E’ un paese per vecchi

13 marzo 2008

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E se il vero problema fosse Fausto? Nella Sinistra Arcobelano – l’animale politico partorito dall’ingegno bertinottiano – sono i giorni del grande terrore. L’incubo è un numero: 8. L’otto per cento. L’asticella del Senato, tutto ad un tratto, pare altissima. E’ la soglia di sbarramento: chi non la supera resta fuori. Una cosetta da panico.

Peccato, perchè Bertinotti ci credeva per davvero. Il ragionamento filava: “Con la nascita del Pd gli ex diessini si spostano inevitabilmente al centro. A sinistra si apre un buco, il progetto Arcobaleno raccoglie i voti degli ex-comunisti, della Cgil, degli ambientalisti e di tutti i disillusi delle politiche liberiste”. Fino a un mese fa arrivare ad un risultato elettorale in doppia cifra sembrava una passeggiata. Ma i sondaggi di questi giorni (per chi ci crede) sono impietosi: tra il 6 e l’8%. Una tragedia.

Quello che manca è il valore aggiunto. Gli altri hanno il new deal veltroniano e il carisma di Silvio. Può anche non piacere ma è così. Le parole di Bertinotti hanno profumo di antico: “La borghesia, i padroni, la lotta di classe e la scala mobile”. E poi Fausto è ormai più a suo agio nel salotto di Vespa che davanti ai cancelli di una fabbrica. E’ la solita formula “di lotta e di governo”. Una formula che non ha mai funzionato. Lui intanto bivacca furbescamente in tv. Lo vediamo alle “Invasioni barbariche”, al Tg1-Tg5-Tg2, a “Otto e mezzo”, a “Primo Piano”, a RaiTg24, a “Matrix”, a “Uno mattina”, a “Porta a porta”, da Gad Lerner, allo “Speciale Tg1”. Forse è troppo.

O forse il problema sono gli altri. Da Migliore a Gennaro, da Diliberto a Caruso a Luxuria. Difficile conquistare l’elettore con una lista di impresentabili. Certo, alla Camera non c’è problema e in Senato la soglia di sbarramento è su base regionale. In qualche modo una rappresentanza della sinistra radicale ci sarà. Ma il problema è proprio qui: sarà una sparuta rappresentanza. Bertinotti ci prova, l’attacco a Veltroni è quotidiano. L’ultimo tentativo rincorre la vittoria di Zapatero in Spagna, con Fausto che giura di essere lui il vero caudillo italico, il più zapateriano tra i politici nostrani. E vagli a spiegare che i socialisti spagnoli governano senza sinistra radicale.

La storiella del voto utile comincia a pesare come un macigno. O Walter o Silvio, il bipolarismo non ammennte terzi incomodi. Il comunista Marco Rizzo la chiama “falsa competizione tra due frazioni della borghesia”. Il rischio, non sarebbe la scomparsa immediata, ma la marginalità e poi la progressiva irrilevanza. Esattamente come è avvenuto in Spagna e Francia. Il malumore tra le truppe comincia a farsi sentire. Dopo il voto potrebbe esplodere la rivolta. D’altro canto la Sinistra arcobaleno – per ora – è un cartello elettorale. Per farla diventare un partito servirebbero un leader nuovo e un ricambio generazionale. Nichi Vendola è pronto. Diliberto e compagni non ancora.



Il liberismo ha i giorni contati

9 febbraio 2008

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«Hai mai provato l’orrore?»
Fausto sì. Il perito elettronico Bertinotti Fausto, con l’orrore ci convive da anni. Nel 1991, ingraiano convinto, molla il partito alla vigilia di una svolta drammatica. Nel 1999 disarciona il governo e subisce la scissione dei cossuttiani. Nel 2003 promuove il referendum sulla fecondazione assistita che naufraga in una giornata di sole, mare, spiagge. Poi, dall’orrore, impara a trarre vantaggi. Si posiziona sulla scia dei movimenti, assorbe con facilità le idee felici della sinistra massimalista, ascolta con la palpebra calante i discorsi appassionati di Toni Negri, candida Ciccio Caruso e Vladimir Luxuria, irraggiungibili esponenti della “categoria impresentabili”, crea un asse felice con la melandri nera Giorgia Meloni. Ma paga, più di tutti, un errore figlio della vanità. Diventare la terza carica dello Stato smussa l’ironia bertinottiana, la chiccheria bertinottiana, il carisma bertinottiano. E Rifondazione scompare dietro Migliore, Giordano, Ferrero. Volti poco noti, telegenici per nulla. Oggi Fausto ha una chance. Guidare la sinistra, la “sua” sinistra, e ricompattarla prima dell’addio.

Daje de tacco
L’assist glielo fornisce Veltroni. Correre da soli equivale a perdere, ma è vitale per ricostruirsi un’immagine. Così, il distacco fra Prc e Pd si consuma senza sangue. Fausto ha capito: senza le pressioni moderate, può ingrassare le file dei suoi elettori. Puntare a quel dieci per cento che rimane un’utopia, sì, ma di utopie è costellata la vita politica di Bertinotti. Così, mentre il Pd inizia la campagna elettorale nel convento di Spello, la Cosa Rossa (La Sinistra e l’Arcobaleno) riparte da un’università: quella di Perugia. Mentre W. abbraccia Montezemolo, il Prc manifesta per le vittime sul lavoro. E, se Franceschini parla di dialogo inevitabile, il leader rosso spazza via i dubbi: «Noi faremo opposizione creativa». Le premesse ci sono tutte: lasciarsi in una corsa esattamente speculare a quella del Pd.

Fattore G.
Ma Fausto non ha ancora fatto i conti col grillismo. E, mentre sx, il sito-network della sinistra unita naufragava, la rete di Beppe cresceva. E, a differenza dei “movimenti seattliani” si poneva in una condizione più sfuggente, laterale, anarcoide (non anarchica!)…La sfida di Bertinotti, oggi, è questa: ridipingersi come un’alternativa, una voce contro, un megafono per urla lancinanti. Approfittando dello sconcerto di quelli che- diceva il Signor G., ma quello vero- «la politica è schifosa e fa male alla pelle».
Il vicario