La Lega dei valori

3 luglio 2008


La bufera intercettazioni- se le intercettazioni saranno pubblicate- lascerà dei cadaveri sul campo di battaglia. Secondo Dagospia la prossima settimana sarà decisiva. «8 giorni di sanguinoso calvario per il Cav, che nessun Cialis può lenire» scrive il sito di Roberto D´Agostino, che racconta di un Cai-nano terrorizzato dall´idea che le telefonate hard rimbalzino sui desk di tutti gli italiani. Troppo pesanti, i contenuti.

Carfagna, Sanjust, dita: Clinton, in confronto, è il fidanzatino di Rosy Bindi. Cossiga azzarda un previsione: «Alla fine, qualunque cosa salti fuori, basta che non siano perversioni, gli italiani sono cattolici e comprendono le debolezze della carne». Però sembra che le perversioni ci siano eccome. Il vecchio picconatore ha in mente quello che pensano in molti, cioè che un ribaltone giudiziario possa dar vita ad una specie di Lega dei valori, ibrido incontrollabile di pulsioni alla Robespierre, sanissimo razzismo, e toni incendiari, così detta l´agenda al Cavaliere: «Approvi fino d´ora per decreto legge il federalismo fiscale. Così la Lega non avrà più pretesti o alibi per abbandonarlo in caso di condanna». Il presidente emerito spara nel mucchio, ma il panorama che disegna è chiaro. «Il centrodestra mostra crepe.

Nella Lega ci sono due anime: una berlusconiana, l´altra finto berlusconiana, capeggiata da Maroni, che fa di tutto per mettere la Chiesa contro Berlusconi. Manca solo che proponga il taglio della falange per i bambini rom e il lobo dell´orecchio agli adulti per renderli riconoscibili. Maroni è stalinista. Ha il cuore che batte a sinistra. Quando Silvio si dimetterà, è pronto a convincere Bossi, che ha già cercato di sostituire quando ha avuto l´infarto nel 2004, parola dell´ottimo Calderoli». Quello che i flussi elettorali hanno raccontato- ovvero un filo diretto fra dipietristi, rifondaroli e leghisti-, quello che le dichiarazioni sulla sicurezza di Tonino avevano lasciato immaginare-l´ex pm infatti è molto vicino alle posizioni del Viminale- assume, nelle ore delle schermaglie che precedono la tempesta, i contorni di un´alleanza nel «nome del popolo italiano».

D´Alema e Casini cercano di buttarla sul piano politico. «Una opposizione a Berlusconi connotata dal dipietrismo, da quei toni, da quel martellamento- spiegava ieri al Corriere della Sera il numero uno dell´Udc- non trascina il Paese. Peggio: dimostra che, se l’opposizione è questa, l’alternativa a Berlusconi non c’è». D´Alema, che sul tema non è potuto intervenire per non dare l´impressione di voler scavalcare Veltroni, acconsente in silenzio. E il leader del Pd? Con tre giorni di ritardo si accorge che Don Tonino ha preso il largo e ragiona ai microfoni di Sky: «Di Pietro fa un gioco inutile e dannoso. Il suo è esattamente il tipo di opposizione che Berlusconi preferisce».

Il partitone, come al solito nelle sabbie mobili, sta a guardare. E, se davvero il Cav finisse defenestrato, allora Veltroni potrebbe essere il primo a seguirlo. Già, perché la Lega dei valori ha molto appeal. Scrive il Corriere: il 10% alle Europee è un traguardo inconfessabile, ma nel «fantastico» mondo di Tonino – dove si guarda con cupidigia al bacino del Carroccio – sono in molti a crederci davvero. Se Berlusconi finisse travolto dai brogliacci telefonici, gli unici rimasti in piedi, al momento, sarebbero proprio loro, i campioni del fuoco incrociato. L´uomo di sinistra che guarda a destra, e l´uomo di destra che flirta con la sinistra. Di Pietro il duro, e Maroni lo stratega. Sono passati tredici anni, ma la frase magica di Tonino è sempre valida: «Potete voi escludere la possibilità, domani, di vestirvi da donna? Tutto è possibile».


Ragazzi di vita

2 luglio 2008

La canicola estiva miete vittime in Parlamento. L’Italia triste e frustrata spegne i tg e prepara le valigie per le vacanze. Conquistare qualche titolo sui giornali diventa un’impresa anche per la navigata classe dirigente. In questo inizio d’estate svettano in due: Berlusconi e Di Pietro. Il Cavaliere sciupafemmine e l’ex pm trebbiatore. Agli altri restano le briciole. Veltroni pare un agnello in mezzo ai lupi.

Dagospia la mette giù drammatica: “Tic-tac, tic-tac. Come una bomba a orologeria. Ancora 8-giorni-8 di tempo per pubblicare le intercettazioni hard-core by Silvio & Girls. Perché il 9 luglio il gup di Napoli dovrà decidere se rinviare a giudizio la premiata coppia Saccà-Berlusconi oppure archiviare tutto e mandare al macero le quasi 9 mila intercettazioni perché penalmente non rilevanti”. Certo è che nelle redazioni dei giornali qualche intercettazioni circola. Si vocifera di telefonate parecchio imbarazzanti tra il Cavaliere e le sue pupille, in primis la bella Mara. “Roba da brividi”, dicono alcuni. Per altri è solo “un settantenne che gioca a fare il play-boy”. Ma in Italia sulle donne non si scherza.

Ora manca solo un direttore con il coraggio – o la follia, fate voi – di pubblicare le intercettazioni. Forse al Cavaliere non dispiacerebbe neppure troppo. Veronica lo scaricherebbe definitivamente ma l’ammirazione degli italiani per un arzillo vecchietto con il vizio delle femmine è garantita. Il Pdl fiuta sangue: la pubblicazione delle telefonate piccanti sarebbe il viatico migliore per far passare – magari a larga maggioranza – una legge restrittiva sulle intercetazioni. Su questo punto i dalemiani, memori della vicende Unipol, sono molto sensibili. Walter corre sul filo, stretto tra l’offensiva girotondina e le pressioni dell’amico Massimo. Il risultato rasenta la schizofrenia: Veltroni sostiene che il lodo-Schifani può andar bene ma che debba entrare in vigore dalla prossima legislatura.

Dall’altra parte della barricata è andata in scena la trasfigurazione agreste di Di Pietro. Tonino passa la domenica a Montenero di Bisaccia in calzoni corti e il lunedì torna in Parlamento a lavorare di vanga in giacca e cravatta. L’ex pm dà sfogo alle vocazioni neogirotondine e convoca quella manifestazione nazionale che Veltroni non ha avuto il coraggio di convocare. Insomma, nell’opposizione le danze estive le mena Tonino, che in predia alla smania epistiolare scrive lettere a tutti. A Beppe Grillo per annunciare che l’8 luglio si scende in piazza . A Walter per dirgli “basta indugi, venite a manifestare con noi”. Al Loft declinano con un seccato “no grazie”. Ovviamente la risposta Di Pietro la conosceva già, ma ora potrà dire che a rompere per primo è stato Veltroni.

“L’unica opposizione sono io”, ripete da mesi Di Pietro. Il guaio è che adesso sembra vero. Qui si trebbia, signori, i neogirotondini vanno avanti con il trattore. E pazienza se nella triturazione ci finisce Walter al posto di Silvio. Furio Colombo, Pancho Pardi e Paolo Flores d’Arcais gongolano: “Tutti in piazza per la democrazia e contro le leggi-canaglia”. Il professore di Firenze poi si fa prendere la mano quando scrive sul blog: “Un silenzio plumbeo calerà su tutta l’informazione”. E vagli a spiegare che è da due settimane che non si parla d’altro. Sta di fatto che l’idea del referendum abrogativo alla norma “salva-premier” trascinerà la gente in piazza. Grillini e dipietrini vanno di fretta, hanno il popolo che li aspetta. Dove popolo significa anche migliaia di elettori del Pd.


Don Tonino e il terrore in prima pagina

29 giugno 2008

L’Espresso pubblica le intercettazioni di Berlusconi e Saccà e per il centrosinistra si apre uno spiraglio nuovo. Le telefonate fra l’allora capo dell’opposizione e l’ex numero uno di Rai Fiction, infatti, scatenano un caso politico. Di Pietro tenta la fuga, e sferra l’attacco più duro: «Le intercettazioni ci fanno vedere un capo del governo che fa un lavoro più da magnaccia, impegnato a piazzare le veline che parlavano troppo, che da statista».

Il giorno dopo l’ex pm di ferro alza il tiro: «Ci sono momenti nella vita delle nazioni in cui i cittadini devono fare delle scelte. Momenti in cui non si può più fare finta di niente e continuare a credere che, in fondo, nulla veramente cambierà» si legge nella lettera che Di Pietro invia a Beppe Grillo. «Le leggi che continuamente vengono proposte dal nuovo Governo sono un attentato alla democrazia. Se passano, vincerà il regime e perderà, per un tempo indefinito, la democrazia».

Ma, dietro la clava, si nasconde il fioretto. Maurizio Ronconi, deputato dell’Udc ragiona: «Il vero obbiettivo di Di Pietro non è Berlusconi ma Veltroni al quale immagina di strappare la leadership della sinistra». Insomma, sembra che l’ex pm abbia la carta vincente. In realtà, la svolta a cui una parte del Pd sta pensando, è quella che- in teoria- stava alla base del nuovo partitone. La rissa dipietrista potrebbe essere l’occasione per scaricare l’ex togato, e perseguire quella che Veltroni chiama «la vocazione maggioritaria del partito». Ma fin’ora l’ex sindaco di Roma ha nicchiato. «L’Italia vive la crisi più drammatica dal dopoguerra in poi. Berlusconi prende in giro i cittadini e si occupa solo dei suoi affari personali. Ora basta, il dialogo è finito» ha spiegato a Repubblica.

Però qualcosa si muove. Dice Follini: «Dobbiamo risvegliarci dal sogno del dialogo con Berlusconi. Senza farci trascinare nell’incubo del giustizialismo alla Di Pietro». E Soro: «Di Pietro esercita il suo ruolo, ma temo faccia il gioco di Berlusconi. Il rumore di una polemica tribunizia appanna proprio le ragioni che noi vogliamo far passare».

Insomma, manca la zampata del leader. L’occasione è ghiotta. Se il Pd moderno riuscisse a fare un passo avanti, e a lasciarsi l’antiberlusconismo alle spalle, perderebbe di sicuro qualche seguace e si guadagnerebbe gli strali di Micromega, di una parte dei commentatori di Repubblica e dei grillini. Ma avrebbe- e qui il contadino molisano (guarda le foto) avrebbe compiuto il miracolo che non è riuscito ancora a nessuno- la possibilità di mostrarsi davvero innovativo e, finalmente, un soggetto politico. Anche perchè fra i banchi del governo si ride di gusto. «C’è davvero da pensare con tristezza a quanto è successo al Loft in soli due mesi- sorride Capezzone-. Povero Veltroni: da seguace di Obama a gregario di Di Pietro…».
Il vicario


In alto a sinistra

19 maggio 2008

Gli anti-berlusconiani esistono ancora. Sparuta minoranza ma sono vivi e lottano in mezzo a noi. Francesco Pardi detto Pancho è uno di loro. Ed è anche il senatore più a sinistra del nuovo Parlamento italiano. Professore universitario di geologia, un passato in Potere Operaio, Pardi è stato arruolato da Di Pietro nell’Italia dei “Disvalori”, tanto per dirla con le parole del sempre più imbarazzante Cossiga.

La leggendaria società civile che entra in politica. Nel 2002 Pardi è tra i promotori dei girotondi. Toscano verace, diventa la voce di una base delusa e grida dal palco (Palavobis o Piazza Navona, fate voi) che bisogna “fare ostruzionismo sempre, con la rinuncia totale alla trattativa con Berlusconi” perché “un governo che si mette sotto i tacchi lo stato di diritto non si merita altro”. Qualcuno li accusò di celebrare il “tintinnio di manette”, loro replicarono di voler difendere la democrazia. Sei anni dopo poco è cambiato. Al posto di D’Alema c’è Veltroni, Silvio è sempre lì. Pancho Pardi oggi siede in Parlamento. Noi lo abbiamo intervistato. 

Allora Pardi, come giudica i suoi primi giorni nel “Palazzo”?
Come un necessario apprendistato. Presa di contatto con il luogo e con le persone. Conoscenza del nostro gruppo parlamentare. Ma ciò che mi ha colpito di più è la sostanziale indifferenza verso la sconfitta in gran parte dei componenti dell’opposizione.

Ce l’avrà mica col Pd?
Vedo una stupefacente capacità di adattamento: se si pensa che cinque mesi fa Berlusconi era considerato finito (dagli ingenui), sembra che la classe dirigente di centrosinistra abbia metabolizzato alla perfezione tutti gli errori con cui ha prodotto in pochissimo tempo una catastrofe di cui ora sembra non soffrire.

Perchè ha scelto l’Italia dei Valori?
Perchè è l’unico partito che ha saputo aprire un rapporto costruttivo con i movimenti e le liste civiche. Ha presentato candidati provenienti da quei mondi in quasi tutte le regioni italiane e alcuni di essi sono stati eletti.

La sua è una storia di sinistra. Di Pietro invece è un politico con valori che sono storicamente patrimonio della destra…
Questo è un luogo comune. Se aver demolito il processo penale a vantaggio degli imputati, soprattutto quelli potenti, e a danno delle parti lese, soprattutto quelle deboli, è un’azione di sinistra, non esito a schierarmi con chi ha provato a smantellare un sistema collusivo e corruttivo profondamente radicato nella società. Inoltre, in questi anni di esperienza politica Di Pietro ha affinato la sua sensibilità sociale.

Con Tonino va d’accordo?
Sì, i nostri rapporti sono sempre stati ottimi, fin dai nostri primi incontri nel 2002.

Secondo lei Berlusconi è ancora un pericolo per la democrazia?
Certo. Berlusconi era ineleggibile in base alla legge del ’57 che stabiliva l’ineleggibilità dei titolari di concessione d’interesse pubblico. La prova è che Confalonieri, che ora sta al suo posto, è ineleggibile per lo stesso motivo. Ma vale ancora di più il principio rispettato in tutte le democrazie normali: chi ha la proprietà di mezzi di comunicazione di massa è incompatibile con l’esercizio del potere politico. La presenza di Berlusconi al governo è un’anomalia istituzionale che non sarebbe tollerata in alcuna democrazia normale.

Prego?
E’ la verità. E aggiungo che per lo stesso motivo è improponibile la sua eventuale ascesa al Quirinale, ormai inesplicabilmente caldeggiata anche dalla grande stampa indipendente. Il duopolio televisivo, consolidato quando Berlusconi è all’opposizione, diventa monopolio quando va al governo. Quindi Berlusconi è un pericolo per la democrazia perché ha, più di qualsiasi altro soggetto, i mezzi per plasmare l’opinione pubblica e allo stesso tempo cogliere i frutti di questa azione insidiosa e incisiva.

Sta di fatto che milioni di italiani hanno votato una destra impresentabile. Sono tutti dei cretini?
Una parte cospicua di loro ha votato convinta di fare il proprio interesse. Vedremo se ha sbagliato o no. Poiché in Italia almeno il 30% dei cittadini è informata solo dalla televisione, una parte non trascurabile degli italiani ha votato sotto l’influenza di un potere mediatico che in trent’anni ha potuto modellare stili di vita e modelli di consumo.

Quindi sono cretini.
Sarebbe offensivo dirlo. Mettiamola così: esiste una larga fetta di popolazione che è facilmente orientabile da chi ne ha i mezzi.

Invidia qualcosa alla Lega di Bossi?
Sarei tentato di dire: il radicamento sociale. Ma in senso astratto. Non condivido nulla dei contenuti di quel radicamento.

Fini invece ha esordito con la gaffe su Di Pietro
Il suo comportamento è stato ingiustificabile. Il presidente della Camera dovrà adattarsi al fatto che la parola di chi interviene nell’assemblea elettiva non è sindacabile. Neanche dal presidente dell’aula.

Si rende conto di essere il politico più a sinistra del nuovo Parlamento?
Se fosse vero sarebbe un’ulteriore dimostrazione di quanto questa legge elettorale ha fatto per escludere milioni di elettori dalla rappresentanza politica.

Che ne dice del governo ombra di Veltroni?
Il commento più spiritoso l’ha fatto Bucchi in una vignetta: “Babbo, ora Berlusconi farà l’opposizione ombra?” – “Stai zitto imbecille”.

Troppo facile, così non è valido.
La questione è molto seria: per come viene pensato il governo ombra appare come uno dei due poli di un sistema bipartitico che non ammette pluralità.

Insomma: Veltroni vi ha sbattuto la porta infaccia…
Il Pd è stato autolesionista. Nel centrosinistra, la sinistra e i socialisti sono esclusi e IdV viene tenuta a distanza, mentre nel centrodestra la destra è dentro il partito unico e questo si tiene ben stretta l’alleanza con la Lega. Mi sembra un bipartitismo asimmetrico e tutto a danno del centrosinistra. E con la rapidità di pensiero della sua classe dirigente chissà quanti decenni ci metterà per accorgersene.

Però D’Alema sta tendando di aprire un dialogo con Udc e Sinistra arcobaleno.
E’ solo un modo di sparigliare nel dibattito interno al Pd e saggiare gli equilibri interni alla sua classe dirigente.

Ma almeno a Veltroni riconosce qualche merito?
No. Ad esempio non ho capito perché pochi mesi fa Walter non è stato alla finestra a guardare il tentativo di Fini e Casini di sostituire Berlusconi. I due luogotenenti stavano per far fuori il capo. Magari non ci sarebbero riusciti. Ma non c’era ragione di mettersi di mezzo.

Con il risultato di dare una mano al Cavaliere.
Esatto. Proprio in quel momento Veltroni ha attribuito a Berlusconi la patente di unico interlocutore per la riforma elettorale e le riforme istituzionali, ripetendo l’errore fatale di D’Alema con la Bicamerale.

E la scelta del Pd di andare da soli alle urne?
Altro errore. La teoria del partito a vocazione maggioritaria mi sembra solo un sistema molto efficace per andare in minoranza. E restarci per chissà per quanto tempo…

Di Pietro dice: “L’opposizione vera siamo noi”. Poi non esclude la possibilità di votare con la maggioranza sul pacchetto sicurezza. Che cos’è? Schizofrenia?
Anche il Pd si qualifica come opposizione e non esclude di votare su vari argomenti insieme alla maggioranza. Più che schizofrenia è una pratica su cui tutti i grandi organi di stampa stanno producendo una melassa insopportabile. Quanto alla questione sicurezza bisogna tenere conto che è un problema sentito e sofferto (e enfatizzato dal volenteroso aiuto dei media) in modo trasversale agli schieramenti politici.

Pensa che l’assenza dal Parlamento della Sinistra radicale sia un bene o un male? (Tenga conto che Di Pietro risponderebbe “un bene”…)
E’ un male. Non ci si può rallegrare se milioni di cittadini non sono rappresentati in Parlamento. Ma, anche se molto esagerata dalla distorsione prodotta dalla legge elettorale, è una punizione causata anche da gravi responsabilità della sua classe dirigente.

E’ d’accordo con le posizione del profeta Grillo?
Beppe ha la capacità di catalizzare ed esprimere il senso comune dei moltissimi cittadini che si sentono esclusi dalla possibilità di decidere sul proprio destino. Si è conquistato questo riconoscimento diffuso quando ha avuto il coraggio di dire pubblicamente verità taciute dai poteri ufficiali sugli inganni finanziari a danno dei piccoli azionisti. Nessuno aveva osato tanto. Tutti, dopo, hanno dovuto ammettere che aveva ragione. Non mi convince invece la tendenza di Grillo a considerare uguali centrodestra e centrosinistra, anche se ammetto che ormai da vari punti di vista si somigliano troppo.

Ci racconta un aneddoto che l’ha colpita in questi primi giorni da politico vero?
La processione dei molti che tributavano omaggi, saluti, pacche sulle spalle a Ciarrapico. Del resto è un rappresentante significativo dei settanta tra condannati, imputati, inquisiti e rinviati a giudizio approdati in Parlamento.


Premiata opposizione itagliana

14 maggio 2008

I maligni la chiamano “Agenzia del Risentimento”. Nei giorni del grande disgelo tra Berlusconi e il Pd, l’opposizione è cosa loro. E’ formata dal quartetto-meraviglia Grillo Giuseppe, Travaglio Marco, Santoro Michele e Di Pietro Antonio. Insieme possono attirare una montagna di voti, quelli dei delusi disillusi che non si identificano nell’opposizione soft di Veltroni. L’importante è tener duro, prima delle elezioni europee il Cavaliere qualche danno lo combinerà di certo. Quel giorno Di Pietro si farà trovare pronto, correrà in tv e sentenzierà: “Io l’avevo detto…”.

La piroetta, al solito, l’ha fatta Berlusconi. In molti si aspettavano un Cavaliere dialogante. Ma il premier, presentandosi ieri mattina a Montecitorio, ha superato ogni previsione: è stato addirittura avvolgente. Sobrio, pacato, moderato, doroteo. Pareva Vetroni. Il Pd lo ha applaudito tre volte in 25 minuti. Lusetti (Pd) si è sbottonato: “Berlusconi ci ha fatto un culo così! Per non battere le mani, ci siamo dovuti legare!”. La risposta a caldo è toccata a Fassino: “Onorevole Berlusconi non ho imbarazzo a dirle che abbiamo apprezzato il tono del suo discorso, lontano dall’aggressività passata…”. Da quel momento è stato un diluvio di complimenti reciproci. E tutti giù a sancire e commentare la “nascita della Terza Repubblica”.

Nel clima mieloso e buonista di questo inizio di legislatura Di Pietro ci sguazza. A Tonino la mano tesa del Cavaliere ricorda “la zampa del lupo” mentre il “discorso papista e pseudo-buonista” è uno stratagemma “per addormentare le coscienze e agire indisturbato”. Veltroni promette invece un’opposizione costruttiva: per il Pd è giunto il tempo del dialogo, delle “riforme condivise”, della fine di pregiudiziali e pregiudizi. Tramonta l’aspra contrapposizione tra le due Italie che hanno dominato la scena pubblica degli ultimi vent’anni. Insomma, una noia pazzesca. Floris e Mentana fiutano il clima e per spezzare il copione bipartisan invitano in studio Di Pietro. Tonino è scaltro, anche se parla una lingua incomprensibile. Litiga con tutti e rivendica con orgoglio il suo anti-berlusconismo: “Ormai all’opposizione sono rimasto solo io”.

La separazione tra Di Pietro e Pd è inevitabile. Oggi alla Camera il paladino di Mani pulite ha preso la parola e ha picchiato contro il Cavaliere Buono: “Vuole una giustizia debole con i forti e forte con i deboli, odia i giudici che fanno il proprio dovere”. Dagli scranni del Partito Democrativo nessuno l’ha applaudito. L’ex pm, escluso anche dal governo ombra di Veltroni, marca il territorio: “Oggi in aula mi sono dovuto girare più di una volta da una parte e dall’altra per capire se stava parlando Cicchitto o se stava parlando Veltroni”. Per la cronaca: parlava Veltroni. L’Italia dei Valori occupa l’immenso spazio lasciato vuoto dal Pd: alla prossima tornata elettorale Tonino ammiccherà anche a quegli elettori della Sinistra radicale che da sempre giudicano Berlusconi un pericolo per la democrazia.

Per Di Pietro il momento è propizio. C’è un Travaglio da difendere, un Santoro da arruolare, un Beppe Grillo da cavalcare. Tornano anche i girotondi. Sul sito di Micromega capeggia l’appello “Siamo tutti Marco Travaglio”, firmato da Flores D’Arcais, Sabina Guzzanti, Dario Fo, Pancho Pardi (eletto senatore con l’Idv in Toscana) e altri. Le parole d’ordine sono sempre le stesse: conflitto d’interessi, pluralismo nell’informazione e legalità. Ma su questi temi – a differenza di qualche anno fa – Di Pietro ha oggi l’esclusiva. Il Pd di Veltroni non li contempla più, la Sinistra radicale ha altre grane a cui pensare. Certo, con l’anti-berlusconismo non si vincono le elezioni, ma dipende che cosa uno vuole fare da grande. Per chi mira a governare un Paese può esser inopportuno, ma per chi sogna di arrivare all’8% è una manna dal cielo.


La traversata del deserto

16 aprile 2008

Viene in mente il dialogo di una vignetta di Altan. Correva l’anno 2001, l’Italia commentava i risultati eletorali. “Poteva andare anche peggio, no?”. “No”. Berlusconi e Bossi hanno stravinto anche questa vola: 171 senatori contro i 140 di Pd e Di Pietro. Sono numeri da brivido: neanche il Cavaliere era così ottimista. A 48 ore dal voto i toni dello statista di Arcore sono pacati: vaghi inviti al dialogo e appelli a Veltroni per “fare le riforme insieme”. C’è chi giura di avergli sentito pronunciare addirittura la parola “Bicamerale”.

L’abbuffata. “Presto ci sarà un incontro tra Bettini e Letta”, dice Silvio. Ma nel Pdl i falchi premono e alcuni di loro siedono nella cerchia dei collaboratori più stretti di Berlusconi. La tentazione di “non fare prigionieri” è forte, i numeri lo permetterebbero. E poi l’onda lunga delle politiche si è riversata sulle amministrative: a sorpresa Riccardo Illy, governatore uscente del Friuli-Venezia Giulia, è stato sconfitto da Renzo Tondo, Pdl. Rutelli, che nella sfida per il sindaco di Roma era certo di vincere al primo turno, sarà costretto al ballottaggio da Gianni Alemanno. Se i voti di Storace e Casini convergeranno sull’ex ministro di An la debacle della sinistra sarà ultimata.

Falce & Carroccio. L’impresentabile Lega di Bossi diventa il terzo partito italiano. Le camicie verdi hanno sfondato nelle valli e nelle periferie operaie delle città, a Sesto San Giovanni (Stalingrado d’Italia) hanno triplicato i consensi. Gli analisti dei flussi eletorali sono concordi: il Carroccio ha conquistato anche voti fuoriusciti dalla Sinistra Arcobaleno. Ha vinto là dove gli interessi dell’impresa e dell’operaio coincidono, ovvero nelle realtà produttive medio-piccole. Mino Martinazzoli, ultimo segretario della dc, sostiene che “quelli della Lega sono rimasti gli unici a far politica nei bar”. E così Umberto Bossi da Gemonio può finalmente riporre i fucili nell’armadio: la campagna elettorale è vinta, ora tocca comandare, trattare ministri e poltrone e tornare nella stanze dei bottoni. E fa niente se sono a Roma e non a Bergamo.   

Penisola destrorsa. A sinistra l’unico soddisfatto del voto è Di Pietro. Il particolare non trascurabile è che lui è di destra. L’eroe di Mani pulite è un politico law & order, lui stesso ha ripetuto più volte che se non ci fosse Berlusconi starebbe dall’altra parte della barricata. Eccolo l’effetto Beppe Grillo: il voto di protesta si è incanalato su Lega e Italia dei valori. Bossi e Di Pietro sono i leader in cui l’anti-politica si è specchiata con meno disgusto e dunque li ha votati. E così ora Tonino medita di candidarsi alla presidenza della regione Lombardia visto che Formigoni è in partenza per Roma (destinazione presidenza del Senato o un ministero di peso). Regge anche l’Udc: Casini ha tenuto grazie ad alcuni voti in uscita dal Pd e agli orfani dell’Udeur di Mastella. La Destra di Storace-Santanchè invece ha deluso, ha prevalso l’appello al voto utile: non ci sono più i fascisti di una volta.

Gli arrotini del loft. Anche per il Pd il voto è stata una batosta. Walter ha già bell’e pronto il capro espiatorio, ossia Romano Prodi: “E’ pesato il giudizio nei confronti del governo uscente”. Ma dentro il partito il malumore monta inesorabile. Rosy Bindi chiede una “gestione più collegiale”, il dalemiano Latorre invoca un congresso entro il 2009. La pacchia è finita, il messaggio è chiaro: caro Walter la tua leadership non si discute (per ora), ma non sei un uomo solo al comando. Qualcun’altro critica la scelta d’inzeppare volti nuovi in lista, spazzando vecchi alleati e storici parlamentari. Veltroni per ora tira dritto e annuncia di voler dar vita a “un governo-ombra”. Ma il problema è che il Pd “a vocazione maggioritaria” ha perso la sua sfida: da solo non ce la fa.

La resa dei conti. Naturalmente il clima cambierà: per ora nessun “processo a Walter”, anche perché non si capisce chi potrebbe vestire i panni dell’accusatore. Marini ha perso l’Abruzzo, D’Alema ha deragliato in Puglia, nell’Emilia di Bersani e Franceschini ha Lega ha sfiorato l’8%, Rutelli ha i suoi guai a Roma. Nessuno, insomma, può mettersi a dare lezioni. Ma è solo questione di tempo. Per fare fuori Veltroni ci sono cinque anni di tempo. Bersani assesta la prima frecciata alla politica pop di Walter chiedendo un partito “più strutturato e radicato sul territorio”. Letta e Follini insistono per aprire un dialogo con Casini, perchè “l’evoluzione naturale porta ad un’alleanza tra Pd e Udc”. Le tre anime del Pd – quella che fa capo a D’Alema e Bersani, quella popolare di Marini e quella ulivista di Rosy Bindi e Parisi – guardano già al dopo-Veltroni.

La ghigliottina. Che la Sinistra Arcobaleno sarebbe andata male lo dicevano anche i sondaggi. Ma nussuno si era azzardato a prevedere la morte politica di tutto ciò che stava e sta a sinistra del Pd. Tre giorni orsono Bertinotti and Friends avevano 138 parlamentari e quattro milioni di voti: dopo lo “tsunami” delle urne si ritrovano con in mano un pugno di mosche. Tra i Verdi Pecoraro darà presto le dimissioni. Dentro Rifondazione volano gli stracci: l’ex ministro Ferrero vuole fare la festa a Giordano e prendersi la leadership del partito. Questo fine settimana ci sarà il comitato politico di Rifondazione e a luglio si terrà il congresso: lo scontro sarà durissimo. Intanto si è bruciato anche Vendola, geniale talento della sinistra nostrana e pupillo di Fausto: in Puglia, dove Nichi è governatore, Rifondazione ha totalizzato il 2,5 per cento. Il cattivo di turno è il ministro Giulio Santagata, braccio destro di Prodi: “Ora Bertinotti potrà consolarsi con un brodino caldo…”.


L’alfabeto del voto/1

31 marzo 2008

A come Alitalia – L’ultimo colpo di genio del Cav. Ma anche Veltroni: “Fosse esistita una cordata sarebbe stata importante, ma invece è stata annunciata e non c’è”. Epifani prima lotta e poi si pente: “Contrordine compagni, diamola ai francesi”.

B come Boselli – “Gesù Cristo è stato il primo socialista”, dice Boselli. Messo in croce, e perfettamente a suo agio fra i ladroni.

C come Calearo – “La riforma Fioroni? Non ne so nulla, ma la Moratti fece un buon lavoro. San Mastella. Lo statuto dei lavoratori va stravolto completamente”. Bufera, gelo. E il falco ammette: “Sono stato un pollo”.

C (bis) come Camerata Ciarrapico – Silvio lo candida: “Non conterà niente. Ci servono i suoi giornali”. Il Principe Caracciolo lo assolve: “Il Ciarra fascista? Solo quando era un bambino”. Forse ha ragione Storace: “E’ Aldo Fabrizi reincarnato”.

D come Di Pietro – La laurea misteriosa, i 26 esami in 31 mesi. L’ombra dei Servizi. Berlusconi: “Mi fa orrore, ma non perché è brutto e sbaglia i congiuntivi”.

E come Estero – Il voto degli italiani sparsi per il mondo. L’impresentabile per eccellenza? Andre Verde, candidato del Pdl per la ripartizione europa. Un passato nell’hard e un futuro in Parlamento. Lui tira dritto: “Vengo dal porno ma ho valori cristiani”.

F come Franti – Quello che, nel libro Cuore, “ride quando il re è morto”. Il cattivo della campagna è, al solito, Massimo D’Alema. “Ciarrapico? Ha candidato più fascisti Berlusconi che Storace”. Ma anche qualche carezza a Walter: “Lo slogan “Si può fare” è moscio”.

F (bis) come Ferrara – Aborto no, anzi sì, meglio forse, domani chissà. Alzi la mano chi ha capito che cosa vuole davvero l’Elefantino? Ma la baby-veltroncina Marianna Madia apprezza: “E’ un segnale verso la riumanizzazione della vita disumanizzata”.

G come Giorgione – Napolitano, s’intende. “I toni della campagna elettorale restino pacati”, “esiste un divario tra Nord e Sud”, “servono scelte condivise”. Banale e noioso. Ma quando proferisce verbo, sempre monito è.

G (bis) come Grillo – Beppe il vate d’Italia. Paladino dei delusi, idolo dei frustrati, simbolo del malcontento nazionale. Possiede la ricetta della felicità assoluta.

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Dalla H di Hamas alla P di Prodi

Dalla Q di Quorum alla Z, l’orgia del potere