Premiata opposizione itagliana

14 maggio 2008

I maligni la chiamano “Agenzia del Risentimento”. Nei giorni del grande disgelo tra Berlusconi e il Pd, l’opposizione è cosa loro. E’ formata dal quartetto-meraviglia Grillo Giuseppe, Travaglio Marco, Santoro Michele e Di Pietro Antonio. Insieme possono attirare una montagna di voti, quelli dei delusi disillusi che non si identificano nell’opposizione soft di Veltroni. L’importante è tener duro, prima delle elezioni europee il Cavaliere qualche danno lo combinerà di certo. Quel giorno Di Pietro si farà trovare pronto, correrà in tv e sentenzierà: “Io l’avevo detto…”.

La piroetta, al solito, l’ha fatta Berlusconi. In molti si aspettavano un Cavaliere dialogante. Ma il premier, presentandosi ieri mattina a Montecitorio, ha superato ogni previsione: è stato addirittura avvolgente. Sobrio, pacato, moderato, doroteo. Pareva Vetroni. Il Pd lo ha applaudito tre volte in 25 minuti. Lusetti (Pd) si è sbottonato: “Berlusconi ci ha fatto un culo così! Per non battere le mani, ci siamo dovuti legare!”. La risposta a caldo è toccata a Fassino: “Onorevole Berlusconi non ho imbarazzo a dirle che abbiamo apprezzato il tono del suo discorso, lontano dall’aggressività passata…”. Da quel momento è stato un diluvio di complimenti reciproci. E tutti giù a sancire e commentare la “nascita della Terza Repubblica”.

Nel clima mieloso e buonista di questo inizio di legislatura Di Pietro ci sguazza. A Tonino la mano tesa del Cavaliere ricorda “la zampa del lupo” mentre il “discorso papista e pseudo-buonista” è uno stratagemma “per addormentare le coscienze e agire indisturbato”. Veltroni promette invece un’opposizione costruttiva: per il Pd è giunto il tempo del dialogo, delle “riforme condivise”, della fine di pregiudiziali e pregiudizi. Tramonta l’aspra contrapposizione tra le due Italie che hanno dominato la scena pubblica degli ultimi vent’anni. Insomma, una noia pazzesca. Floris e Mentana fiutano il clima e per spezzare il copione bipartisan invitano in studio Di Pietro. Tonino è scaltro, anche se parla una lingua incomprensibile. Litiga con tutti e rivendica con orgoglio il suo anti-berlusconismo: “Ormai all’opposizione sono rimasto solo io”.

La separazione tra Di Pietro e Pd è inevitabile. Oggi alla Camera il paladino di Mani pulite ha preso la parola e ha picchiato contro il Cavaliere Buono: “Vuole una giustizia debole con i forti e forte con i deboli, odia i giudici che fanno il proprio dovere”. Dagli scranni del Partito Democrativo nessuno l’ha applaudito. L’ex pm, escluso anche dal governo ombra di Veltroni, marca il territorio: “Oggi in aula mi sono dovuto girare più di una volta da una parte e dall’altra per capire se stava parlando Cicchitto o se stava parlando Veltroni”. Per la cronaca: parlava Veltroni. L’Italia dei Valori occupa l’immenso spazio lasciato vuoto dal Pd: alla prossima tornata elettorale Tonino ammiccherà anche a quegli elettori della Sinistra radicale che da sempre giudicano Berlusconi un pericolo per la democrazia.

Per Di Pietro il momento è propizio. C’è un Travaglio da difendere, un Santoro da arruolare, un Beppe Grillo da cavalcare. Tornano anche i girotondi. Sul sito di Micromega capeggia l’appello “Siamo tutti Marco Travaglio”, firmato da Flores D’Arcais, Sabina Guzzanti, Dario Fo, Pancho Pardi (eletto senatore con l’Idv in Toscana) e altri. Le parole d’ordine sono sempre le stesse: conflitto d’interessi, pluralismo nell’informazione e legalità. Ma su questi temi – a differenza di qualche anno fa – Di Pietro ha oggi l’esclusiva. Il Pd di Veltroni non li contempla più, la Sinistra radicale ha altre grane a cui pensare. Certo, con l’anti-berlusconismo non si vincono le elezioni, ma dipende che cosa uno vuole fare da grande. Per chi mira a governare un Paese può esser inopportuno, ma per chi sogna di arrivare all’8% è una manna dal cielo.


Affinità e divergenze tra noi e il compagno Giuseppe Grillo

2 maggio 2008

Premesso che Beppe Grillo, a volte, dice cose condivisibili.

Premessa che il malcontento esiste. Ognuno di noi è in varia misura infelice, triste, scontento, frustrato e talvolta esasperato. Grillo fa cassa: è l’espressione di malumori forti e legittimi.

Il problema sono i contenuti. A volte condivisibili, a volte no. Entriamo nel merito:

Il ritornello è: “Il Pd e il Pdl sono uguali. Non bisogna più andare a votare”.
Noi crediamo di no. Tra i politici del Pd e del Pdl c’è un abisso. Un abisso politico, culturale e di etica pubblica. Un abisso di persone. Temiamo che i futuri cinque anni lo dimostreranno. Capiamo e condividiamo la delusione per l’operato della classe politica dell’attuale centro-sinistra ma non si può dire che i due schiramenti siano uguali.

Qualche mese fa Beppe annunciava: “I partiti sono il cancro della democrazia: io li voglio distruggere”
Noi invece difendiamo il partito come forma di espressione politica democratica. Qualcuno di voi ha mai visto una democrazia senza partiti? Siete a conoscenza di un’alternativa alla democrazia rappresentativa? 

Tra le proposte di legge del primo V-day c’era il limite massimo di due mandati parlamentari.
E perché mai dovrebbe essere così? Il professionalismo politico può anche essere un valore. La politica è un mestiere serio che ha bisogno di anni e di esperienza. Tutt’altra cosa è il mancato rinnovamento dei partiti e dei gruppi dirigenti, che in Italia è un problema enorme.

Grillo dice “basta con i finanziamenti pubblici ai giornali”
Posto che per finanziamenti s’intende soprattutto sgravi fiscali, abbiamo qualche dubbio. Dal manifesto a radiopopolare, tantissime testate scomparirebbero, alla faccia del pluralismo dell’informazione. I pochi giornali in grado di sopravvivere costerebbero di più. Il liberismo economico nel settore dei media è una soluzione rischiosa: la tv insegna.

Sul blog Beppe denuncia “il silenzio dell’informazione sul V2-day”. Con la variante “i tg non ci hanno dedicato neppure un secondo”
Balle. Tutti i tg della Rai ne hanno parlato nei titoli di apertura e con un servizio dedicato sempre nella prima parte del telegiornale. In tarda serata “Matrix” ha trasmesso ampie parti dello spettacolo: in tutto circa un’ora di filmato. Il giorno dopo il V2-day era sulla prima pagina dei Repubblica e Corriere e Stampa con relativi pezzi “interni” (dalle due alle quattro pagine). Repubblica.it ha raccontato la giornata con una diretta da piazza San Carlo. Sulla homepage de LaStampa.it c’era un link alla diretta video dell’evento e un dossier dedicato all’evento.

“Non esistono giornalisti buoni o giornalisti cattivi. Esiste un’informazione di regime o la verità”.
E’ l’esatto contrario: non esiste un’informazione di regime o la verità. Esistono giornalisti capaci e giornalisti incapaci. Ma anche: c’è una cosa, nei giornali, che si chiama linea editoriale. Ben diversa dalla censura, molto lontana dall’oscuramento.

Sostiene Grillo: i giornali italiani sono “fascisti”, “fogli di regime”.
Falso. I giornali italiani sono un esempio di caotico pluralismo, un marasma di notizie e punti di vista. Punti di vista a volte non condivisibili, ma questo è tutt’altro discorso.

Che cosa ne dite? Questa volta vi chiediamo un commento.


Compagni cittadini grillisti partigiani

25 aprile 2008

Torino, undici del mattino. C’è il sole. La maglietta si attacca alla pelle dei ragazzi. Via Po quasi deserta, i negozi chiusi. Se svolti a destra c’è Piazza Castello. Un piccolo palco, la bandiera del Pd, otto curiosi. A sinistra Piazza San Carlo, un faccione incazzato di Grillo sull’impalcatura enorme. Sopra, un rapper pelato. Informazione libera, grida. Il confronto è impietoso. La piazza enorme è piena. Coda di mezz’ora al banchetto delle firme. I ragazzi parlano di inceneritori, ripetono- sbagliando e balbettando- la lezione del Maestro. Le ragazze, sotto braccio, sbadigliano e guardano le vetrine di Zara. Troppo presto, meglio aspettare i saldi.

Paolo ha i capelli rossi. Gli chiedo cosa dicono i volantini che distribuisce. Mi spiega: bisogna abolire i contributi pubblici all’editoria. Ribatto: ma così scompare veramente la stampa libera. No, dice, l’informazione ce la faremo da soli, quelle sono macchine per frugare nelle nostre tasche. Non ci sto: così sparirebbero pure il manifesto, Carta, il Mucchio Selvaggio, Liberazione. Lui sgrana gli occhi: è il mercato mi risponde. Giusto, ma mi fa strano che un ragazzo di sinistra si aggrappi al mercato come nemmeno Giavazzi e Alesina. Dunque i grillisti credono nel mercato libero. Uno a zero per chi dice che sono di destra. I meetup organizzano piccole bancarelle piene di libri. Sopra non c’è Pavese, non c’è Calvino, non c’è Fenoglio, non c’è Primo Levi. Eppure siamo a Torino. I volumi sono manuali su precariato e ambiente: no ai termovalorizzatori, dicono, o ti trasformerai in un posacenere. Ok, su questo tema siamo dalle parti di Pecoraro Scanio. Uno a uno, i grillisti sono arcobaleno. Il tizio dal palco urla qualcosa sulla giustizia. Roba dalle parti di Travaglio. Due a uno: i grillisti, proprio come Travaglio, sono fan della destra law and order. Dice Chiamparino, sindaco di Torino. «Dal punto di vista sostanziale la manifestazione di Grillo non ha nulla a che con il 25 aprile: ognuno può considerarsi erede di chi vuole, ma è evidente che i contenuti della sua manifestazione sono agli antipodi del 25 aprile». Torno in piazza Castello. Nel frattempo ho comprato un kebab. Troppa salsa. Ancora poca gente. Due signori guardano la folla che avanza, veloce, verso il V-day. «Comunisti del cazzo», ridono. Mah. Spiega Grillo: «Il 25 aprile ci siamo liberati dal nazifascismo. Sessantatre anni dopo possiamo liberarci dal fascismo dell’informazione. Il 25 aprile non è di proprietà degli intellettuali di sinistra, una definizione corrispondente a un vuoto pneumatico».

Una ragazza, vestito freak e occhiali giganti, mi chiede una sigaretta. Eccola. Dico: sei qua per Grillo? Sì, fa lei, ma sono già stanca. Le chiedo perché. Perché qui sono tutti uguali e non sanno nulla. Parlano, mi dice, ma non sanno nulla. Sai che cosa avrei voglia di fare? Prendere la Vespa e andarmene su in Langa, a Saliceto, e dire la messa per un partigiano ucciso a diciannove anni che si chiama come mio fratello. Le sorrido, metto in tasca l’accendino. Vado a lavorare. Ciao bella, le dico. Bella, ciao.

Il vicario


La faccia pulita dell’antipolitica

10 aprile 2008

Rita Borsellino ha fatto di tutto per evitare che l’esperimento avvenisse proprio lì: ha scritto a Beppe Grillo e gli ha chiesto di lasciar perdere. Non c’è stato niente da fare, il comico genovese ha deciso di tirare dritto sospinto dall’ondata di antipolitica che ha scosso il Paese. Il teatro del battesimo elettorale dei “grillini” sarà la Sicilia.

Sonia Alfano ha 36 anni, tre figli e una bell’aria tosta. Cosa Nostra le uccise il padre (Beppe, giornalista) due giorni dopo la Befana del 1993. Nelle elezioni del 13-14 aprile è la candidata dei “grillini” alla presidenza dela regione Sicilia. Spetta proprio a lei testare le possibilità di mutare l’antipolitica in “altra politica”: cioè, eleggere i ragazzi di Grillo nelle istituzioni. La Alfano, proprio come i “politici veri”, è reduce da un mese di intensa campagna elettorale. Le sue uscite, però, non sono né comizi né spettacoli: sono randellate, sberleffi allo Psiconano e a Topo Gigio e invettive contro i giornalisti, la nuova “casta” contro cui lottare.

Dopo il colloquio con Claudio Fava, vi proponiamo un’intervista a Sonia Alfano, la “grillina” della terra dei cannoli…

Allora signora Alfano, in Sicilia chi vincerà?
Con tutta probabilità Raffaele Lombardo. I vecchi sistemi qui funzionano sempre.

Ancora con questa storia dell’intreccio mafia-politica? Secondo Casini “non è giusto che le liste le faccia la magistratura”.
Se la magistratura condanna un politico per favoreggiamento con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici non significa che voglia “fare le liste”. Significa solo che ha trovato prove sufficienti per dimostrare che l’imputato ha violato la legge. Il partito di Casini, più di qualsiasi altro, ha al suo interno un numero di pregiudicati elevatissimo. Se il segretario sceglie di mettere in lista pregiudicati, condannati e persone indagate non è certo colpa della magistratura. Ecco perché sono fermamente convinta che le liste vadano fatte dai cittadini e non da dubbi funzionari di partito al chiuso delle segreterie.

Per voi “grillini” di Sicilia le previsioni dei sondaggi sono cupe. Il 2% vi basta?
Ci riterremo soddisfatti di qualsiasi percentuale di voti ricevuta perché abbiamo la certezza che quei voti saranno l’espressione di cittadini liberi ed onesti. Quella fascia di società a cui noi ci rivolgiamo.

Con il Beppe nazionale va d’accordo?
Io e Grillo condividiamo percorsi ed ideali. Questa è la ragione che più di tutte ci lega. Inoltre abbiamo instaurato con lui un ottimo rapporto di amicizia.

Veltroni ha detto alla mafia di “non votare Pd”. Che ne pensa?
Anna Finocchiaro ha fatto redigere il suo programma a Salvo Andò, prescritto per voto di scambio con il clan Santapaola. Noi esprimiamo giudizi in base ai fatti non alle parole. Il programma redatto da Andò è un fatto, l’appello di Veltroni, rispettabile e condivisibile, sono parole.

Non è un giudizio gentile. Scommetto che adesso tirerà in ballo anche Crisafulli?
Certo. Mirello Crisafulli ha incontrato il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua, in un hotel di Pergusa, per parlare con lui di alcuni appalti. Il Pd candida personaggi a stretto contatto con boss mafiosi: questo significa disprezzo per il valore della legalità.

Che cosa ne pensa della candidatura della Finocchiaro?
Lo chieda a Veltroni. E’ lui ad averla imposta. Non ci sono state primarie, né investiture popolari per la Finocchiaro. E’ stata costretta a venire qui dal proprio partito e lei non lo nega. Tanto da arrivare a dire “accetto questo sacrificio”.

Sempre meglio di Lombardo, no? Lo sa che se la Finocchiaro perderà per una manciata di voti diranno che la colpa è vostra?
Che lo dicano pure. La Finocchiaro non è la salvatrice della Sicilia. Il suo staff e le sue liste di candidati sono piene di pregiudicati e di persone dalle comprovate frequentazioni mafiose. Esattamente come nello staff e nelle liste di Lombardo. Alla luce di tutto ciò non so se sarebbe una colpa od un merito.

Ma a sinistra gli uomini dell’anti-mafia ci sono e sono candidati nei partiti che voi tanto disprezzate…
A sinistra hanno cacciato Beppe Lumia, ripescato per la pressione popolare ed anche per merito di una dichiarazione mia e di Beppe Grillo. Hanno preferito far prevalere la linea di Crisafulli sbarazzandosi di Lumia per poi ripescarlo all’ultimo momento.

C’è anche Fava, capolista della Sinistra Arcobaleno in Sicilia per il Senato?
Claudio Fava è sicuramente un personaggio di spicco dell’antimafia cosi come lo sono Rita Borsellino, Rosario Crocetta, Beppe Lumia. Peccato che i loro partiti decidano di schierarli al fianco di personaggi come Crisafulli e Andò.

L’idea di inviare l’esercito in Sicilia è proprio una follia? Verrebbe da dire: meglio il controllo dell’esercito che quello della mafia…
L’esercito possono anche mandarcelo ma è del tutto inutile. La mafia, quella vera, è annidata nelle istituzioni deviate. Continuare a parlare di esercito significa voler ridurre la mafia a semplice delinquenza. Contro la schiera di amministratori e colletti bianchi corrotti l’esercito può fare ben poco se non nulla.

Ma per cominciare lo Stato potrebbe riprendersi il controllo del territorio, magari evitando le guerre tra clan.
Lo Stato ha i mezzi per impedire tutto ciò ma le istituzioni sono piene di “infiltrati” che impediscono di sconfiggere le mafie del nostro paese. La devastante linea che in genere prevale è quella del “lasciamo che si ammazzino tra loro”. Io conosco decine di familiari di vittime innocenti della mafia i cui cari sono morti per caso ad opera delle guerre tra clan.

Signora Alfano, che fa il 13 e il 14 aprile?
Starò con le mie bambine, mio marito ed i miei ragazzi a festeggiare per essere riusciti a realizzare con le nostre forze da comuni cittadini un progetto cosi ampio. In attesa dei risultati elettorali.

E dal 15 in poi?
Continuerò a fare quel che ho fatto fin ora; lotta alla mafia, parlare con le persone e farmi personalmente carico dei loro problemi.


L’alfabeto del voto/1

31 marzo 2008

A come Alitalia – L’ultimo colpo di genio del Cav. Ma anche Veltroni: “Fosse esistita una cordata sarebbe stata importante, ma invece è stata annunciata e non c’è”. Epifani prima lotta e poi si pente: “Contrordine compagni, diamola ai francesi”.

B come Boselli – “Gesù Cristo è stato il primo socialista”, dice Boselli. Messo in croce, e perfettamente a suo agio fra i ladroni.

C come Calearo – “La riforma Fioroni? Non ne so nulla, ma la Moratti fece un buon lavoro. San Mastella. Lo statuto dei lavoratori va stravolto completamente”. Bufera, gelo. E il falco ammette: “Sono stato un pollo”.

C (bis) come Camerata Ciarrapico – Silvio lo candida: “Non conterà niente. Ci servono i suoi giornali”. Il Principe Caracciolo lo assolve: “Il Ciarra fascista? Solo quando era un bambino”. Forse ha ragione Storace: “E’ Aldo Fabrizi reincarnato”.

D come Di Pietro – La laurea misteriosa, i 26 esami in 31 mesi. L’ombra dei Servizi. Berlusconi: “Mi fa orrore, ma non perché è brutto e sbaglia i congiuntivi”.

E come Estero – Il voto degli italiani sparsi per il mondo. L’impresentabile per eccellenza? Andre Verde, candidato del Pdl per la ripartizione europa. Un passato nell’hard e un futuro in Parlamento. Lui tira dritto: “Vengo dal porno ma ho valori cristiani”.

F come Franti – Quello che, nel libro Cuore, “ride quando il re è morto”. Il cattivo della campagna è, al solito, Massimo D’Alema. “Ciarrapico? Ha candidato più fascisti Berlusconi che Storace”. Ma anche qualche carezza a Walter: “Lo slogan “Si può fare” è moscio”.

F (bis) come Ferrara – Aborto no, anzi sì, meglio forse, domani chissà. Alzi la mano chi ha capito che cosa vuole davvero l’Elefantino? Ma la baby-veltroncina Marianna Madia apprezza: “E’ un segnale verso la riumanizzazione della vita disumanizzata”.

G come Giorgione – Napolitano, s’intende. “I toni della campagna elettorale restino pacati”, “esiste un divario tra Nord e Sud”, “servono scelte condivise”. Banale e noioso. Ma quando proferisce verbo, sempre monito è.

G (bis) come Grillo – Beppe il vate d’Italia. Paladino dei delusi, idolo dei frustrati, simbolo del malcontento nazionale. Possiede la ricetta della felicità assoluta.

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Dalla H di Hamas alla P di Prodi

Dalla Q di Quorum alla Z, l’orgia del potere


Bozze e boati

18 marzo 2008

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Marco Boato è un gigante della politica italiana. Testa finissima, parlamentare preparato, militante storico. Lotta Continua, Radicali, Verdi. A questo giro di giostra è stato tagliato dalla Sinistra Arcobaleno.

Lui ci scherza su, ma inchioda la gauche italiana, quella massimalista, travagliesca, grillesca e misera con un paio di dichiarazioni: «Votai contro l’arresto preventivo di Previti, ma votai a favore delle sue dimissioni da deputato dopo la condanna. Garantista non significa innocentista. Quel voto contrario mi ha scatenato contro la canea dei giustizialisti professionali, i Travaglio, Flores d’Arcais, Beppe Grillo. Sono giornalmente tormentato da persone ispirate dai loro blog. Ma vado per la mia strada. Trovo incoerente l’alleanza di Walter con Di Pietro, che ostenta ogni giorno il suo riformismo, con un giustizialista di quel calibro».

Boato è un politico vero, non improvvisato. Uno che sui banchi del parlamento ci ha passato una vita intera- «dalle 8 alle 24, tutti i giorni, sottolinea lui». Uno che, intervistato dal Giornale, si permette di far notare che: «Oggi più che il nuovo vedo il nuovismo; più della competenza, l’apparenza; più che la professionalità, l’improvvisazione». E su Pecoraro: «Mi imbarazza. Più volte gli ho detto che era interesse suo e dei Verdi fare emergere più facce. In qualsiasi partito, una faccia sola non funziona. Non sono stato ascoltato. Ha danneggiato se stesso e il partito». Ecco, questo è Marco Boato. Eppure, fra i grillini, il suo nome è tabù.

La legge sulle intercettazioni, uno dei baluardi degli anticasta da scrivania, porta il suo nome. Tutti quelli che «De Magistris fatto fuori perché ha toccato i potenti» guardano a Boato come lo scudiero del re opulento e sanguinario, che sta a Roma con le mignotte mentre i sudditi pagano le tasse. A Boato è stata anche dedicata una pagina su Wikipedia. Della storia lunga e avventurosa di Marco non rimane nulla. Restano soltanto queste informazioni: «Ha firmato per far avere al quotidiano Il Foglio 3,4 milioni di euro in contributi per l’editoria; ha mantenuto fede alla sua linea garanitista votando in Parlamento contro l’arresto di Cesare Previti, esponente di Forza Italia, o criticando il giudice del pool di Mani Pulite Gherardo Colombo, dopo che questi ha sostenuto che l’Italia sarebbe da molto tempo in mano ai ricatti dei partiti; è stato osteggiatore della proposta di Pierferdinando Casini in commissione Affari costituzionali, in merito al test antidroga a cui i parlamentari dovrebbero sottoporsi».

Tre cose pulite, sotto la luce del sole. Ma contrarie all’agenda Grillo. Boato non urla: «In galera», e ai travagli del web non sta bene. Boato fa il politico di professione, e ai Don Chisciotte da mailing list la cosa indigna. Boato non scherza sulla stempiatura di Berlusconi, sui baffi di D’Alema, sui difetti fisici di Bossi. Boato è intelligente, gli spammatori no. Ovvio che la sinistra che spara nel mucchio abbia deciso di fare a meno di lui. Che prende atto, sorride e se ne frega, ma fino a un certo punto: «Anche la santità ha dei limiti».

Il vicario


Il liberismo ha i giorni contati

9 febbraio 2008

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«Hai mai provato l’orrore?»
Fausto sì. Il perito elettronico Bertinotti Fausto, con l’orrore ci convive da anni. Nel 1991, ingraiano convinto, molla il partito alla vigilia di una svolta drammatica. Nel 1999 disarciona il governo e subisce la scissione dei cossuttiani. Nel 2003 promuove il referendum sulla fecondazione assistita che naufraga in una giornata di sole, mare, spiagge. Poi, dall’orrore, impara a trarre vantaggi. Si posiziona sulla scia dei movimenti, assorbe con facilità le idee felici della sinistra massimalista, ascolta con la palpebra calante i discorsi appassionati di Toni Negri, candida Ciccio Caruso e Vladimir Luxuria, irraggiungibili esponenti della “categoria impresentabili”, crea un asse felice con la melandri nera Giorgia Meloni. Ma paga, più di tutti, un errore figlio della vanità. Diventare la terza carica dello Stato smussa l’ironia bertinottiana, la chiccheria bertinottiana, il carisma bertinottiano. E Rifondazione scompare dietro Migliore, Giordano, Ferrero. Volti poco noti, telegenici per nulla. Oggi Fausto ha una chance. Guidare la sinistra, la “sua” sinistra, e ricompattarla prima dell’addio.

Daje de tacco
L’assist glielo fornisce Veltroni. Correre da soli equivale a perdere, ma è vitale per ricostruirsi un’immagine. Così, il distacco fra Prc e Pd si consuma senza sangue. Fausto ha capito: senza le pressioni moderate, può ingrassare le file dei suoi elettori. Puntare a quel dieci per cento che rimane un’utopia, sì, ma di utopie è costellata la vita politica di Bertinotti. Così, mentre il Pd inizia la campagna elettorale nel convento di Spello, la Cosa Rossa (La Sinistra e l’Arcobaleno) riparte da un’università: quella di Perugia. Mentre W. abbraccia Montezemolo, il Prc manifesta per le vittime sul lavoro. E, se Franceschini parla di dialogo inevitabile, il leader rosso spazza via i dubbi: «Noi faremo opposizione creativa». Le premesse ci sono tutte: lasciarsi in una corsa esattamente speculare a quella del Pd.

Fattore G.
Ma Fausto non ha ancora fatto i conti col grillismo. E, mentre sx, il sito-network della sinistra unita naufragava, la rete di Beppe cresceva. E, a differenza dei “movimenti seattliani” si poneva in una condizione più sfuggente, laterale, anarcoide (non anarchica!)…La sfida di Bertinotti, oggi, è questa: ridipingersi come un’alternativa, una voce contro, un megafono per urla lancinanti. Approfittando dello sconcerto di quelli che- diceva il Signor G., ma quello vero- «la politica è schifosa e fa male alla pelle».
Il vicario