Berlusconi prende in giro i cittadini e si occupa solo dei suoi affari personali. Ora basta, il dialogo è finito» ha spiegato a Repubblica.

Però qualcosa si muove. Dice Follini: «Dobbiamo risvegliarci dal sogno del dialogo con Berlusconi. Senza farci trascinare nell’incubo del giustizialismo alla Di Pietro». E Soro: «Di Pietro esercita il suo ruolo, ma temo faccia il gioco di Berlusconi. Il rumore di una polemica tribunizia appanna proprio le ragioni che noi vogliamo far passare».

Insomma, manca la zampata del leader. L’occasione è ghiotta. Se il Pd moderno riuscisse a fare un passo avanti, e a lasciarsi l’antiberlusconismo alle spalle, perderebbe di sicuro qualche seguace e si guadagnerebbe gli strali di Micromega, di una parte dei commentatori di Repubblica e dei grillini. Ma avrebbe- e qui il contadino molisano (guarda le foto) avrebbe compiuto il miracolo che non è riuscito ancora a nessuno- la possibilità di mostrarsi davvero innovativo e, finalmente, un soggetto politico. Anche perchè fra i banchi del governo si ride di gusto. «C’è davvero da pensare con tristezza a quanto è successo al Loft in soli due mesi- sorride Capezzone-. Povero Veltroni: da seguace di Obama a gregario di Di Pietro…».
Il vicario


Vota Gandus

18 giugno 2008

Ci siamo. La legislatura del governo Berlusconi inizia per davvero. Il Cav ha fatto inserire nel pacchetto sicurezza due emendamenti che incideranno drasticamente sui tribunali italiani: si dà una corsia privilegiata per i processi sui reati di più alto allarme sociale (quelli con possibile condanna oltre i dieci anni); si bloccano per un anno, di converso, tutti gli altri purché siano nella fase del dibattimento di primo grado, siano relativi a reati commessi entro il giugno 2002, siano reati di minore allarme sociale.

Saranno ovviamente tanti i processi che verranno sospesi per dodici mesi. Tra questi il processo Mills. Tra qualche settimana arriverà anche un disegno di legge che riproporrà il vecchio Lodo Schifani, ovvero la sospensione automatica per l’intera legislatura di qualunque processo che possa toccare il premier e le alte cariche dello Stato. L’effetto sull’opposizione è benefico: Veltroni dà al Cavaliere della persona poco seria e annuncia che “il dialogo è finito”. Di Pietro lo sfotte (“Benvenuto nel club degli occhi aperti”) ma sotto sotto rosica: ora il leader dell’Italia dei Valori non potrà più lucrare sulle incertezze Pd ed ergersi a rappresentante “dell’unica opposizione rimasta”. In Senato volano urla e fischi, spuntano striscioni e cartelli. L’opposizione torna a mordere, in Aula è una battaglia dal sapore liberatoria. Addio Statista, il Caimano è tornato.

Non pago Berlusconi prende di mira anche Nicoletta Gandus, il magistrato che a breve dovrà stabilire se il premier ha corrotto o meno il testimone britannico David Mills. Il fido avvocato Ghedini dice che il giudice ha mostrato “grave inimicizia” nei confronti del suo assistito e dunque il premier lo ricusa. La magistratura insorge compatta a difesa della collega, come ai bei tempi andati lo scontro tra Berlusconi e le toghe è durissimo. Napolitano è infuriato ma per ora (pubblicamente) tace: la firma sul testo la meterà comunque, anche perchè se no salterebbe l’intero decreto sicurezza. Nessuna notizia del Guardasigilli Alfano. Nel Pdl è l’ora di falchi, Cicchitto bolla come “inquietante” la discesa in campo dei “giudici politicizzati”. Di Pietro accusa il premier di “strategia criminale”, Casini parla di “iniziative dissennate”. La guerra è guerra, nelle prossime settimane sarà un’escalation.


Se telefonando…

9 giugno 2008

Le danze le ha aperte Berlusconi promettendo cinque anni di galera per chi esegue o pubblica intercettazioni telefoniche. La materia è delicata ma al Cavaliere sale immediatamente il sangue agli occhi. Silvio ha spiegato che faranno eccezione i casi di lotta alla mafia o al terrorismo. A parte Dell’Utri e Bin Laden, insomma, le chiacchiere via filo o via etere saranno sacre. Magistrati e giornalisti hanno protestato, senza esagerare.

La buona notizia è che la sparata di Berlusconi mette a rischio il dialogo con Veltroni. Il barometro dei rapporti Pd-Pdl segna tempesta. Alla sinistra la chiamata alle armi ricorda tanto le leggi “ad personam”. Di Pietro parla di “progetto criminogeno” e sventola la minaccia del referendum: per Silvio sarebbero dolori. Veltroni si accoda all’ex pm e definisce le norme “gravi e sbagliate”. La Lega ha un sussulto di orgoglio. Castelli spiega che le intercettazioni non si possono limitare a “mafia e terrorismo” ma vanno mantenute anche per i reati di corruzione e concussione. Il Cavaliere per ora tace ma non sembra intenzionato a indietreggiare. Nell’attesa è bene ricordare che cosa non avremmo mai saputo se la stretta annunciata da Berlusconi fosse entrata in vigore qualche anno fa.

Un Paese alla cornetta. C’era Saccà che giurava fedeltà al capo: “Presidente, lei è amato nel Paese, glielo dico senza piaggeria”. C’era Silvio che chiedeva al dirigente Rai di assumere le attricette giuste. In particolare “Evelina Manna […], perchè mi è stata richiesta da qualcuno con cui sto trattando”. E nella trattativa – Silvio lo sa bene – tutto è permesso. Soprattutto se il destino del governo Prodi era apesso alla carriera di una velina. Il Cavaliere, furisoso, spiegò: ho solo cercato di far lavorare delle povere ragazze. Anche perchè “in Rai lavori solo se sei di sinistra o ti prostituisci”. Vittorio Emanuele, di fronte al magistrato, la mise così: “Come mai questa ossessione per le donne? Sa com’è, sono un sessuomaniaco”.

Ora, prostituzione a parte, lo spaccato è da brividi. C’era D’Alema che esultava al telefonino, “abbiamo una banca”. E a Consorte diceva: “Facci sognare”. Con ironia esordiva: “Pronto? Lei è quello di cui parlano tutti i giornali?”. E poi c’era Giampiero Fiorani, il banchiere di Lodi che si vide autorizzare a notte fonda una scalata da un cattolicissimo governatore di Bankitalia. Il dialogo con Fazio è memorabile: “Ahhh Tonino, sono commosso, ti ringrazio, ti ringrazio… Guarda, ti darei un bacio in questo momento, sulla fronte ma non posso farlo. […] Prenderei l’aereo e verrei da te in questo momento se potessi”. C’èra il capo della Polizia Gianni De Gennaro che invitava il questore di Genova a mentire sulla notte del G8 alla scuola Diaz.

E poi la genialità linguistica di Stefano Ricucci. L’immobiliarista di Zagarolo rimproverava i compagni di scalata che si credevano troppo astuti: “Aho, e che stamo fa’, i furbetti del quartierino?”. Simpatico anche l’erede savoia che, programmando il suo soggiorno a Roma in occasione di una visita in Vaticano, chiedeva al segretario di portargli una “bella pucchiaccha, o al limite una suora”, giusto per allietare la nottata nella Capitale. E Moggi? Ve lo ricordate Moggi? Big Luciano parlava direttamente con il designatore arbitrale Bergamo: “Aho, ecco la griglia che me so’ studiato…”. Deborah Bergamini, dirigente Rai, spiegava al suo omologo Mediaset Mauro Crippa come trattare le elezioni. E poi Guzzanti che chiaccherava con Scaramella, le trimalcionerie di Vallettopoli, Salvo Sottile e la Gregoraci. Vespa che rassicurava i camerati di An: “La puntata a Fini possiamo confezionargliela su misura”.

Certo, queste intercettazioni non sono sempre penalmente rilevanti. L’accusa suona più o meno così: “Chi le pubblica è un manettaro e non rispetta la privacy”. Ma senza intercettazioni sui giornali Fazio sarebbe ancora al suo posto, Moggi avrebbe avuto tempo di rubare un altro paio di scudetti, D’Alema e Fassino probabilmente non avrebbero investito Veltroni della leadership del Pd e da pochi mesi sapremmo che Cuffaro incontrava mafiosi. Le intercettazioni svelano spesso affreschi illuminanti, gettano luce su scenari incredibili, squarciano veli di autenticità su universi di potere. Ci raccontano un’Italia che neanche i più cinici avevano azzardato immaginare. Un’Italia ignorante e violenta, comica e arrogante. Un Paese da osteria.


Perdenti S.p.a (seconda puntata)

27 maggio 2008

Nelle tasche della generazione che non cresce
(La prima puntata è qui)

Il familynet
Poi c’è la questione familiare. I ragazzi escono di casa, mediamente, a trentacinque anni. Il 68 per cento dei giovani fra i venticinque e i trent’anni vive con i genitori. Sperando di raggiungere le loro garanzie granitiche: una chimera. Oppure, di sostituire il padre nel suo mestiere. La mobilità sociale- raccontano i dati del Censis- si è praticamente azzerata. Giovanni Floris, conduttore di Ballarò, all’epidemia delle raccomandazioni ha dedicato un intero libro. «Se il sistema funziona», scrive, «è perché il Paese ama farlo funzionare: noi le raccomandazioni ce le meritiamo». I dati sono da lacrime.

Solo il 3 per cento dei figli di operai riesce a diventare imprenditore, dirigente o libero professionista. Floris, per descrivere la situazione italiana, usa una metafora particolarmente efficace. «Se gareggiassero tutti sui 100 metri, i figli dei ricchi partirebbero dalla linea del via e i figli dei poveri si sistemerebbero 30 metri indietro, con una cintura di pesi piombati legati alla vita, senza scarpe, con il pubblico dello stadio che tifa contro e l’allenatore che ride loro in faccia». Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. L’80 per cento delle aziende a controllo familiare scompare entro la terza generazione, due imprese su tre falliscono nel periodo di passaggio fra la prima e la seconda.

L’esercito dei perpetui
L’ultimo nodo è legato alla politica. Mello vede spiragli nella leadership veltroniana: «Una svolta si è vista. L’estromissione di Di Mita e della politica che questo geneticamente rappresenta è sicuramente una buona notizia». Sull’ultimo numero del Mulino, il professor Rosina racconta l’incapacità di una sterzata, a dieci anni esatti dalla proposta “illuminata”di Mario Monti, lo sciopero generazionale. Ora rincara la dose. «La classe politica che ha occupato le principali posizioni di potere dopo il 1992 non si è poi più rimessa in discussione. Nessuno si è più messo da parte, indipendentemente dal fatto che abbia governato bene o male, che abbia vinto o meno. Il rinnovo ai posti di comando avviene solo quando accade qualche evento che costringe tutti a fare un passo indietro, come è stato con Tangentopoli».

Secondo Rosina, per far ripartire il Paese, è necessario un trauma. Perché scoppi una rivolta giovanile, spiega, servono due condizioni: «La prima è che ci sia una coscienza diffusa dello svantaggio e dell’iniquità che caratterizza la propria situazione. E questo forse c’è. Manca però la seconda condizione, quella del passaggio dal malcontento generalizzato dei singoli individui all’unione coordinata che diventi spinta per il cambiamento. I giovani italiani hanno chiesto individualmente sostegno e aiuto ai lori genitori invece che protestare collettivamente, come invece hanno fatto i coetanei francesi. Ma la bomba della rivolta è anche annacquata dallo stesso aumento delle condizioni di difficoltà e incertezza, che hanno verosimilmente contribuito a mantenere il conflitto generazionale sotto la soglia di rischio. La condizione di precarietà costringe i giovani a rimanere quotidianamente preoccupati del proprio percorso individuale. A mantenere quindi costantemente lo sguardo verso il basso per decidere come e dove posare il piede, passo dopo passo».

Non è un paese per vecchi
La questione anagrafica è nota: Berlusconi e Prodi sono diventati premier per la prima volta a 57 anni, Blair ha iniziato il suo decennio a 43. Zapatero a 45. Veltroni ha iniziato la sua corsa alla stessa età in cui l’ex leader britannico lasciava spazio a Gordon Brown. L’ex sindaco di Roma ha aperto il Pd a qualche trentenne. Secondo il professor Rosina «l’operazione del Pd e la sensibilità manifestata da Veltroni verso le nuove generazioni sono senz’altro segnali importanti, ma del tutto insufficienti. Il reclutamento dei giovani continua ad avvenire sulla base della cooptazione, non del merito. Non trovano spazio i migliori, ma solamente i figli di papà e quelli che sono più funzionali allo status quo. Le idee nuove e il cambiamento difficilmente riescono in questo modo ad imporsi».
Anche Rimassa storce il naso: «Nel Pd ci sono tutti quelli che ci hanno governato negli ultimi soporiferi due anni. L’obbligo è cambiare il paese, non il governo. La generazione dei trentenni è stata tradita dalla politica. La soluzione? Ce l’abbiamo sotto gli occhi: un premier forte con idee chiare e la possibilità di metterle in atto. Ma finchè non si capirà che i giovani non devono essere trattati come delle nullità o come una specie protetta si continuerà a perdere la sfida. Il problema è che, alla lunga, la sfida diventerà quasi impossibile».

Il vicario

Continua… 


Affinità e divergenze tra noi e il compagno Giuseppe Grillo

2 maggio 2008

Premesso che Beppe Grillo, a volte, dice cose condivisibili.

Premessa che il malcontento esiste. Ognuno di noi è in varia misura infelice, triste, scontento, frustrato e talvolta esasperato. Grillo fa cassa: è l’espressione di malumori forti e legittimi.

Il problema sono i contenuti. A volte condivisibili, a volte no. Entriamo nel merito:

Il ritornello è: “Il Pd e il Pdl sono uguali. Non bisogna più andare a votare”.
Noi crediamo di no. Tra i politici del Pd e del Pdl c’è un abisso. Un abisso politico, culturale e di etica pubblica. Un abisso di persone. Temiamo che i futuri cinque anni lo dimostreranno. Capiamo e condividiamo la delusione per l’operato della classe politica dell’attuale centro-sinistra ma non si può dire che i due schiramenti siano uguali.

Qualche mese fa Beppe annunciava: “I partiti sono il cancro della democrazia: io li voglio distruggere”
Noi invece difendiamo il partito come forma di espressione politica democratica. Qualcuno di voi ha mai visto una democrazia senza partiti? Siete a conoscenza di un’alternativa alla democrazia rappresentativa? 

Tra le proposte di legge del primo V-day c’era il limite massimo di due mandati parlamentari.
E perché mai dovrebbe essere così? Il professionalismo politico può anche essere un valore. La politica è un mestiere serio che ha bisogno di anni e di esperienza. Tutt’altra cosa è il mancato rinnovamento dei partiti e dei gruppi dirigenti, che in Italia è un problema enorme.

Grillo dice “basta con i finanziamenti pubblici ai giornali”
Posto che per finanziamenti s’intende soprattutto sgravi fiscali, abbiamo qualche dubbio. Dal manifesto a radiopopolare, tantissime testate scomparirebbero, alla faccia del pluralismo dell’informazione. I pochi giornali in grado di sopravvivere costerebbero di più. Il liberismo economico nel settore dei media è una soluzione rischiosa: la tv insegna.

Sul blog Beppe denuncia “il silenzio dell’informazione sul V2-day”. Con la variante “i tg non ci hanno dedicato neppure un secondo”
Balle. Tutti i tg della Rai ne hanno parlato nei titoli di apertura e con un servizio dedicato sempre nella prima parte del telegiornale. In tarda serata “Matrix” ha trasmesso ampie parti dello spettacolo: in tutto circa un’ora di filmato. Il giorno dopo il V2-day era sulla prima pagina dei Repubblica e Corriere e Stampa con relativi pezzi “interni” (dalle due alle quattro pagine). Repubblica.it ha raccontato la giornata con una diretta da piazza San Carlo. Sulla homepage de LaStampa.it c’era un link alla diretta video dell’evento e un dossier dedicato all’evento.

“Non esistono giornalisti buoni o giornalisti cattivi. Esiste un’informazione di regime o la verità”.
E’ l’esatto contrario: non esiste un’informazione di regime o la verità. Esistono giornalisti capaci e giornalisti incapaci. Ma anche: c’è una cosa, nei giornali, che si chiama linea editoriale. Ben diversa dalla censura, molto lontana dall’oscuramento.

Sostiene Grillo: i giornali italiani sono “fascisti”, “fogli di regime”.
Falso. I giornali italiani sono un esempio di caotico pluralismo, un marasma di notizie e punti di vista. Punti di vista a volte non condivisibili, ma questo è tutt’altro discorso.

Che cosa ne dite? Questa volta vi chiediamo un commento.