La Lega dei valori

3 luglio 2008


La bufera intercettazioni- se le intercettazioni saranno pubblicate- lascerà dei cadaveri sul campo di battaglia. Secondo Dagospia la prossima settimana sarà decisiva. «8 giorni di sanguinoso calvario per il Cav, che nessun Cialis può lenire» scrive il sito di Roberto D´Agostino, che racconta di un Cai-nano terrorizzato dall´idea che le telefonate hard rimbalzino sui desk di tutti gli italiani. Troppo pesanti, i contenuti.

Carfagna, Sanjust, dita: Clinton, in confronto, è il fidanzatino di Rosy Bindi. Cossiga azzarda un previsione: «Alla fine, qualunque cosa salti fuori, basta che non siano perversioni, gli italiani sono cattolici e comprendono le debolezze della carne». Però sembra che le perversioni ci siano eccome. Il vecchio picconatore ha in mente quello che pensano in molti, cioè che un ribaltone giudiziario possa dar vita ad una specie di Lega dei valori, ibrido incontrollabile di pulsioni alla Robespierre, sanissimo razzismo, e toni incendiari, così detta l´agenda al Cavaliere: «Approvi fino d´ora per decreto legge il federalismo fiscale. Così la Lega non avrà più pretesti o alibi per abbandonarlo in caso di condanna». Il presidente emerito spara nel mucchio, ma il panorama che disegna è chiaro. «Il centrodestra mostra crepe.

Nella Lega ci sono due anime: una berlusconiana, l´altra finto berlusconiana, capeggiata da Maroni, che fa di tutto per mettere la Chiesa contro Berlusconi. Manca solo che proponga il taglio della falange per i bambini rom e il lobo dell´orecchio agli adulti per renderli riconoscibili. Maroni è stalinista. Ha il cuore che batte a sinistra. Quando Silvio si dimetterà, è pronto a convincere Bossi, che ha già cercato di sostituire quando ha avuto l´infarto nel 2004, parola dell´ottimo Calderoli». Quello che i flussi elettorali hanno raccontato- ovvero un filo diretto fra dipietristi, rifondaroli e leghisti-, quello che le dichiarazioni sulla sicurezza di Tonino avevano lasciato immaginare-l´ex pm infatti è molto vicino alle posizioni del Viminale- assume, nelle ore delle schermaglie che precedono la tempesta, i contorni di un´alleanza nel «nome del popolo italiano».

D´Alema e Casini cercano di buttarla sul piano politico. «Una opposizione a Berlusconi connotata dal dipietrismo, da quei toni, da quel martellamento- spiegava ieri al Corriere della Sera il numero uno dell´Udc- non trascina il Paese. Peggio: dimostra che, se l’opposizione è questa, l’alternativa a Berlusconi non c’è». D´Alema, che sul tema non è potuto intervenire per non dare l´impressione di voler scavalcare Veltroni, acconsente in silenzio. E il leader del Pd? Con tre giorni di ritardo si accorge che Don Tonino ha preso il largo e ragiona ai microfoni di Sky: «Di Pietro fa un gioco inutile e dannoso. Il suo è esattamente il tipo di opposizione che Berlusconi preferisce».

Il partitone, come al solito nelle sabbie mobili, sta a guardare. E, se davvero il Cav finisse defenestrato, allora Veltroni potrebbe essere il primo a seguirlo. Già, perché la Lega dei valori ha molto appeal. Scrive il Corriere: il 10% alle Europee è un traguardo inconfessabile, ma nel «fantastico» mondo di Tonino – dove si guarda con cupidigia al bacino del Carroccio – sono in molti a crederci davvero. Se Berlusconi finisse travolto dai brogliacci telefonici, gli unici rimasti in piedi, al momento, sarebbero proprio loro, i campioni del fuoco incrociato. L´uomo di sinistra che guarda a destra, e l´uomo di destra che flirta con la sinistra. Di Pietro il duro, e Maroni lo stratega. Sono passati tredici anni, ma la frase magica di Tonino è sempre valida: «Potete voi escludere la possibilità, domani, di vestirvi da donna? Tutto è possibile».


Cristo si è fermato a Pontida

2 giugno 2008

Il problema è che magari vedi Maroni in tv e quasi ti lasci convincere. Ascolti acuti politologi che lodano il radicamento leghista sul territorio, leggi sociologi che riconoscono a Bossi piena sintonia con gli istinti viscerali del Paese. La Lega a tratti sembra un partito normale, in una parola “presentabile”. Poi vedi Pontida e allora non ti restano dubbi. Sono alieni. Razza altra, razza padana.

Sul pratone della bergamasca ci sono gli alpini padani, i motociclisti padani, i ciclisti padani, i cuochi padani, gli artisti del nord. Pontida è l’immaginario leghista che si fa realtà. 18 anni e 24 edizioni, tra vino, salamelle e goliardia. Il Và pensiero è sempre quello. Ma la musica è cambiata. C’è la gioia per un successo elettorale inaspettato. C’è un popolo con la bava alla bocca che vuole tutto e subito. I più giovani saltellano gridando “secessione, secessione”: chi glielo spiega che la politica è compromesso? E poi ci sono di fronte cinque anni di governo che spaventano un partito nato per fare opposizione. Bossi lo sa. E allora il primo messaggio è per gli alleati: “Noi siamo leali, lo siano anche loro se no saranno estinti”.

Calderoli si presenta in bermuda. Le vene del collo pompano sangue, lui dal palco detta agenda e tempi: “Entro il 20 giugno presentiamo il progetto, entro la fine dell’anno ci sarà il federalismo fiscale”. Poi il ministro dà i numeri: “Siamo in 50mila. E’ una super Pontida”. Probabilmente non sono nemmeno la metà ma quel che conta è la partita che si gioca a Roma ladrona. Bossi si commuove. Salito sul palco e tocca le corde più profonde del cuore padano: “Fratelli e amici, voi dovete andar via di qui con la coscienza che la libertà della Padania verrà e ci sarà un giorno in cui spiegherete ai vostri figli: eravamo schiavi ma abbiamo saputo soffrire e lottare per tanti anni”. Non ha paure l’Umberto. Neanche quella di apparire ridicolo.

Maroni offre alla folla il suo personale scalpo, il decreto sicurezza. Lo presenta così: “Noi abbiamo un solo obiettivo: la sicurezza per tutti i nostri cittadini”. E qui l’aggettivo possessivo è fondamentale.  Calderoli, a suo modo, elogia Napolitano, “l’ex comunista” che è “come l’Amarone, più passa il tempo e più migliora, come i vini rossi, e lui rosso lo è stato davvero”. Bossi è una colomba tra falchi in camicia verde: “Siamo disposti a trattare con il Pd. Serve un confronto costruttivo”. Poi l’Umberto cambia i toni: “Se ci sarà un tradimento sulle riforme l’unica alternativa sarà la lotta di liberazione. Ci sono milioni di padani pronti a scendere in piazza per la libertà”. La minaccia è la stessa di sempre ma il prato s’infiamma comunque.

Sulle bancarelle la maglietta “El g’he” con la faccia del capo va via come il pane. Nell’immagine c’è Bossi con il mezzo toscano, sembra Guevara e invece vuole solo dire che “lui c’è”. Ai ragazzi delle prime file basta quello. “Umberto, Umberto”, grida la folla. Una maglietta che piace a questo partito che ha razzolato voti a destra e a sinistra. E adesso fa i conti con i nuovi arrivati che saltano sul carro dell’Umberto. Tra loro c’è anche Sylvie Lubamba, famosa per la trasmissione Markette e da qualche mese presente alle iniziative leghiste nonostante le sue origini per nulla “padane”. Ma la parte del leone, come sempre a Pontida, la fa Mario Borghezio. Tra i leghisti è un mito. La folla lo acclama e lui, al solito, si fa prendere la mano: “È finita, è finita. Per voi clandestini e marocchini biglietto di sola andata. Con questo governo la Padania è arrivata a Roma. La Lega ce l’ha sempre duro, clandestini di merda”. Pontida urla, la Padania è salva.


Dream Team Impresentabili

6 maggio 2008

Silvio ha trovato la quadra: il nuovo governo è pronto. Per la destra sono stati giorni di fuoco: da spartire c’era una vagonata di poltrone, ma in politica c’è di peggio. Maurizio Gasparri sarà capogruppo del Pdl al Senato. A tirare i fili alla Camera ci penserà Fabrizio Cicchitto, giovane socialista barricadero folgorato sulla via di Arcore. Il resto è truppa governativa.

La roulette delle poltrone vede una forzitaliota insediarsi al Welfare. Si tratta di Stefania Prestigiacomo da Siracusa. Sono lontani i tempi in cui il Cavaliere le diede della bambina perché voleva le quote rosa in lista e la fece piangere. C’è gloria anche per Michela Vittoria Brambilla catapultata all’Ambiente. Vive a Calolziocorte con 25 gatti, 14 cani, quattro cavalli, due asini, tre caprette e duecento piccioni. E’ stata tra le finaliste di Miss Italia, poi ha lasciato le passerelle per dedicarsi al commercio di salmone affumicato e gamberi. E’ un’accanita fumatrice di Marlboro Lights e odia le pellicce. Giorgia Meloni si accontenta delle Pari Opportunità.

Alla Farnesina sale Franco Frattini, da sempre apprezzato per il rigore dei gessati e la gestione dei capelli. In realtà sarà un sottosegretario perché da Bush e Putin andrà Berlusconi. Il casto Formigoni resta invece a bocca asciutta per colpa di qualche simpatia di troppo con Saddam Hussein. Per la Cultura è sfida a due: Bondi vs Bonaiuti. Il primo, ex segretario comunista in Lunigiana, lo chiamavano “rapanello” perchè è bianco dentro: oggi è un fervente cattolico e poeta spesso deriso (a ragione) per i suoi versi. Il secondo ha passato gli ultimi anni della sua vita a smentire le parole del capo: ora crede di meritarsi il premio fedeltà e batte cassa. Alla Salute è pronto Ferruccio Fazio, primario del San Raffaele di Milano.

Il resto è cosa nota: all’Interno va Maroni. Svezzato alla politica in Democrazia proletaria, è stato il primo rosso a passare con Bossi. Nel suo passato c’è una condanna a quattro mesi e 20 giorni per resistenza a pubblico ufficiale. Suona il sassofono in una band e si pavoneggia di scaricare illegalmente musica da Internet. La Lega gode: Bossi ripone i fucili e va alle Riforme, Calderoli il libico all’Attuazione del programma. Luca Zaia, ex pierre della discoteca Manhattan di Treviso noto anche per essere stato fermato ai 193 km/h sulla sua Bmw, finisce all’Agricoltura e incassa la benedizione del deus ex machina di Slow Food Carlin Petrini.

Ignazio La Russa da Paternò finisce alla Difesa. Avvocato penalista, ha seguito Fini nella funambolica traversata dall’Msi al Pdl. Il padre era postfascista e donnaiolo (“Che ci faccio alle donne? L’assegno”). Lui pure. Per via della bellissima voce, ha doppiato una puntata dei Simpson. Il neoprotezionista Giulio Tremonti torna all’Economia con l’endorsement (post-voto, è ovvio) di Paolino Mieli che sulle colonne del Corriere fa sapere al popolo italiano che la sinistra perde anche perchè “gli manca un Tremonti, cioè un politico di primo piano che produca analisi innovative in sintonia con quel che si dibatte nel resto del pianeta”. Gianni Letta sognava di mettersi in proprio (ovvero andare al Viminale): niente da fare, resterà a fare da balia al Cavaliere come sottosegretario alla presidenza del consiglio.

Elio Vito, in preda alla sindrome Mastella, rinuncia alla Giustizia per fare il ministro per i rapporti con il Parlamento. Il nuovo Guardasigilli sarà il siculo Angelino Alfano. Per Claudio Scajola è pronta la golosa poltrona delle Attività Produttive. All’Interno non ebbe fortuna: fu cacciato per aver dato del “rompicoglioni” al defunto Marco Biagi. Altero Matteoli va alle Infrastrutture. La cattolica oltranzista Mariastella Gelmini è data per certa all’Istruzione. Con un pedigree di tutto rispetto (compreso il culto della personalità del Grande Capo) è una “lumbarda” senza se e senza ma. Lucio Stanca torna all’Innovazione tecnologica mentre l’eterno perdente Raffaele Fitto finisce agli Affari regionali. Nell’abbuffata di poltrone ce n’è anche per la Dc: Gianfranco Rotondi sarà il ministero per gli Affari sociali, anche se francamente non abbiamo idea di che cosa sia.


Quando la Lega ce l’aveva duro

25 marzo 2008

bossi.jpg

“Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore, bruciare il tricolore…”. Ve la ricordate la Lega? E le camice verdi, l’organizzazione paramilitare padana che avrebbe voluto marciare su Roma? E lui, l’Umberto? Ve lo ricordate Bossi? A metà anni ’90 riempiva le piazze e fondava la Padania, “stato libero e indipendente”. Era il braveheart dei popoli del Nord. Dopo il ciclone-Tangentopoli ci credevano in tanti. Ma si sa, il potore logora.

Umberto Bossi da Cassago Magnago, provincia di Varese. Una vita da film. Ha fatto tre feste di laurea senza essersi mai laureato. Alla prima moglie racconta di essere un dottore, si finge medico dell’ospedale Del Ponte di Varese. La storia va avanti per mesi. Quando lei scopre che è tutto inventato chiede il divorzio. Qualche anno dopo l’Umberto porta anche la madre all’università di Pavia per la consacrazione ma non la fa assistere alla cerimonia: è la solita balla, lui ormai c’è abituato. All’Università per qualche anno c’era stato. Pochi esami, parecchi guai ma anche l’incontro che aveva cambiato la sua vita: quello con la politica. Gli anni ’80 scivolano via tutti d’un fiato: la Lega lombarda, la propaganda, i primi assessori comunali eletti in Veneto e Lombardia. Ma il vero show doveva ancora iniziare.  

Bossi cavalca Mani pulite e l’insoddisfazione del profondo Nord. Non sarà laureato ma è scaltro l’Umberto. Lavora sull’immaginario collettivo, capisce prima di tutti che l’immigrazione sposta una marea di voti che la gente ha una paura fottuta. Poi c’è il folklore: Pontida, miss Padania, la Lega che ce l’ha duro, Roma ladrona, i comizi in canottiera. La Prima repubblica crolla, nel Paese regna la confusione, il momento è propizio. Bossi alza il tiro. Annuncia la secessione, crea il Parlamento del Nord, progetta di avanzare “città per città con le baionette”. L’Umberto corre spedito in bilico sul precipizio. La magistratura potrebbe muoversi da un momento all’altro. C’è chi accusa i leghisti di eversione, razzismo, banda armata, colpo di Stato: roba da ergastolo. Bossi lo sa, ma il rischio vale la candela.

Come è andata a finire lo sappiamo. L’uomo delle televisioni regala alla Lega il potere, quello vero. Bossi, Maroni, Speroni, Borghezio, Pagliarini, Calderoli: tutti catapultati a Roma nelle stanze dei bottoni, altro che Padania. Che cosa è rimasto oggi? Poco. Verrebbe da dire nulla. Restano la devolution, il progetto di federalismo fiscale, un’assurda legge (la Bossi-Fini) sull’immigrazione e un leader che lotta contro una malattia bastarda. Il resto è folklore: dall’idiozia razzista di Borghezio (“cornuti islamici di merda che parlano con i cammelli”) alla maglietta di Calderoli che provoca decine di morti in Libia. E la lotta alla corruzione, il rigore morale, il distacco dal potere, la legalità? Spariti. Adesso Bossi e i suoi ammicano a Tremonti, mago della finanza creativa e padre dei condoni. L’impressione è che Berlusconi si sia comprato anche la Lega.

Epopea padana. Tra la lotta e il governo i ribelli in camicia verde hanno scelto il secondo, intenti a contrattare poltrone come democristiani qualunque. Bossi vuole la presidenza della Lombardia e quella del Veneto. Il successore di Formigoni (per lui è pronto un ministero di peso) sarà Roberto Castelli. L’altro Roberto, il più quotato Maroni, è previsto a Roma, magari al Viminale. Nel Veneto, dove il gioco è previsto per il 2010, la poltrona si disputa tra un Luca Zaia in ribasso e un Flavio Tosi in fortissima ascesa. Calderoli potrebbe diventare presidente del Senato, la seconda carica dello Stato. Bossi tornerebbe alle Riforme. Eccoli i leghisti del nuovo millennio: pronti a tornare al governo col vestito nuovo. Magari anche con la vecchia canottiera, ma ben nascosta sotto giacca e camicia.