Un panino in riva al Piave

22 luglio 2008

Il problema non è Mameli, e tanto meno il Piave che mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio. Qui siamo al 22 luglio, mezza Italia è in spiaggia e Bossi si diverte che neanche a Pontida. Il Senatùr detta l’agenda a tutti, dal governo all’opposizione, da Fini a Napolitano, da Berlusconi ai giornali, ai blog. Il suo dito medio (e non è la prima volta) s’erge al centro della vita politica italica.

Del fatto in sè, lo scandaloso gestaccio oltraggio all’onore della Patria, non gliene frega niente a nessuno. Tanto meno a lui, l’Umberto, che si gode il pomeriggio di passione standosene seduto in Transatlantico a fare merenda (in barba ai regolamenti). Un bel panino al prosciutto e un bicchiere di Coca-Cola proprio mentre Gianfranco Fini e Renato Schifani concludono le rispettive ramanzine chiedendo “più rispetto per lo Stato”. La polemica monta, è un diluvio di dichiarazioni. Napolitano plaude ai presidenti di Camera e Senato, Veltroni punzecchia il premier che non prende posizione sull’argomento, la Lega fa quadrato attorno al capo.

“Ma va là, … se Gianfranco se ne stava zitto era meglio”. Bossi se la ride. Qualche ora prima aveva spiegato che le polemiche sull’inno erano solo robaccia strumentale ma che comunque a lui la poesiola di Mameli non va proprio giù. “Nell’inno c’è anche scritto che i bambini italiani si chiamano “balilla””, aggiunge l’Umberto rinfacciando a Fini i suoi trascorsi fascisti. E vagli a spiegare che l’inno è stato scritto 70 anni prima dell’avvento del fascismo e che il verso in questione è dedicato ad un patriota genovese del ‘700 detto, appunto, Balilla. Stesso discorso per “la schiava di Roma”: Mameli lo riferiva alla vittoria, Bossi – com’è ovvio – alla Padania. 

Il Pd coglie la palla al balzo e tuona contro Berlusconi reo di essersi alleato con gli impresentabili padani. E fa niente se qualche centinaia di metri più in là D’Alema flirta con Maroni discutendo amabilmente di federalismo fiscale. Parisi non si lascia sfuggire la ghiotta occasione per il solito regolamento di conti interno al Pd: “Io chiedo: com’è possibile trattare con chi oltraggia l’unità della Repubblica?”. La Mussolini durante l’intervento fa risuonare in aula le note dell’inno nazionale. Borghezio dice che “Bossi è un patriota”. Lo spettacolo va scemando, l’Umberto decide di telefonare a Silvio. Il Cavaliere gli conferma che non ha nessuna intenzione di intervenire contro la sua sparata. Bossi incassa, il dito medio ha pagato.


La vera opposizione: cappio e camicia verde

17 luglio 2008

La mitologica immunità parlamentare era spirata con il biennio manettaro di Tangentopoli. A rispolverarla ci ha pensato lui, il Silvio nazionale. La ricetta berlusconiana per riformare la giustizia italica è una rivoluzione: “Separazione delle carriere, riforma del Csm, priorità dell’azione penale e niente più procedimenti contro deputati e senatori”. La Lega si è messa di traverso ma il Cavaliere da quell’orecchio non ci sente: “A settembre cambierò la giustizia dalle fondamenta. Nessuno mi fermerà”. Non abbiamo dubbi.

A Bossi sarà tornato in mente Luca Leoni Orsenigo, pacato leghista della prima ora che fece penzolare un cappio in Parlamento. Correva l’aprile del 1993 e dieci giorni dopo l’Aula negò l’autorizzazione a procedere contro Craxi. Calderoli (che per un pomeriggio gioca a fare il leader dell’opposizione) ha provato a spiegare al Cavaliere che le priorità del Paese sono altre, tipo il federalismo che la Lega ha promesso ai suoi elettori. Il Senatùr per ora tace ma se Berlusconi non farà un passo indietro – e, statene certi, non lo farà – nelle prossime ore lancerà frecciate contro il premier. Tremonti in un’intervista a La Stampa ha annunciato i venti catastrofici della grande depressione economica. Ma Berlusconi se ne frega: economia e riforme possono attendere, “l’emergenza – tuona Silvio – è la giustizia”.

Da Di Pietro piovono le solite bordate: “Quallo di Berlusconi è un piano criminale e criminogeno, pare quello della P2 di Licio Gelli”. Il Pdl lo ricopre di insulti: “Farnetica”, “si deve vergognare”. Nel migliore dei casi (Bonaiuti) “suscita orrore”. Sull’immunità parlamentare il Pd cincischia. Inutile scorrere le agenzie di stampa, i big non parlano. L’unico a rilasciare una dichiarazione è un perfetto sconosciuto, tale Luigi Lusi. L’onorevole democratico si limita a dire che “l’immunità parlamentare non è la priorità del Paese “. Si chiama opposizione soft. E poi l’immunità parlamentare risolverebbe non pochi guai anche al Pd. Violante è favorevole e anche D’Alema, in passato, ha accarezzato l’idea. Insomma, siamo alle solite: Berlusconi detta l’agenda e l’opposizione si divide.

La speranza si chiama Umberto Bossi. L’unica opposizione efficace in questa legislatura la può fare la Lega. Anche perchè al Senatùr disturba questo modo ruvido di trattare l’opposizione, il federalismo lui vorrebbe realizzarlo d’accordo con Veltroni per evitare sorprese referendarie (come accadde nel 2006). Dicono che il Cavaliere sia rimasto profondamente impressionato dall’arresto di Del Turco e dalla retata degli amministratori in Abruzzo. Intanto il ras della sanità abruzzese Angelini negli ultimi interrogatori ha tirato in ballo anche esponenti del Pdl sostenendo di aver sparso tangenti anche nelle loro tasche. Tanto vale, avrà pensato Silvio, approfittarne adesso. E pazienza se l’immunità parlamentare resta nell’immaginario collettivo il più impresentabile dei privilegi della Casta. L’antipolitica non lo sfiora. L’antipolitica è lui.


I sudori del giovane Walter

16 luglio 2008

“Basta farci del male, basta con i fratelli coltelli: siamo sotto attacco e ora più che mai dobbiamo restare uniti. Non fare quelli che si pugnalano da soli”. Per far risvegliare Veltroni dal coma politico ci sono volute più di cinque ore di discussione. A Roma fa un gran caldo, la prima riunione della direzione del Pd è una tortura, le frecciate alla segreteria non mancano. Walter suda. E’ stufo di sentirsi un pungiball. Il momento della strigliata alla truppa è maturo.

“Così non va”, tuona Veltroni. Nessun riferimento esplicito, nessun nome e cognome, nessuna “corrente” nel mirino. Anche se a D’Alema fischiano le orecchie. Il segretario, forte del fatto che per l’ennesima volta nessuno tira fuori l’arma del congresso anticipato, riprende in mano le redini democratiche e indica la rotta: uscire fuori dal chiuso delle stanze e tuffarsi tra la gente. Sperando che le gente non fugga a gambe levate, è sottinteso. Ragiona Walter: “Noi siamo gli unici che stanno sempre a discutere, mentre Fi e An sono anni che non riuniscono gli organismi dirigenti e nessuno dice niente. Noi siamo gli unici che stiamo sempre in mezzo al mare. Ora basta, tocchiamo terra, mettiamo la testa fuori”.

Nella sala qualcuno mugugna. La Bindi vuole togliersi il sassolino dalla scarpa, e ironizza: “Il Pd dovrebbe dotarsi di un coordinatore delle fondazioni, sarebbe l’uomo più potente…”. Rosy ce l’ha con il seminario dell’altroieri organizzato dal dream team D’Alema-Bassanini. Massimo ormai rema contro su tutti i fronti. Veltroni vuole il sistema spagnolo e D’Alema organizza un convegno per promuovere quello tedesco. Veltroni difende la vocazione maggioritaria del Pd e D’Alema tesse rapporti con Vendola e Casini. Veltroni elogia il bipolarismo e D’Alema lo gela: “Non ha prodotto governi di qualità. E la stabilità dei cattivi governi è il peggiore dei mali”. Veltroni archivia definitivamente il dialogo con Berlusconi e D’Alema dice che l’ipotesi di una grande coalizione Pd-Pdl non va demonizzata. Per fortuna la procura di Pescara ha arrestato Del Turco, almeno su questo Walter e Massimo mantengono la stessa linea: silenzio tombale.

Se D’Alema la pensa così, commentavano gli uomini di Veltroni “alla direzione avrebbe dovuto alzarsi in piedi e chiedere un congresso”. Ovviamente ciò non è avenuto. Massimo ha lasciato la sala ben prima dell’intervento di Walter. Ma le scintille non sono mancate. Una volta chiusa la relazione di Veltroni, usuale sipario sulla maratona democratica, Gianni Cuperlo ha preso la parola per replicare al segretario. Se lo avesse fatto quando il partito si chiamava ancora Ds, gli avrebbero tagliato una mano. Cuperlo assesta lo schiaffo: “Mi sono sentito svalutato e delegittimato dal richiamo di Veltroni a ridimensionare le discussione interne. Se non discutiamo qui, a una Direzione, dove lo dovremmo fare?”. Insomma, ci risiamo. Veltroni ha risposto a Cuperlo. Ma ormai aveva già ricominciato a sudare.


4 luglio 2008

Pornopolitica va in vacanza per qualche giorno. A presto.


La Lega dei valori

3 luglio 2008


La bufera intercettazioni- se le intercettazioni saranno pubblicate- lascerà dei cadaveri sul campo di battaglia. Secondo Dagospia la prossima settimana sarà decisiva. «8 giorni di sanguinoso calvario per il Cav, che nessun Cialis può lenire» scrive il sito di Roberto D´Agostino, che racconta di un Cai-nano terrorizzato dall´idea che le telefonate hard rimbalzino sui desk di tutti gli italiani. Troppo pesanti, i contenuti.

Carfagna, Sanjust, dita: Clinton, in confronto, è il fidanzatino di Rosy Bindi. Cossiga azzarda un previsione: «Alla fine, qualunque cosa salti fuori, basta che non siano perversioni, gli italiani sono cattolici e comprendono le debolezze della carne». Però sembra che le perversioni ci siano eccome. Il vecchio picconatore ha in mente quello che pensano in molti, cioè che un ribaltone giudiziario possa dar vita ad una specie di Lega dei valori, ibrido incontrollabile di pulsioni alla Robespierre, sanissimo razzismo, e toni incendiari, così detta l´agenda al Cavaliere: «Approvi fino d´ora per decreto legge il federalismo fiscale. Così la Lega non avrà più pretesti o alibi per abbandonarlo in caso di condanna». Il presidente emerito spara nel mucchio, ma il panorama che disegna è chiaro. «Il centrodestra mostra crepe.

Nella Lega ci sono due anime: una berlusconiana, l´altra finto berlusconiana, capeggiata da Maroni, che fa di tutto per mettere la Chiesa contro Berlusconi. Manca solo che proponga il taglio della falange per i bambini rom e il lobo dell´orecchio agli adulti per renderli riconoscibili. Maroni è stalinista. Ha il cuore che batte a sinistra. Quando Silvio si dimetterà, è pronto a convincere Bossi, che ha già cercato di sostituire quando ha avuto l´infarto nel 2004, parola dell´ottimo Calderoli». Quello che i flussi elettorali hanno raccontato- ovvero un filo diretto fra dipietristi, rifondaroli e leghisti-, quello che le dichiarazioni sulla sicurezza di Tonino avevano lasciato immaginare-l´ex pm infatti è molto vicino alle posizioni del Viminale- assume, nelle ore delle schermaglie che precedono la tempesta, i contorni di un´alleanza nel «nome del popolo italiano».

D´Alema e Casini cercano di buttarla sul piano politico. «Una opposizione a Berlusconi connotata dal dipietrismo, da quei toni, da quel martellamento- spiegava ieri al Corriere della Sera il numero uno dell´Udc- non trascina il Paese. Peggio: dimostra che, se l’opposizione è questa, l’alternativa a Berlusconi non c’è». D´Alema, che sul tema non è potuto intervenire per non dare l´impressione di voler scavalcare Veltroni, acconsente in silenzio. E il leader del Pd? Con tre giorni di ritardo si accorge che Don Tonino ha preso il largo e ragiona ai microfoni di Sky: «Di Pietro fa un gioco inutile e dannoso. Il suo è esattamente il tipo di opposizione che Berlusconi preferisce».

Il partitone, come al solito nelle sabbie mobili, sta a guardare. E, se davvero il Cav finisse defenestrato, allora Veltroni potrebbe essere il primo a seguirlo. Già, perché la Lega dei valori ha molto appeal. Scrive il Corriere: il 10% alle Europee è un traguardo inconfessabile, ma nel «fantastico» mondo di Tonino – dove si guarda con cupidigia al bacino del Carroccio – sono in molti a crederci davvero. Se Berlusconi finisse travolto dai brogliacci telefonici, gli unici rimasti in piedi, al momento, sarebbero proprio loro, i campioni del fuoco incrociato. L´uomo di sinistra che guarda a destra, e l´uomo di destra che flirta con la sinistra. Di Pietro il duro, e Maroni lo stratega. Sono passati tredici anni, ma la frase magica di Tonino è sempre valida: «Potete voi escludere la possibilità, domani, di vestirvi da donna? Tutto è possibile».


Ragazzi di vita

2 luglio 2008

La canicola estiva miete vittime in Parlamento. L’Italia triste e frustrata spegne i tg e prepara le valigie per le vacanze. Conquistare qualche titolo sui giornali diventa un’impresa anche per la navigata classe dirigente. In questo inizio d’estate svettano in due: Berlusconi e Di Pietro. Il Cavaliere sciupafemmine e l’ex pm trebbiatore. Agli altri restano le briciole. Veltroni pare un agnello in mezzo ai lupi.

Dagospia la mette giù drammatica: “Tic-tac, tic-tac. Come una bomba a orologeria. Ancora 8-giorni-8 di tempo per pubblicare le intercettazioni hard-core by Silvio & Girls. Perché il 9 luglio il gup di Napoli dovrà decidere se rinviare a giudizio la premiata coppia Saccà-Berlusconi oppure archiviare tutto e mandare al macero le quasi 9 mila intercettazioni perché penalmente non rilevanti”. Certo è che nelle redazioni dei giornali qualche intercettazioni circola. Si vocifera di telefonate parecchio imbarazzanti tra il Cavaliere e le sue pupille, in primis la bella Mara. “Roba da brividi”, dicono alcuni. Per altri è solo “un settantenne che gioca a fare il play-boy”. Ma in Italia sulle donne non si scherza.

Ora manca solo un direttore con il coraggio – o la follia, fate voi – di pubblicare le intercettazioni. Forse al Cavaliere non dispiacerebbe neppure troppo. Veronica lo scaricherebbe definitivamente ma l’ammirazione degli italiani per un arzillo vecchietto con il vizio delle femmine è garantita. Il Pdl fiuta sangue: la pubblicazione delle telefonate piccanti sarebbe il viatico migliore per far passare – magari a larga maggioranza – una legge restrittiva sulle intercetazioni. Su questo punto i dalemiani, memori della vicende Unipol, sono molto sensibili. Walter corre sul filo, stretto tra l’offensiva girotondina e le pressioni dell’amico Massimo. Il risultato rasenta la schizofrenia: Veltroni sostiene che il lodo-Schifani può andar bene ma che debba entrare in vigore dalla prossima legislatura.

Dall’altra parte della barricata è andata in scena la trasfigurazione agreste di Di Pietro. Tonino passa la domenica a Montenero di Bisaccia in calzoni corti e il lunedì torna in Parlamento a lavorare di vanga in giacca e cravatta. L’ex pm dà sfogo alle vocazioni neogirotondine e convoca quella manifestazione nazionale che Veltroni non ha avuto il coraggio di convocare. Insomma, nell’opposizione le danze estive le mena Tonino, che in predia alla smania epistiolare scrive lettere a tutti. A Beppe Grillo per annunciare che l’8 luglio si scende in piazza . A Walter per dirgli “basta indugi, venite a manifestare con noi”. Al Loft declinano con un seccato “no grazie”. Ovviamente la risposta Di Pietro la conosceva già, ma ora potrà dire che a rompere per primo è stato Veltroni.

“L’unica opposizione sono io”, ripete da mesi Di Pietro. Il guaio è che adesso sembra vero. Qui si trebbia, signori, i neogirotondini vanno avanti con il trattore. E pazienza se nella triturazione ci finisce Walter al posto di Silvio. Furio Colombo, Pancho Pardi e Paolo Flores d’Arcais gongolano: “Tutti in piazza per la democrazia e contro le leggi-canaglia”. Il professore di Firenze poi si fa prendere la mano quando scrive sul blog: “Un silenzio plumbeo calerà su tutta l’informazione”. E vagli a spiegare che è da due settimane che non si parla d’altro. Sta di fatto che l’idea del referendum abrogativo alla norma “salva-premier” trascinerà la gente in piazza. Grillini e dipietrini vanno di fretta, hanno il popolo che li aspetta. Dove popolo significa anche migliaia di elettori del Pd.


Don Tonino e il terrore in prima pagina

29 giugno 2008

L’Espresso pubblica le intercettazioni di Berlusconi e Saccà e per il centrosinistra si apre uno spiraglio nuovo. Le telefonate fra l’allora capo dell’opposizione e l’ex numero uno di Rai Fiction, infatti, scatenano un caso politico. Di Pietro tenta la fuga, e sferra l’attacco più duro: «Le intercettazioni ci fanno vedere un capo del governo che fa un lavoro più da magnaccia, impegnato a piazzare le veline che parlavano troppo, che da statista».

Il giorno dopo l’ex pm di ferro alza il tiro: «Ci sono momenti nella vita delle nazioni in cui i cittadini devono fare delle scelte. Momenti in cui non si può più fare finta di niente e continuare a credere che, in fondo, nulla veramente cambierà» si legge nella lettera che Di Pietro invia a Beppe Grillo. «Le leggi che continuamente vengono proposte dal nuovo Governo sono un attentato alla democrazia. Se passano, vincerà il regime e perderà, per un tempo indefinito, la democrazia».

Ma, dietro la clava, si nasconde il fioretto. Maurizio Ronconi, deputato dell’Udc ragiona: «Il vero obbiettivo di Di Pietro non è Berlusconi ma Veltroni al quale immagina di strappare la leadership della sinistra». Insomma, sembra che l’ex pm abbia la carta vincente. In realtà, la svolta a cui una parte del Pd sta pensando, è quella che- in teoria- stava alla base del nuovo partitone. La rissa dipietrista potrebbe essere l’occasione per scaricare l’ex togato, e perseguire quella che Veltroni chiama «la vocazione maggioritaria del partito». Ma fin’ora l’ex sindaco di Roma ha nicchiato. «L’Italia vive la crisi più drammatica dal dopoguerra in poi. Berlusconi prende in giro i cittadini e si occupa solo dei suoi affari personali. Ora basta, il dialogo è finito» ha spiegato a Repubblica.

Però qualcosa si muove. Dice Follini: «Dobbiamo risvegliarci dal sogno del dialogo con Berlusconi. Senza farci trascinare nell’incubo del giustizialismo alla Di Pietro». E Soro: «Di Pietro esercita il suo ruolo, ma temo faccia il gioco di Berlusconi. Il rumore di una polemica tribunizia appanna proprio le ragioni che noi vogliamo far passare».

Insomma, manca la zampata del leader. L’occasione è ghiotta. Se il Pd moderno riuscisse a fare un passo avanti, e a lasciarsi l’antiberlusconismo alle spalle, perderebbe di sicuro qualche seguace e si guadagnerebbe gli strali di Micromega, di una parte dei commentatori di Repubblica e dei grillini. Ma avrebbe- e qui il contadino molisano (guarda le foto) avrebbe compiuto il miracolo che non è riuscito ancora a nessuno- la possibilità di mostrarsi davvero innovativo e, finalmente, un soggetto politico. Anche perchè fra i banchi del governo si ride di gusto. «C’è davvero da pensare con tristezza a quanto è successo al Loft in soli due mesi- sorride Capezzone-. Povero Veltroni: da seguace di Obama a gregario di Di Pietro…».
Il vicario