Falce e macello

28 luglio 2008

Urla e fischi. Insulti e risate. Riunioni fino all’alba e ricatti. Le lacrime di Bertinotti e la commozione dei delegati. Il congresso di Rifondazione è stato una tragedia greca. Riuniti e smarriti alle terme di Chianciano i compagni del Prc provano a voltar pagina. L’ex comandante Fausto ne esce schiacciato sotto il peso di una sconfitta elettorale sensazionale. Con lui Franco Giordano, il segretario traghettatore e Nichi Vendola, il pupillo designato per la successione. La quattro giorni di passione si chiude con i vincitori che intonano Bandiera rossa a pugno chiuso. C’è da piangere, che si pianga pure.

L’esito del congresso è presto detto. Si è andati alla conta e i bertinottiani di Vendola hanno perso. Il cattolico, comunista e omosessuale Nichi non entra nel direttivo e si tiene le mani libere. Ha vinto Paolo Ferrero – valdese mite, ex operaio Fiat cresciuto a pane e politica in Democrazia proletaria – che si è garantito l’appoggio delle altre mozioni congressuali. In Val Germanasca, dove è nato e cresciuto, la gente è di poche parole. “Io me lo ricordo: era un bambino vivace, un ragazzo serio”, mi rispose qualche mese fa un anziano a cui chiedevo dell’allora ministro. Al vecchio seduto al tavolino del bar brillavano gli occhi: “Paolo ha sempre avuto la schiena diritta. Quando faceva l’operaio studiava di notte”.

Ferrero è stato anche segretario della Federazione giovanile evangelica italiana: “Fa parte della mia antropologia culturale. Mi ha segnato in maniera significativa nell’idea della responsabilità, della democrazia, della giustizia sociale. Poi, certo, ho incontrato il marxismo”. Il marxismo, la fabbrica, i 35 giorni ai cancelli di Mirafiori e la marcia dei 40mila quadri. Ferrero c’era, lì conobbe Bertinotti. Poi venne il sindacato, il partito, il Parlamento e il governo Prodi. Oggi Ferrero conquista la leadership di Rifondazione con un documento politico che accenna a “convergenze con forze comuniste, anticapitaliste e di sinistra”. Nessuna alleanza con il Pd, nessun superamento del Prc e addio alla proposta della Costituente di sinistra. Insomma, l’unica apertura possibile è quella a Diliberto e compagni.

Vendola suda e impreca. Denuncia atteggiamenti di “plebeismo culturale” e invita “i compagni del nord ad andare nel sud per vedere come si combatte la mafia sul territorio, facendo nomi e cognomi dei mafiosi”. Il governatre della Puglia è stato fregato da un congresso nel più classico stile democristiano, con gli emissari delle mozioni impegnati a contattare i delegati uno ad uno. Nichi lo sa e quando sale sul palco per annunciare la propria sconfitta carica a testa bassa: “La nuova maggioranza esiste solo per alchimie che non hanno respiro né prospettiva, è un guazzabuglio di culture minoritarie”. Lamenta le “volgarità” e il “dileggio oltre il limite della decenza”. Poi si ammorbidisce e annuncia la nascita di una corrente di minoranza all’interno del partito, l’incubo della scissione (che, va detto, sarebbe stata una scissione dell’atomo) è scongiurato. “Io sono sconfitto e sono sereno, perchè da comunista ho imparato prevalentemente a essere sconfitto”.

L’impressione è che Rifondazione questa volta abbia scelto di morire per davvero. E’ passata la linea identitaria, di autarchia politica. Il nemico numero uno non è più il governo ma il Pd. Da oggi la battaglia si farà sull’egemonia a sinistra: nessuna vocazione maggioritaria, daltronde fare l’opposizione – come direbbe qualcun’altro – ci riesce benissimo. E fa niente se il malcontento va a destra, se le tute blu con la tessera Fiom votano Lega. Con Ferrero ha vinto l’ala massimalista, quella del partito di lotta e di piazza, senza se e senza ma. Probabilmente l’ennesima scissione a sinistra è solo rimadata. Per ora Vendola non si sfila. Il presidente di una regione che fa l’opposizione interna di un movimento extraparlamentare. Geniale e fottuto. Roba da brividi, roba da poeti. Se Nichi si stufasse c’è sempre il Pd alla ricerca di un leader. Lui va pure d’accordo con D’Alema.


L’immaginifico

11 maggio 2008

“Serve un radicale ricambio dei gruppi dirigenti”. “Rifondazione o è il cantiere dell’innovazione o non è”. “La costituente comunista invocata da Diliberto? Una scelta da museo, di chi crede che la sconfitta sia irrimediabile”. Spalancare porte e finestre, aprire ai movomenti: la ricetta di Nichi Vendola è essenziale e disperata. Ma è anche l’unica per restare vivi. Qualche settimana per riflettere, ieri la svolta: il poeta comunista scende nell’arena e si candida alla leadership di Rifondazione.

Dopo la batosta elettorale parte l’operazione ricambio ai vertici di (quasi) tutta la Sinistra Arcobaleno. I Verdi post-Pecoraro Scanio saranno guidati da Gianfranco Amendola o Marco Boato, ma quanto a strategie future è buio fitto. In Sinistra democratica la partita è già chiusa: l’eurodeputato Claudio Fava (intervistato da Pornopolitica prima del voto) è stato eletto coordinatore al posto del dimissionario Fabio Mussi. La prima mossa è stata invocare “una costituente della sinistra”. Gli unici a non cambiare leader sono i duri e puri del Pdci. Il timone resta nelle mani di Diliberto che insiste sull’unità di tutti comunisti, ripartendo da falce e martello.

Al congresso del Prc (24-27 luglio) si andrà alla conta: le mozioni saranno cinque, il rischio di una scissione è dietro l’angolo. Bertinotti e Giordano stanno con Vendola. I ribelli, capitanati da Ferrero e Russo Spena, sono convinti di farcela. Intanto lo scontro si sposta sulle modalità di voto nei circoli del Prc. Ferrero chiede che si votino subito i documenti congressuali, appena concluso il dibattito. Giordano ritiene che si debba votare qualche ora dopo, per consentire a tutti gli iscritti di esprimersi. Nel primo caso sarebbe avvantaggiato Ferrero che conta sul consenso dei militanti che fanno vita di sezione; ma se l’orizzonte dei votanti si allargasse Vendola avrebbe la vittoria in tasca.

Il presidente della Puglia affila i coltelli contro la fronda interna: “Vedere che in tanti hanno voltato le spalle a Bertinotti mi mette davvero tristezza”. Poi la strizzata d’occhio a D’Alema: “In campagna elettorale il Pd ha fatto una sciagurata scelta neocentrista. Ora nelle file democratiche c’è chi tenta di reagire. Noi siamo pronti ad un confronto”. Mastica politica Vendola. L’investitura ufficiale da parte di Bertinotti arriverà a giorni. Sostiene Nichi che “l’opposizione deve interrogarsi sulla nuove forme politiche, senza imprigionarsi nei talk show della televisione”. E la mente corre all’immagine dell’ex subcomandante Fausto seduto sulla bianca poltrona di “Porta a Porta”…


Compagni che sbagliano

19 aprile 2008

Il parricidio politico di Bertinotti e la rimozione della squadra del segretario Giordano: è questo l’obiettivo di Paolo Ferrero. L’ex ministro, alleato con Russo Spena e le minoranze di “Essere comunista” e dell'”Ernesto”, sogna di prendersi la leadership di Rifondazione. I “ribelli” la mettono giù dura: “Fausto vuole sciogliere il Prc senza consultarci”, la sua è “un’opzione devastante” che “spacca il partito”, “ora la vecchia guardia deve farsi da parte”.

A sinistra sono i giorni dello psicodramma collettivo, la resa dei conti si avvicina. Ramon Mantovani non è stato tenero con la leadership del partito: “Neppure in una bocciofila ci si comporta così…”. Una vita sulle barricate quella di Ramon. Nel ’77 partecipa alla contestazione studentesca, nel 1984 aderisce al Pci. Sette anni dopo è tra i fondatori di Rifondazione Comunista. Eletto deputato nel 1992, torna alla Camera nel 1996. Il 12 dicembre 1998 è sull’aereo che trasporta in Italia dalla Russia il leader del PKK Abdullah Ocalan. Da sempre il “ministro degli Esteri” di Rifondazione è un tenace oppositore di Fausto. Oggi Ramon Mantovani, con Ferrero e Russo Spena, guida l’assalto alla diligenza bertinottiana. Noi lo abbiamo intervistato.

Cominciamo dal voto. C’è chi ha parlato di “catastrofe nucleare” e chi di “disastro totale”. Che cosa preferisce?
Sono d’accordo, è stata una castastrofe. Ma lasciamo stare il nucleare.

Come si spiega una simile debacle?
Si sono persi voti in tutte le direzioni, dall’astensione al voto utile. Abbiamo pagato l’errore politico di non aver rotto con il governo sul welfare. Questo ci avrebbe fatto pagare un prezzo elettorale ma almeno una parte del nostro elettorato avrebbe capito. Almeno avremmo conservato il consenso di chi era deluso dall’azione di governo. Invece abbiamo scontentato tutti. E poi correre con un simbolo sconosciuto è stata una fesseria.

Ma voi avete contribuito alla caduta del governo.
No, questo non è vero.

E il “Prodi poeta morente” di Bertinotti?
Io mi attengo ai fatti: il governo aveva un programma, noi abbiamo litigato perché fosse applicato. Se questo è rendere instabile l’esecutivo allora io non so che cosa sia la democrazia. Sono stati Prodi e Padoa-Schioppa a tradire gli elettori.

Oggi c’è il comitato politico di Rifondazione. Comincia il processo a Bertinotti e Giordano?
Noi non facciamo processi, sarà una discussione politica. Ma chi ha portato Rifondazione al disastro dovrà lasciare. La gestione leaderistica di Bertinotti è stata uno dei nostri principali limiti. Ora è giunto il momento di azzerare gli organismi e intraprendere una gestione unitaria.

Poi a luglio ci sarà il congresso. E lì si andrà la conta…
A decidere saranno i nostri 100mila iscritti. E lo faranno su proposte politiche.

Dunque Giordano e Bertinotti possono ancora salvarsi
No. Su questo punto io sono categorico: l’attuale segreteria va destituita. Le va impedito di portare il partito al suicidio.

Non salva neppure Vendola?
Assolutamente no. Nichi è stato uno dei massimi apologeti della evanescente Sinistra Arcobaleno. Lui è stato uno dei principali responsabili di questo disastro.

E se si va alla conta interna?
La nostra linea è maggioranza dentro il partito.

Ne è proprio sicuro?
Assolutamente sì.

Con la vittoria di Berlusconi la democrazia è in pericolo?
In Italia la democrazia è in pericolo da 15 anni.

Prego?
Abbiamo un sistema politico che è un teatrino sempre più distante dal paese reale. La democrazia è in pericolo perché i governi non mantengono gli impegni. La democrazia è in pericolo perché in Parlamento, per la prima volta nella storia della Repubblica, non c’è un solo gruppo laico. Si contendono i voti ma, in realtà, Pd e Pdl sono uguali.

E Bossi? Non invidia nulla al successo della Lega?
La Lega è un partito conservatore e integralista con elementi che rasentano il fanatismo fondamentalista cristiano. Sono contro gli omosessuali, contro le altre culture e fomentano la guerra di civiltà.

Però gli operai li hanno votati.
E’ ovvio. La sinistra non ha dato risposata ai problemi sociali degli strati più deboli della popolazione e la gente, nella sua solitudine, si è affidata a chi gli indicava un nemico. La Lega è presente sul territorio e cavalca gli istinti e le paure che esistono nella nostra società.

Ferrero sarà il nuovo segretario del Prc?
Non voglio fare nomi. Prima lasciateci fare il congresso. Sulla base della linea politica che gli iscritti e i militanti decideranno, si sceglierà l’uomo o la donna che meglio potrà portare avanti quelle linea politica.


L’Italia s’è destra

18 aprile 2008

Partivano dall’undici per cento. Speravano nell’otto. Si sarebbero accontentati del sette. Il cinque o il sei li avrebbe delusi. Hanno preso il tre. Il risveglio della Sinistra Arcobaleno ha il sapore della sbornia nera. Loro, i compagni di lotta e di governo, si riscoprono tutto ad un tratto i nuovi extraparlamentari d’Italia. Il capo non ha cercato scuse: “Abbiamo perso il senso della realtà. La mia esperienza finisce qui. Il disastro è totale”. Per dirla con Alfonso Gianni, “una catastrofe nucleare”.

I venti di guerra già si sentono ovunque, nei partiti e fuori. Annunci di resa dei conti, richieste di dimissioni generali, congressi straordinari, azzeramento dei gruppi dirigenti. Per i Verdi suonano sempre più forti le sirene del Pd. Grazia Francescato chiede la testa di Alfonso Pecoraro Scanio, al congresso voleranno gli stracci. I Comunisti italiani scalpitano: “La Sinistra Arcobaleno è nata morta”, dice Marco Rizzo. Per fortuna Diliberto ha la sua infallibile ricetta: “Bisogna ricominciare dalla falce e martello”. Fabio Mussi e i suoi sono tentati da un ritorno al loft. La Sinistra Arcobaleno è morta. Quel punto e mezzo che l’avrebbe tenuta in vita lo hanno rosicchiato i trozkisti di Turigliatto e Cannavò che adesso esultano: “Un risultato magnifico”. 

Dentro Rifondazione si va alla conta. Franco Giordano voleva dimettersi, Fausto lo ha dissuaso. I ribelli sono capitanati da Paolo Ferrero, il valdese ex di Democrazia proletaria, contrario al progetto bertinottiano di lanciare subito una costituente affinché nasca una nuova sinistra unitaria. “Dobbiamo ripartire da Rifondazione”, dice l’ex ministro della Solidarietà sociale che mostra fedeltà al comunismo, tanto per “non perdere pezzi storia e di cultura politica”. In realtà all’orizzonte c’è molto di più di un simbolo: il rapporto con il Pd, al momento accusato di “aver consegnato il Paese a Berlusconi”, come pure Bertinotti dice, e che però in prospettiva si vorrebbe ricostruire. Mentre i duri e puri della Falce & Martello pensano che la sinistra debba essere “anticapitalista, antiliberista, e alternativa al Pd”.

“Il manifesto” sfotte i giovani bertinottiani al potere, definendoli “berti-boys allo sbaraglio”. Nel week-end incombe il comitato politico del Prc, Ferrero e Russo Spena vorrebbero trasformarlo in un processo alla linea del sub-comandante Fausto. E così ieri è arrivata la svolta di Giordano che dice di non voler più sciogliere il partito e si presenterà al parlamentino rifondarolo da dimissionario. Addio al progetto bertinottiano di unità della sinistra. Insomma, siamo “al si salvi chi può”: Gennaro Migliore è già passato armi e bagagli con le pattuglie di Ferrero. Bertinotti è insalvabile. La sua ultima carta per mantenere il timone del partito poteva essere Vendola, ma ormai anche Nichi lo ha scaricato facendo sapere che (per ora) si tira fuori dalla sfida per la leadership del partito.

E adesso tutti giù a chiedere l’autocritica, adorabile retaggio marxista. Per ora gli unici reponsabili sono quelli identificati da un titolo di “Liberazione”: “I parenti-serpenti del Pd”. Piero Sansonetti scrive un editoriale dal titolo “Caro Walter, hai fatto un disastro”. E’ già un passo avanti: due giorni se l’era presa direttamente con gli italiani, rei di aver bocciato la sua sinistra, “sentinella che si oppone agli scivolamenti reazionari, alla ferocia del mercato, alla religione della competitività”. I pochi barlumi di ragione li offre, al solito, Nichi Vendola: “Siamo stati fino in fondo percepiti come una icona dell’inefficacia dell’agire politico. E l’inefficacia è stata in qualche maniera drammatizzata da ciò che apparso come un’improvvisazione elettoralistica, cioè un cartello elettorale”.

Il visionario Nichi è geniale e spietato: “Noi abbiamo chiesto di votare al massimo un’allusione. Il nostro agire politico sembra un esodo dai luoghi della moderna concentrazione di umanità. E così siamo stati percepiti davvero come un residuo, come un cimelio. Se le cose stanno così, domando io, facciamo la discussione sul fatto che la colpa è del ministro Paolo Ferrero? O la facciamo sul fatto che la colpa è di Giordano? Almeno questo residuo di stalinismo penso che ce lo possiamo risparmiare. Ci conviene invece fare un funerale. Portiamo a seppellimento il cadavere di qualunque nostro dogmatismo, settarismo, spocchia e superbia intellettuale. C’è un lavoro che va ricominciato. Con immensa modestia”.


La traversata del deserto

16 aprile 2008

Viene in mente il dialogo di una vignetta di Altan. Correva l’anno 2001, l’Italia commentava i risultati eletorali. “Poteva andare anche peggio, no?”. “No”. Berlusconi e Bossi hanno stravinto anche questa vola: 171 senatori contro i 140 di Pd e Di Pietro. Sono numeri da brivido: neanche il Cavaliere era così ottimista. A 48 ore dal voto i toni dello statista di Arcore sono pacati: vaghi inviti al dialogo e appelli a Veltroni per “fare le riforme insieme”. C’è chi giura di avergli sentito pronunciare addirittura la parola “Bicamerale”.

L’abbuffata. “Presto ci sarà un incontro tra Bettini e Letta”, dice Silvio. Ma nel Pdl i falchi premono e alcuni di loro siedono nella cerchia dei collaboratori più stretti di Berlusconi. La tentazione di “non fare prigionieri” è forte, i numeri lo permetterebbero. E poi l’onda lunga delle politiche si è riversata sulle amministrative: a sorpresa Riccardo Illy, governatore uscente del Friuli-Venezia Giulia, è stato sconfitto da Renzo Tondo, Pdl. Rutelli, che nella sfida per il sindaco di Roma era certo di vincere al primo turno, sarà costretto al ballottaggio da Gianni Alemanno. Se i voti di Storace e Casini convergeranno sull’ex ministro di An la debacle della sinistra sarà ultimata.

Falce & Carroccio. L’impresentabile Lega di Bossi diventa il terzo partito italiano. Le camicie verdi hanno sfondato nelle valli e nelle periferie operaie delle città, a Sesto San Giovanni (Stalingrado d’Italia) hanno triplicato i consensi. Gli analisti dei flussi eletorali sono concordi: il Carroccio ha conquistato anche voti fuoriusciti dalla Sinistra Arcobaleno. Ha vinto là dove gli interessi dell’impresa e dell’operaio coincidono, ovvero nelle realtà produttive medio-piccole. Mino Martinazzoli, ultimo segretario della dc, sostiene che “quelli della Lega sono rimasti gli unici a far politica nei bar”. E così Umberto Bossi da Gemonio può finalmente riporre i fucili nell’armadio: la campagna elettorale è vinta, ora tocca comandare, trattare ministri e poltrone e tornare nella stanze dei bottoni. E fa niente se sono a Roma e non a Bergamo.   

Penisola destrorsa. A sinistra l’unico soddisfatto del voto è Di Pietro. Il particolare non trascurabile è che lui è di destra. L’eroe di Mani pulite è un politico law & order, lui stesso ha ripetuto più volte che se non ci fosse Berlusconi starebbe dall’altra parte della barricata. Eccolo l’effetto Beppe Grillo: il voto di protesta si è incanalato su Lega e Italia dei valori. Bossi e Di Pietro sono i leader in cui l’anti-politica si è specchiata con meno disgusto e dunque li ha votati. E così ora Tonino medita di candidarsi alla presidenza della regione Lombardia visto che Formigoni è in partenza per Roma (destinazione presidenza del Senato o un ministero di peso). Regge anche l’Udc: Casini ha tenuto grazie ad alcuni voti in uscita dal Pd e agli orfani dell’Udeur di Mastella. La Destra di Storace-Santanchè invece ha deluso, ha prevalso l’appello al voto utile: non ci sono più i fascisti di una volta.

Gli arrotini del loft. Anche per il Pd il voto è stata una batosta. Walter ha già bell’e pronto il capro espiatorio, ossia Romano Prodi: “E’ pesato il giudizio nei confronti del governo uscente”. Ma dentro il partito il malumore monta inesorabile. Rosy Bindi chiede una “gestione più collegiale”, il dalemiano Latorre invoca un congresso entro il 2009. La pacchia è finita, il messaggio è chiaro: caro Walter la tua leadership non si discute (per ora), ma non sei un uomo solo al comando. Qualcun’altro critica la scelta d’inzeppare volti nuovi in lista, spazzando vecchi alleati e storici parlamentari. Veltroni per ora tira dritto e annuncia di voler dar vita a “un governo-ombra”. Ma il problema è che il Pd “a vocazione maggioritaria” ha perso la sua sfida: da solo non ce la fa.

La resa dei conti. Naturalmente il clima cambierà: per ora nessun “processo a Walter”, anche perché non si capisce chi potrebbe vestire i panni dell’accusatore. Marini ha perso l’Abruzzo, D’Alema ha deragliato in Puglia, nell’Emilia di Bersani e Franceschini ha Lega ha sfiorato l’8%, Rutelli ha i suoi guai a Roma. Nessuno, insomma, può mettersi a dare lezioni. Ma è solo questione di tempo. Per fare fuori Veltroni ci sono cinque anni di tempo. Bersani assesta la prima frecciata alla politica pop di Walter chiedendo un partito “più strutturato e radicato sul territorio”. Letta e Follini insistono per aprire un dialogo con Casini, perchè “l’evoluzione naturale porta ad un’alleanza tra Pd e Udc”. Le tre anime del Pd – quella che fa capo a D’Alema e Bersani, quella popolare di Marini e quella ulivista di Rosy Bindi e Parisi – guardano già al dopo-Veltroni.

La ghigliottina. Che la Sinistra Arcobaleno sarebbe andata male lo dicevano anche i sondaggi. Ma nussuno si era azzardato a prevedere la morte politica di tutto ciò che stava e sta a sinistra del Pd. Tre giorni orsono Bertinotti and Friends avevano 138 parlamentari e quattro milioni di voti: dopo lo “tsunami” delle urne si ritrovano con in mano un pugno di mosche. Tra i Verdi Pecoraro darà presto le dimissioni. Dentro Rifondazione volano gli stracci: l’ex ministro Ferrero vuole fare la festa a Giordano e prendersi la leadership del partito. Questo fine settimana ci sarà il comitato politico di Rifondazione e a luglio si terrà il congresso: lo scontro sarà durissimo. Intanto si è bruciato anche Vendola, geniale talento della sinistra nostrana e pupillo di Fausto: in Puglia, dove Nichi è governatore, Rifondazione ha totalizzato il 2,5 per cento. Il cattivo di turno è il ministro Giulio Santagata, braccio destro di Prodi: “Ora Bertinotti potrà consolarsi con un brodino caldo…”.


E’ un paese per vecchi

13 marzo 2008

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E se il vero problema fosse Fausto? Nella Sinistra Arcobelano – l’animale politico partorito dall’ingegno bertinottiano – sono i giorni del grande terrore. L’incubo è un numero: 8. L’otto per cento. L’asticella del Senato, tutto ad un tratto, pare altissima. E’ la soglia di sbarramento: chi non la supera resta fuori. Una cosetta da panico.

Peccato, perchè Bertinotti ci credeva per davvero. Il ragionamento filava: “Con la nascita del Pd gli ex diessini si spostano inevitabilmente al centro. A sinistra si apre un buco, il progetto Arcobaleno raccoglie i voti degli ex-comunisti, della Cgil, degli ambientalisti e di tutti i disillusi delle politiche liberiste”. Fino a un mese fa arrivare ad un risultato elettorale in doppia cifra sembrava una passeggiata. Ma i sondaggi di questi giorni (per chi ci crede) sono impietosi: tra il 6 e l’8%. Una tragedia.

Quello che manca è il valore aggiunto. Gli altri hanno il new deal veltroniano e il carisma di Silvio. Può anche non piacere ma è così. Le parole di Bertinotti hanno profumo di antico: “La borghesia, i padroni, la lotta di classe e la scala mobile”. E poi Fausto è ormai più a suo agio nel salotto di Vespa che davanti ai cancelli di una fabbrica. E’ la solita formula “di lotta e di governo”. Una formula che non ha mai funzionato. Lui intanto bivacca furbescamente in tv. Lo vediamo alle “Invasioni barbariche”, al Tg1-Tg5-Tg2, a “Otto e mezzo”, a “Primo Piano”, a RaiTg24, a “Matrix”, a “Uno mattina”, a “Porta a porta”, da Gad Lerner, allo “Speciale Tg1”. Forse è troppo.

O forse il problema sono gli altri. Da Migliore a Gennaro, da Diliberto a Caruso a Luxuria. Difficile conquistare l’elettore con una lista di impresentabili. Certo, alla Camera non c’è problema e in Senato la soglia di sbarramento è su base regionale. In qualche modo una rappresentanza della sinistra radicale ci sarà. Ma il problema è proprio qui: sarà una sparuta rappresentanza. Bertinotti ci prova, l’attacco a Veltroni è quotidiano. L’ultimo tentativo rincorre la vittoria di Zapatero in Spagna, con Fausto che giura di essere lui il vero caudillo italico, il più zapateriano tra i politici nostrani. E vagli a spiegare che i socialisti spagnoli governano senza sinistra radicale.

La storiella del voto utile comincia a pesare come un macigno. O Walter o Silvio, il bipolarismo non ammennte terzi incomodi. Il comunista Marco Rizzo la chiama “falsa competizione tra due frazioni della borghesia”. Il rischio, non sarebbe la scomparsa immediata, ma la marginalità e poi la progressiva irrilevanza. Esattamente come è avvenuto in Spagna e Francia. Il malumore tra le truppe comincia a farsi sentire. Dopo il voto potrebbe esplodere la rivolta. D’altro canto la Sinistra arcobaleno – per ora – è un cartello elettorale. Per farla diventare un partito servirebbero un leader nuovo e un ricambio generazionale. Nichi Vendola è pronto. Diliberto e compagni non ancora.



Il liberismo ha i giorni contati

9 febbraio 2008

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«Hai mai provato l’orrore?»
Fausto sì. Il perito elettronico Bertinotti Fausto, con l’orrore ci convive da anni. Nel 1991, ingraiano convinto, molla il partito alla vigilia di una svolta drammatica. Nel 1999 disarciona il governo e subisce la scissione dei cossuttiani. Nel 2003 promuove il referendum sulla fecondazione assistita che naufraga in una giornata di sole, mare, spiagge. Poi, dall’orrore, impara a trarre vantaggi. Si posiziona sulla scia dei movimenti, assorbe con facilità le idee felici della sinistra massimalista, ascolta con la palpebra calante i discorsi appassionati di Toni Negri, candida Ciccio Caruso e Vladimir Luxuria, irraggiungibili esponenti della “categoria impresentabili”, crea un asse felice con la melandri nera Giorgia Meloni. Ma paga, più di tutti, un errore figlio della vanità. Diventare la terza carica dello Stato smussa l’ironia bertinottiana, la chiccheria bertinottiana, il carisma bertinottiano. E Rifondazione scompare dietro Migliore, Giordano, Ferrero. Volti poco noti, telegenici per nulla. Oggi Fausto ha una chance. Guidare la sinistra, la “sua” sinistra, e ricompattarla prima dell’addio.

Daje de tacco
L’assist glielo fornisce Veltroni. Correre da soli equivale a perdere, ma è vitale per ricostruirsi un’immagine. Così, il distacco fra Prc e Pd si consuma senza sangue. Fausto ha capito: senza le pressioni moderate, può ingrassare le file dei suoi elettori. Puntare a quel dieci per cento che rimane un’utopia, sì, ma di utopie è costellata la vita politica di Bertinotti. Così, mentre il Pd inizia la campagna elettorale nel convento di Spello, la Cosa Rossa (La Sinistra e l’Arcobaleno) riparte da un’università: quella di Perugia. Mentre W. abbraccia Montezemolo, il Prc manifesta per le vittime sul lavoro. E, se Franceschini parla di dialogo inevitabile, il leader rosso spazza via i dubbi: «Noi faremo opposizione creativa». Le premesse ci sono tutte: lasciarsi in una corsa esattamente speculare a quella del Pd.

Fattore G.
Ma Fausto non ha ancora fatto i conti col grillismo. E, mentre sx, il sito-network della sinistra unita naufragava, la rete di Beppe cresceva. E, a differenza dei “movimenti seattliani” si poneva in una condizione più sfuggente, laterale, anarcoide (non anarchica!)…La sfida di Bertinotti, oggi, è questa: ridipingersi come un’alternativa, una voce contro, un megafono per urla lancinanti. Approfittando dello sconcerto di quelli che- diceva il Signor G., ma quello vero- «la politica è schifosa e fa male alla pelle».
Il vicario