Anime fiammeggianti

6 marzo 2008

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I terremoti si sviluppano lenti, poi esplodono. Sotto Veltroni, oggi, c’è un cratere pieno di lava. La campagna di Walter è stata napoleonica. L’ex sindaco di Roma ha preso il possesso del partito con forza: ha sparigliato le carte, ha puntato sulla modernità, sulle riforme, sui nomi laterali ma pesanti. Il professor Pietro Ichino, Matteo Colaninno e Massimo Calearo in testa. La scommessa di Veltroni è ambiziosa: «Il Pd sarà il partito di tutti, dell’operaio e dell’imprenditore».

Il punto, però, è che la rottura dell’equilibrio è drammatica. Meno di un anno fa, all’ultima assise dei Ds, la sinistra era ancora quella- storica- delle scomuniche e degli anatemi. Un partito-chiesa che si è spaccato, ma che ha lasciato molti nostalgici: qualche dalemiano, l’Unità. Poi, c’è stata l’identificazione con l’Unione, quella del «Prodi poeta morente», che la notte delle primarie abbracciava Walter e Rosi Bindi, i due estremi (ideologici e operativi) del partito. Anche quel passato-recentissimo- è stato lasciato alle spalle. Molti simboli di quella stagione sono rimasti fuori dalle liste: Visco, Amato, Caldarola. Nomi importanti, cancellati da un colpo di spugna made in loft.

Ufficio reclami Oggi le fondamenta del Pd sono solide soltanto in apparenza. E, l’esercito degli sconfitti, inizia a reclamare. Arturo Parisi, il più vicino a Romano, ha aperto il fuoco. Martedì sera Calearo aveva usato il linguaggio diretto che lo contraddistingue: «San Clemente Mastella – ha detto – ha fatto bene al Paese perchè ha fermato il governo e adesso c’è un partito come il Pd che ha un programma moderno». La risposta dell’ex ministro della Difesa è stata violenta. Innanzitutto ha messo in discussione la sua candidatura, poi ha affondato: «Non posso che commentare in un solo modo le affermazioni di Calearo: sono gravi e, per me, inaccettabili». La Bindi non ha perso tempo: «Capisco gli interrogativi di Arturo e non voglio e non posso pensare ad una sua rinuncia alla candidatura».

Il sistema W.
Insomma il sistema Walter scricchiola. Il silenzio assenso di D’Alema e Fassino è importante, ma la sensazione è che nel ventre del partito si stia creando una sacca di insoddisfazione, pronta ad esplodere nel caso di una sconfitta troppo pesante ad aprile. Il senatore Larizza, sostituito in extremis da Ceccanti, è un sintomo, uno che- da fuoriuscito- può permettersi di dire quello che pensano in molti: «Perchè ho rinunciato all’elezione sicura? Può darsi che una delle risposte stia proprio nella gestione oligarchica delle liste; può darsi inoltre che le scelte a favore di amiche, amici, portaborse, portaordini, segretarie abbiano imposto un chiarimento». Questo è il punto chiave: la gestione oligarchica, una gestione che permette di amministrare al meglio le vittorie e le rimonte, il giorno della sconfitta si rivelerà un boomerang. Ai piedi dell’entusiasmo del leader- «cominciamo a pensare di farcela»- c’è un branco di lupi, affamati e rabbiosi. Veltroni tira dritto: «La gente è molto ragionevole, e dice basta alla politica dell’io». Infatti Walter, infatti.

Il vicario


Pronti… partenza… via

28 febbraio 2008

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La faccenda si potrebbe anche spiegare così: da una parte è finito l’idillio veltroniano, dall’altra Silvio ha iniziata a fare campagna elettorale. Walter è alle prese con le scintille tra laici e cattolici. Berlusconi, trovata la quadra sulla spartizione delle poltrone, può apprestarsi a fare quello che gli riesce meglio: menare schiaffi agli avversari. 

Il Pd, dopo la settimana di esaltazione per l’avvio della camagna elettorale, è alle prese con la guerra tra teodem-popolari e laici. I cattolici, nelle vesti di “parte offesa”, rivendicano poltrone. Nel mirino c’è l’accordo con i radicali. E’ la babele dei distinguo; il ritorno dei personalismi; il trionfo della “corrente” in perfetto stile democristiano. Vagli a spiegare che a Franceschini &co andranno solo nove parlamentari su 270. Veltroni si è dovuto precipitare al convegno dei cattolici per annunciare le candidature di due Papa-boys: il filosofo Mario Ceruti e Andrea Sarubbi, il belloccio di Radio vaticana.

Tutti gli amici del Cav. Dopo 24 ore di trattative Forza Italia e An hanno trovato la quadra: agli ex-missini andrà un posto su quattro. Il resto, come ha spiegato Fini ai suoi, “è un problema di Silvio”. Il fatto è che a bussare alla porta di Berlusconi sono in tanti. I democristiani di Rotondi, la Mussolini, La Malfa, Dini, i Riformatori liberali (?), i fuggitivi dell’Udc (Giovnardi), Dini, Mastella e De Gregorio. Silvio ha elargito promesse e firmato cambiali. Adesso le truppe cammellate presentano il conto. Ma il Cavaliere fa il tirchio e qualcuno rimarrà deluso. La Brambilla aveva chiesto 30 parlamentari: Silvio gliene ha dati tre.

I soliti impresentabili. Berlusconi e Fini pensano a Ciarrapico, l’imprenditore “nero” grande amico di Andreotti e della destra nostalgica. L’obiettivo è candidarlo nel Lazio per erodere consensi alla destra storaciana. Un altro nome che circola è quello di Flavio Briatore che potrebbe cedere alle lusinghe dell’amica Daniela Santanchè. Berlusconi intanto ha deciso di fare campagna elettorale. I primi fendenti sono per Tonino: “Di Pietro mi fa orrore, è il campione delle manette”. Veltroni invece prepara un altro colpo sul fronte candidature: Gianni De Gennaro. Dopo De Sena e Serra sarebbe il terzo prefetto del Pd: i numeri per creare una nuova corrente “law & order” ci sono.

Di lotta e (non più) di governo. A ravvivare la campagna elettorale ci pensa la Cosa Rossa. Fausto ha presentato il suo programma duro e puro: “Basta con le missioni Nato, reintroduzione della scala mobile e salario sociale di mille euro netti”. Intanto tra Udc e Rosa bianca la trattativa langue: non c’è intesa né sulle poltrone, né sui nomi da candidare. Ma visto che si tratta di vita o morte, l’accordo si troverà.


Beautiful country

18 febbraio 2008

Stiffoni (Lega): “La Santanchè è una neo passionaria del postfascismo”

Mura (Idv): “Il Pdl è un fritto misto”

Santanchè (La Destra): “Veltroni è un supervecchio”

Ferrando (Partito comunista dei lavoratori): “Votate il Partito comunista dei lavoratori. Non vi tradiremo”.

Urso (An): “Veltroni ci copia peggio dei cinesi”

Mussolini (Azione sociale): “Nell’Udc c’è chi ha organizzato festini a base di coca e prostitute. Questa è la gente di Casini!”

Al Bano Carrisi (cantante?): “Io candidato? Assolutamente no”

Bonaiuti (Pdl): “Il Pd è un’insalatona”

Casini (1) (Udc): “Le promesse di Veltroni e Berlusconi valgono zero”

Casini (2) (Udc): “Silvio è un autolesionista”

Storace (La Destra): “Il Pdl non è né maschio né femmina. E’ un ectoplasma”

Mastella (Udeur): “Diamoci una mano, ora che siamo tutti in mezzo a una strada”


Arrivano i barbari

6 febbraio 2008

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Grandi manovre in corso. A sinistra il risiko delle alleanze è cominciato. Il Pd corre da solo (però al Senato chissà…). La Cosa rossa candida Bertinotti e toglie dal simbolo falce e martelo. Di Pietro, i socialisti e i radicali non sanno che pesci pigliare: il sogno proibito è andare alle elezioni con Prodi candidato premier. Il Professore per ora nicchia. 

A destra è già tutto deciso. L’ammucchata conta 23 partiti: due dozzine di bocche fameliche da saziare. E il governo “snello” sognato dal Cav.? Sarà per un’altra volta. La selva di “nanetti” sgomita già per qualche poltrona in più. Fini propone di buttarne qualcuno ai pesci. Ma Silvio non può: nella lunga guerra contro Prodi, Berlusconi ha stretto patti, ha firmato accordi, ha sottoscritto cambiali che ora vengono a scadenza. Dini, De Gregorio, Mastella, la Brambilla, i Pensionati, la Mussolini, Storace&Santanchè: gli imprescindibili “impresentabili” non mancano.

E così monta il valzer delle trattative per le poltrone. Berlusconi pensa due “punte” per il suo nuovo governo: Umberto Veronesi (alla Sanità) e l’economista ds, Michele Salvati. Il Cavaliere vorrebbe portare a palazzo Chigi un terzo di donne ministro. Tra le papabili in Forza Italia restano Mara Carfagna (alle Pari opportunità o alla Famiglia) e Stefania Prestigiacomo. Per la prima si ipotizza anche una candidatura a governatore della Campania, tanto per scordarci dei mali di Bassolino. Per la seconda si parla anche della presidenza della Sicilia.

Per Michela Brambilla è pronta invece una poltrona da sottosegretario o un futuro al dicastero dell’Ambiente con il ruolo di viceministro). Nelle ultime ore salgono le quotazioni di Barbara Contini, responsabile dell’Associazione Azzurri nel mondo. Il braccio destro Gianni Letta seguirà l’ex premier alla presidenza del Consiglio. Secondo alcuni anche come vicepremier. Il capogruppo alla Camera Elio Vito e Daniela Santanchè sarebbero in lizza per il ministero dei Rapporti con il Parlamento.

Resta il nodo Formigoni, per il quale si continua a parlare di un ministero di peso. Il governatore scalpita: “Gli Esteri? Magari!”. E di conseguenza, in casa Lega, Roberto Castelli si catapulta verso la guida della Regione Lombardia. Maroni è sempre in ballo per gli Interni, mentre a Calderoli non dispiacerebbe continuare la sua esperienza alle Riforme. Per il Viminale in lizza c’è anche Renato Schifani, mentre in discesa sarebbero le quotazioni di Beppe Pisanu. Altra casella importante è quella della Giustizia, su cui potrebbe fermarsi l’ex presidente del Senato, Marcello Pera.

Per Alleanza nazionale corrono Ignazio La Russa (Difesa) e Gianni Alemanno (che però ancora non ha sciolto la riserva per il Campidoglio). Sempre più insistenti, invece, le voci che danno Gianfranco Fini alla presidenza della Camera, pronto a fare una staffetta con il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, che dovrebbe quindi trovare posto alla Farnesina. Per lo scranno di palazzo Madama si vocifera sempre della conferma di Franco Marini. Anche Franco Frattini, vicepresidente della Commissione Ue, vorrebbe lasciare Bruxelles e tornare a fare “politica romana”: per lui i bookmakers indicano il Viminale o la Giustizia.

Il comandante in capo punta anche sui quarantenni azzurri come Maurizio Lupi e Guido Crosetto, quest’ultimo lanciato verso il ministero del Lavoro o alle Attività produttive. In lista c’è pure Angelino Alfano, a meno che non corra per la presidenza della Regione Sicilia in quota Forza Italia. Quanto al Tesoro tutti assicurano che Berlusconi offrirà la guida del delicato dicastero a Giulio Tremonti, il ras della finanza creativa. Nelle file di An scalpita anche la trentenne Giorgia Meloni che potrebbe sfidare Rutelli per il ruolo di sindaco di Roma. La foto di gruppo del terzo governo Berlusconi è pronta. Un po’ ingiallita ma pronta.


“Frocio, cesso, troia”

24 gennaio 2008

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Nel giorno delle dimissioni di Romano Prodi la galleria degli orrori d’Italia si arrichisce di una nuova imperdibile puntata. Nuccio Cusumano, senatore Udeur, si dissocia da Mastella e vota la fiducia al governo. Il “traditore” viene aggredito e ricoperto da insulti dal suo collega di partito Tommaso Barbato. Nella bolgia del Senato si percepiscono parole di stima: “Frocio, cesso, troia”. 

Il presidente Franco Marini è costretto a sospendere la seduta. Barbato intanto chiarisce il concetto apostrofando il collega di partito con un classico “pezzo di merda”. Il tutto accompagnato da (in rigoroso ordine): 1) corna 2) sputo in faccia 3) gesto della pistola. Cusumano piange, poi, colto da malore, viene portato via da Palazzo Madama in barella pochi minuti dopo. Tommaso Barbato fuori dall’aula viene intercettato dai cronisti: “Cusumano è un accattone”. Poi continua: “Questo Paese non risorgerà mai se ci sarà gente di merda a rappresentarlo”. Ora rileggete l’ultima frase.


Morire di Mastella

22 gennaio 2008

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Il governo è finito. Mastella ha scaricato Prodi. L’ex ministro passa armi e bagagli all’opposizione. L’Udeur non voterà la fiducia all’esecutivo. Né oggi alla Camera né domani in Senato. E a Palazzo Madama i numeri non tornano più.

Per uscirne vivo Prodi deve sperare nel voto di tutti i senatori a vita e di recuperare tutti gli scontenti: da Dini e Turigliatto, da Fisichella a Pallaro. Una missione impossibile. Il fattore “C” questa volta non sarà sufficiente. Ma il Professore è intenzionato a vendere cara la pella. Nel discorso alla Camera di oggi inchioderà Mastella alle sue responsabilità e farà di tutto per rendere penoso il tradimento dell’Udeur. La linea di Prodi è chiara: “Se crisi deve essere, voglio essere sfiduciato dal Parlamento. E poi, sia chiaro, si andrà a votare”.

La strategia del premier è stata decisa dopo un lungo e drammatico vertice a Palazzo Chigi con tutti i big del Pd. Dietro l’apertura della crisi, ufficialmente c’è l’ira di Mastella per la “mancata solidarietà degli alleati dopo le indagini della procura”. Ma in tanti ci vedono lo zampino di Berlusconi. Silvio avrebbe convinto Clemente con un’offerta irrinunciabile: 20 deputati e dieci senatori garantiti nel nuovo Parlamento. D’altronde, come dice Schifani, “Mastella dentro l’Unione era fuori posto.” E ora? Che Mastella torni indietro è escluso. Pensare di sostituire l’Udeur con l’Udc pura fantasia. Casini già si vede catapultato alla Farnesina.

La nave cola a picco. Il centrodestra torna unito e chiede in coro le elezioni anticipate. Il voto rinvierebbe di un anno il referendum e i tentativi di riforma elettorale, per la gioia dei “nanetti” di entrambi gli schieramenti. C’è solo un problema: Giorgio Napolitano. Il Capo dello Stato farà di tutto per evitare le elezioni in primavera. Dalla sua parte ha Rifondazione, i diniani e qualche scheggia impazzita dell’Udc. Ma il Pd potrebbe avere la tentazione di appoggiare un governo di altissimo profilo: il premier potrebbe essere Mario Draghi, governatore di Bankitalia. In calo le quotazioni del Marini e Amato.


LA GUERRA E’ FINITA….

21 gennaio 2008

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Mastella ha appena aperto la crisi: “Lacio la maggioranza. Così Veltroni può andare da solo alle elezioni. Le vincerà nel 2500”. A Palazzo Chigi Prodi ha riunito mezzo governo e lo stato maggiore del Pd. La Cdl chiede le dimissioni del premier. Prodi prende tempo.