Nera è la notte

30 aprile 2008

“Fini era il ragazzo che curava i volantini per le scuole, Gasparri il fiduciario del liceo Tasso e Alemanno un ragazzino che veniva accompagnato dalla sorella. Era un timido, faceva judo per darsi forza. All’epoca noi eravamo come un gruppo in guerra. Rischiavamo la pelle e la libertà mentre la società degli anni Settanta scopava, ballava, si divertiva e comprava il televisore a colori”. Ha la memoria lunga Teodoro Buontempo. Oggi l’epopea finisce, il lungo viaggio della destra italiana termina qui.

Fini presidente della Camera e Alemanno sindaco di Roma. Cade l’ultimo tabù: gli ex-missini a Montecitorio e al Campidoglio. E’ lo sdoganamento definitivo di Alleanza nazionale, partito rimasto fino a oggi prigioniero di una navigazione a vista scandita da svolte e controsvolte. Dopo le visite a alle Fosse Ardeatine e ad Auschwitz, dopo il mea culpa sulle leggi razziali, dopo la catalogazione della Repubblica Sociale tra le pagine vergognose della storia patria, dopo il fascismo definito “Male Assoluto”, dopo il mutato giudizio su Mussolini. Fino allo storico viaggio in Israele. Finalmente Fini raccoglie i frutti. Da Fiuggi al Partito popolare europeo: roba da brividi. Ma ne valeva la pena.

La sinistra è frastornata. Gli intellettuali s’indignano. I politici anche, ma solo in privato. Sembra l’arrivo dei borgatari in centro, i lupi che entrano in città dalla porta principale mentre la Roma antifascista se ne stava spaparanzata a prendere il sole tra le dune di Sabaudia. Questa volta fa festa anche Donna Assunta Almirante. L’Imperatrice Madre della destra italiana guarda soddisfatta i suoi ragazzi dal cuore nero, il branco missino che diventa classe dirigente. Fini, ma soprattutto Alemanno, che con Storace voleva dire “Destra Sociale”. La storia di un popolo nostalgico. Con altri camerati che prendono strade pericolose, Nar o Terza Posizione, sigle prossime al terrorismo e alle stragi. E’ la destra che trionfa nella sua versione più disinibita, quella orgogliosa della militanza giovanile neofascista.

E così la Roma destrorsa torna in piazza con indosso il vestito buono. A festeggiare Alemanno ci sono tutti: i vecchi fascisti che piangono, i giovanotti con testa rasata e Ray-Ban. Qualcuno non resiste e si abbandona al saluto romano. Spunta il vecchio striscione della “Sezione Colle Oppio”, quella dei camerati più scalmanati e duri. I leader sul palco non si scompongono: non è tempo di nostalgie, il passato è passato. La Russa si gonfia d’orgoglio: “La vittoria di Gianni dimostra che il Pdl può vincere anche senza la Lega”. Alemanno saluta la folla con le dita della mano ben separate. Sa di essere l’unico ex fascista, o ex missino o ex An ad aver vinto la sua marcia su Roma. Al passato forse ci pensa: aggressioni, assalti, molotov e pure otto mesi di galera. La croce celtica al collo (roba da Ordine Nuovo) è rimasta, ma è “solo di un sibolo religioso”. A festeggiare con il neo sindaco la moglie più ingombrante, Isabella Rauti. Papà Pino ha la voce strozzata: “Gianni è bravo, era il migliore dei miei allievi”.


Fascistissimo Ciarrapico

9 marzo 2008

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Camerata Ciarra, presente. Il fascistissimo Giuseppe Ciarrapico, (ex) andreottiano, già re delle acque minerali e presidente della Roma Calcio, condannato per bancarotta fraudolenta, sale sul treno che lo porterà dritto dritto in Parlamento tra i banchi del Popolo della libertà.

La folgorante idea è stata di Previti. Candidare l’acquarolo ciociaro nel Lazio per strappare qualche migliaio di voti a Storace. Berlusconi non se lo è fatto ripetere due volte. E così Beppe Ciarrapico, creatura andreottiana dal cuore repubblichino, torna in politica a tre anni dalla sua uscita di scena. Correva l’anno 2005, il Ciarra se ne andò dal congressso di An sbattendo la porta: “Sono troppo fascista per assistere a questi bla bla bla”.

Lui, “devoto a Giulio e alla Fiamma”, è nemico giurato di Fini. Non ha mai perdonato a Gianfranco l’essersi scrollato di dosso la polvere nera, i duri e puri del “Mussolini sempre nel cuore”. L’italiano non lo ha mai imparato: “An è diventata ‘na monnezza. Alle prossime elezioni i nostri, che sono rimasti fascisti nell’anima, non voteranno più Fini, mejo Berlusconi”, commentava qualche anno fa. Con Silvio sono amici da tempo. Da quando il Ciarra mediò tra il Cav. e l’ingegnere De Benedetti nella guerra di Segrate (lodo Mondadori).

Ci sono state anche le grane con la giustizia nell’avventurosa vita di Ciarrapico. Lui quasi se ne vanta: “A Regina Coeli ci sono tre scalini chi non ha salito quelli nun è romano…”.  Impresentabile ma simpatico, il Ciarra. Ormai sono lontani i tempi in cui la sua tipografia stampava tutti le locandine dell’Msi. Solo qualche mese fa An lo accusava invece di aver tappezzato Roma di manifesti che ritraevano Fini intento a fare il saluto romano. Lui aveva detto che quella volta non c’entrava nulla: “Non faccio pubblicità ad un rinnegato-islamico-sionista”. Adesso sono in lista insieme.


Schiavitù e promesse

7 marzo 2008

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Ha la faccia da bravo ragazzo Gianfranco Fini. Pare una persona seria, un politico Law & Order. Agli italiani piace. Da anni negli indici di gradimento straccia Berlusconi. La storia patria lo ricorderà per aver portato la destra italica al governo. Dall’Msi al Ppe. Roba da brividi, da funamboli della politica. Lui li ha salvati tutti: i nostalgici del ventennio, i fanatici del saluto romano, i cuori neri della prima repubblica.

Cresciuti sotto il genio tutelare di Gianfranco, gli impresentabili hanno guadagnato il loro posto al sole. Gasparri, Matteoli, La Russa, Ronchi, Tremaglia: ai mediocri Fini ha regalato poltrone, ministeri e potere al di là dei loro meriti. Dentro An il dissenso ha sempre avuto due nomi: Storace e Alemanno. Migliaia di voti a Roma e frotte di politici locali iscritti alla loro corrente, la destra sociale. La base di An è sempre stata con loro. Adesso il primo se ne è andato, il secondo è stato spedito come kamikaze contro Rutelli nella corsa per il Campidoglio.

Una vita da mediano. Fini è stato despota dentro An ma eterno secondo nel mondo là fuori. Quattordici anni all’ombra di quel Silvio che millanta di aver fatto uscire i post-fascisti dalle fogne e di poterli “ricacciare giù da un momento all’altro”. L’ultima sottomissione di Fini è stata la più lacerante: sciogliere An e aderire al Pdl. A Berlusconi ha portato in dote una marea di voti e la struttura di un partito radicato sul territorio: le sedi locali, i piccoli dirigenti di provincia, il sottobosco politico che si fa il culo affinché un partito sia qualcosa di più di un brand da vendere all’elettore. Silvio gode: era quello che mancava a Forza Italia.

“Ma ne valeva la pena?”, chiedeva a Fini Nanni Moretti. “Valeva la pena lottare tutta la vita per diventare nemmeno l’unico, ma uno dei tanti signorsì di Berlusconi?”. La risposta è sì. Ne valeva la pena. La strada che partiva da Fiuggi portava dritta dritta ad Arcore. Fini lo sapeva fin dall’inizio però ai suoi non poteva dirlo. Ma oggi la successione non è più solo un sogno. Dopo anni si schiavitù, il delfino di Almirante ha ricevuto da Berlusconi una promessa. O meglio, la promessa. A metà legislatura Fini diventerà premier. Berlusconi farà un passo indietro per candidarsi alla presidenza della Repubblica. La metamorfosi è già in atto in questa campagna elettorale.

Da venditore di sogni, Silvio è diventato il politico che assicura cinque anni di sano buongoverno, ma “niente miracoli”. Il Cav. si fa forza di ciò che aveva sempre ripudiato: l’esperienza politica, maturata negli anni di governo. Insomma, il Caimano non c’è più: nel salotto di Porta a Porta osserviamo solo un simpatico omino di 70 anni che si atteggia da pacato padre della patria. Berlusconi per anni ha pensato ad un possibile successore, ma dentro Forza Italia le risorse umane sono mediocri. Formigoni, Pisanu, Termonti non sono stati giudicati all’altezza. La Brambilla è nata morta. E allora resta solo lui, Fini. Silvio ha promesso, Gianfranco si è fidato. Ha sciolto il terzo partito italiano e si è prostrato al volere del capo. Ma due anni sono lunghi. E il Cavaliere ultimamente si dimentica spesso della parola data. Chiedete a Mastella.



Pronti… partenza… via

28 febbraio 2008

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La faccenda si potrebbe anche spiegare così: da una parte è finito l’idillio veltroniano, dall’altra Silvio ha iniziata a fare campagna elettorale. Walter è alle prese con le scintille tra laici e cattolici. Berlusconi, trovata la quadra sulla spartizione delle poltrone, può apprestarsi a fare quello che gli riesce meglio: menare schiaffi agli avversari. 

Il Pd, dopo la settimana di esaltazione per l’avvio della camagna elettorale, è alle prese con la guerra tra teodem-popolari e laici. I cattolici, nelle vesti di “parte offesa”, rivendicano poltrone. Nel mirino c’è l’accordo con i radicali. E’ la babele dei distinguo; il ritorno dei personalismi; il trionfo della “corrente” in perfetto stile democristiano. Vagli a spiegare che a Franceschini &co andranno solo nove parlamentari su 270. Veltroni si è dovuto precipitare al convegno dei cattolici per annunciare le candidature di due Papa-boys: il filosofo Mario Ceruti e Andrea Sarubbi, il belloccio di Radio vaticana.

Tutti gli amici del Cav. Dopo 24 ore di trattative Forza Italia e An hanno trovato la quadra: agli ex-missini andrà un posto su quattro. Il resto, come ha spiegato Fini ai suoi, “è un problema di Silvio”. Il fatto è che a bussare alla porta di Berlusconi sono in tanti. I democristiani di Rotondi, la Mussolini, La Malfa, Dini, i Riformatori liberali (?), i fuggitivi dell’Udc (Giovnardi), Dini, Mastella e De Gregorio. Silvio ha elargito promesse e firmato cambiali. Adesso le truppe cammellate presentano il conto. Ma il Cavaliere fa il tirchio e qualcuno rimarrà deluso. La Brambilla aveva chiesto 30 parlamentari: Silvio gliene ha dati tre.

I soliti impresentabili. Berlusconi e Fini pensano a Ciarrapico, l’imprenditore “nero” grande amico di Andreotti e della destra nostalgica. L’obiettivo è candidarlo nel Lazio per erodere consensi alla destra storaciana. Un altro nome che circola è quello di Flavio Briatore che potrebbe cedere alle lusinghe dell’amica Daniela Santanchè. Berlusconi intanto ha deciso di fare campagna elettorale. I primi fendenti sono per Tonino: “Di Pietro mi fa orrore, è il campione delle manette”. Veltroni invece prepara un altro colpo sul fronte candidature: Gianni De Gennaro. Dopo De Sena e Serra sarebbe il terzo prefetto del Pd: i numeri per creare una nuova corrente “law & order” ci sono.

Di lotta e (non più) di governo. A ravvivare la campagna elettorale ci pensa la Cosa Rossa. Fausto ha presentato il suo programma duro e puro: “Basta con le missioni Nato, reintroduzione della scala mobile e salario sociale di mille euro netti”. Intanto tra Udc e Rosa bianca la trattativa langue: non c’è intesa né sulle poltrone, né sui nomi da candidare. Ma visto che si tratta di vita o morte, l’accordo si troverà.


Quelli con la bava alla bocca

25 febbraio 2008

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Santanchè premier, Storace al Campidoglio, Buontempo presidente della Provincia di Roma e Musumeci che minaccia di correre per il dopo-Cuffaro. Fallito l’accordo con Berlusconi, La Destra cala i big. Proprio nei posti dove può fare male. No, vincere no: l’importante è dare fastidio. E magari superare l’asticella del 4%, giusto per non morire.

Loro sono “quelli con la bava alla bocca”, come dice Daniela Santanchè. L’obiettivo è prosciugare elettori in libera uscita da Alleanza nazionale, il cui simbolo scomparirà dalle schede elettorali. Un sondaggio di Mannheimer pubblicato sul Corriere della Sera li dà al 3%, ma l’indovino prediletto da Bruno Vespa avverte che il mercato potenziale dei cuori (mezzi) neri può arrivare al 12%. Qualche voto lo porterà pure la Fiamma Tricolore. E dopo l’accordo con Luca Romagnoli pare lecito parlare di una nuova “Cosa nera”.

Il 10 novembre scorso, quando gli scissionisti di An si sono presentati in pubblico, tutto lasciava intendere che in cuor loro accarezzassero una semplice operazione-nostalgia. I saluti romani, i camerati commossi e quell’inequivocabile frase di Epurator Storace (“Nessuna coalizione ci potrà mai chiedere di andare in un’agenzia di viaggi per fare un biglietto per Gerusalemme per maledire il fascismo”) parevano folklore o poco più. Ma da qualche giorno lo scenario è cambiato: An non esiste più, tra gli ex-missini dilaga lo scontento, a destra c’è un buco da colmare.

E così il trio Storace-Santanchè-Buontempo adesso ci crede. Superare la soglia di sbarramento per eleggere deputati non è più una chimera. Epurator intanto mena con la vanga: “Ci volevano comprare offrendo la rielezione a noi parlamentari uscenti, ma non hanno capito chi siamo”. Berlusconi? “Si pentirà della sua scelta [quella di non imbarcare La Destra, n.d.r.], i cittadini hanno compreso che la nostra non è una battaglia per le poltrone, è la battaglia per fermare la politica degli inciuci e l’arroganza della casta”. Un Beppe Grillo con venature fascistoidi.

Fini ha paura. La base è delusa. Il nutrito popolo del saluto romano potrebbe scaricare l’ex delfino di Almirante (mentre donna Assunta l’ha già fatto da tempo). L’appeal dei colonnelli di An è scarso. Difficile appassionarsi a personaggi come Gasparri o Matteoli, berluscones qualunque. Uomini con “le palle di velluto”, come li apostrofò la Daniela nazionale. E così a sindaco di Roma il Pdl candida Gianni Alemanno, il più destrorso tra i sopravvissuti di An, l’unico in grado di arginare l’emorragia di consensi. Ma potrebbe non bastare. Epurator e er Pecora hanno nel Lazio un bacino di voti ai livelli di quello di An.

Poi ci sono le “fighe”, quelle dai tacchi vertiginosi, dai tailleur smilzi e dei gioielli da capogiro: sono le ragazze della Daniela. La candidatura a premier della Santanchè vorrebbe aggiungere un tocco di modernità al partito storaciano: “Solo l’originalità della destra poteva candidare una donna, trasformando le parole che abbiamo sentito in tutti questi anni dalla sinistra in fatti concreti”, dice l’appariscente amica di Briatore che non passa giorno senza assestare due-tre schiaffoni a Fini, “il peggiore dei traditori”.

A parte Roma, l’altro punto di forza è il catanese Nello Musumeci (116.000 preferenze alle Europee 2004). Anche se in queste ore Storace sta valutando un accordo locale con la coppia Lombardo-Cuffaro. In ballo ci sono il premio di maggioranza regionale in Senato e la (numericamente delicata) sfida con la Finocchiaro. A Milano La Destra presenta l’ex leghista e ex ministro Giancarlo Pagliarini. Donna Assunta Stramandinoli, vedova Almirante, strizza l’occhio a Epurator. E poi c’è il ritorno sulla scena di Giuseppe Ciarrapico, imprenditore ex presidente della Roma, dal cuore nero come la pece.


Nel sole nel vento nel sorriso nel pianto

11 febbraio 2008

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E così Pier ci pensa sul serio, a lasciare l’ex Cdl. Il listone ha poco appeal, la presenza di Berlusconi è ingombrante, un macigno. Pare che stanotte il leader dell’Udc abbia dormito poco e male. Al risveglio, Paolo Bonaiuti l’ha rassicurato. «Spero si riesca a trovare una soluzione in grado di accontentare tutti». Quale? La svolta di An è difficilmente praticabile. La casella bianca al centro fra i due superpartiti è stata occupata dalla Rosa bianca, con cui l’alleanza è impossibile per motivi più personali che politici. Gianfranco Fini è stato chiaro: «Sarebbe davvero grave se gli amici dell’Udc non comprendessero l’importanza di ciò che sta accadendo e non contribuissero a rendere il Popolo della libertà più forte e credibile nei valori e nella sua capacità di governo».

“Se vuoi andare, addio”
I sondaggi danno il Pdl senza Pier al 37 per cento. Molto. Ma non abbastanza. Solo tre punti avanti al Pd, se decidesse di farsi affiancare da Di Pietro. Così Casini prende tempo. Sa che presentarsi da solo potrebbe essere un suicidio. Il quorum alla Camera è al 4 per cento. Fattibile, soprattutto se la Chiesa decidesse di sponsorizzarlo. Ma al Senato l’asticella è all’8, molto alta, irraggiungibile senza una mano lughissima. Marco Rizzo, numero due dei Comunisti Italiani, sente il pericolo: «Trovo inaccettabili i tentativi del Vaticano di influenzare in un senso o nell’altro la politica italiana. Peraltro buona parte delle gerarchie ecclesiastiche si ostina al sogno di un partito dei cattolici. Ma tra la Balena Bianca di Andreotti, De Gasperi, Forlani e l’Udc di Cuffaro, Cesa, Mele e Casini c’è un abisso. Meglio sarebbe una dichiarazione di equidistanza». Dichiarazione che, ufficialmente, è già arrivata. Ma la Chiesa è molto meno compatta di quanto appaia. E flirtare con l’ala meno istituzionale, per Casini, non dovrebbe essere un problema.

The good son
Certo, la prospettiva è cambiata. Col voto anticipato è svanito il sogno bianco di un sistema elettorale alla tedesca. E’ scomparsa l’ipotesi del dialogo con l’area teodem del Pd, rilanciata da Fassino stamattina- «Il modo con cui è stata trattata l’Udc dice che Berluconi e Fini non le riconoscono la dignità che si deve a un alleato» ha spiegato il birmano in una intervista a “La Stampa”- ma poco gradita a Pier, che nel pomeriggio ha frenato sull’ipotesi solitaria: «Uniti, ma nel rispetto delle diversità». Poi, il silenzio. Il gelo, fra Pdl e Udc, è reale. La solitudine si paga in lacrime, cantava Battisti. Non sarà così. Pier, alla fine, non ne verserà neanche una. Probabilmente ingoierà il rospo, come altre volte, e si unirà al listone come vuole Ruini. D’altra parte, Gianni Baget Bozzo non ha lasciato spazio a dubbi: «La Conferenza episcopale italiana è intervenuta per riconoscere che il leader del Pdl è quello nei quali i cattolici possono riconoscersi, ma che ciò deve avvenire attraverso l’inserimento del simbolo Udc nello schieramento». Passerà ancora qualche notte agitata, Pier. Poi, confermerà le parole di Baccini, uno che lo conosce bene. Uno che lo conosce troppo: «Ritornerà all’ovile, contrariamente al mandato che aveva ricevuto dal congresso nazionale». Amen.
Il vicario