Fascistissimo Ciarrapico

9 marzo 2008

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Camerata Ciarra, presente. Il fascistissimo Giuseppe Ciarrapico, (ex) andreottiano, già re delle acque minerali e presidente della Roma Calcio, condannato per bancarotta fraudolenta, sale sul treno che lo porterà dritto dritto in Parlamento tra i banchi del Popolo della libertà.

La folgorante idea è stata di Previti. Candidare l’acquarolo ciociaro nel Lazio per strappare qualche migliaio di voti a Storace. Berlusconi non se lo è fatto ripetere due volte. E così Beppe Ciarrapico, creatura andreottiana dal cuore repubblichino, torna in politica a tre anni dalla sua uscita di scena. Correva l’anno 2005, il Ciarra se ne andò dal congressso di An sbattendo la porta: “Sono troppo fascista per assistere a questi bla bla bla”.

Lui, “devoto a Giulio e alla Fiamma”, è nemico giurato di Fini. Non ha mai perdonato a Gianfranco l’essersi scrollato di dosso la polvere nera, i duri e puri del “Mussolini sempre nel cuore”. L’italiano non lo ha mai imparato: “An è diventata ‘na monnezza. Alle prossime elezioni i nostri, che sono rimasti fascisti nell’anima, non voteranno più Fini, mejo Berlusconi”, commentava qualche anno fa. Con Silvio sono amici da tempo. Da quando il Ciarra mediò tra il Cav. e l’ingegnere De Benedetti nella guerra di Segrate (lodo Mondadori).

Ci sono state anche le grane con la giustizia nell’avventurosa vita di Ciarrapico. Lui quasi se ne vanta: “A Regina Coeli ci sono tre scalini chi non ha salito quelli nun è romano…”.  Impresentabile ma simpatico, il Ciarra. Ormai sono lontani i tempi in cui la sua tipografia stampava tutti le locandine dell’Msi. Solo qualche mese fa An lo accusava invece di aver tappezzato Roma di manifesti che ritraevano Fini intento a fare il saluto romano. Lui aveva detto che quella volta non c’entrava nulla: “Non faccio pubblicità ad un rinnegato-islamico-sionista”. Adesso sono in lista insieme.


Schiavitù e promesse

7 marzo 2008

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Ha la faccia da bravo ragazzo Gianfranco Fini. Pare una persona seria, un politico Law & Order. Agli italiani piace. Da anni negli indici di gradimento straccia Berlusconi. La storia patria lo ricorderà per aver portato la destra italica al governo. Dall’Msi al Ppe. Roba da brividi, da funamboli della politica. Lui li ha salvati tutti: i nostalgici del ventennio, i fanatici del saluto romano, i cuori neri della prima repubblica.

Cresciuti sotto il genio tutelare di Gianfranco, gli impresentabili hanno guadagnato il loro posto al sole. Gasparri, Matteoli, La Russa, Ronchi, Tremaglia: ai mediocri Fini ha regalato poltrone, ministeri e potere al di là dei loro meriti. Dentro An il dissenso ha sempre avuto due nomi: Storace e Alemanno. Migliaia di voti a Roma e frotte di politici locali iscritti alla loro corrente, la destra sociale. La base di An è sempre stata con loro. Adesso il primo se ne è andato, il secondo è stato spedito come kamikaze contro Rutelli nella corsa per il Campidoglio.

Una vita da mediano. Fini è stato despota dentro An ma eterno secondo nel mondo là fuori. Quattordici anni all’ombra di quel Silvio che millanta di aver fatto uscire i post-fascisti dalle fogne e di poterli “ricacciare giù da un momento all’altro”. L’ultima sottomissione di Fini è stata la più lacerante: sciogliere An e aderire al Pdl. A Berlusconi ha portato in dote una marea di voti e la struttura di un partito radicato sul territorio: le sedi locali, i piccoli dirigenti di provincia, il sottobosco politico che si fa il culo affinché un partito sia qualcosa di più di un brand da vendere all’elettore. Silvio gode: era quello che mancava a Forza Italia.

“Ma ne valeva la pena?”, chiedeva a Fini Nanni Moretti. “Valeva la pena lottare tutta la vita per diventare nemmeno l’unico, ma uno dei tanti signorsì di Berlusconi?”. La risposta è sì. Ne valeva la pena. La strada che partiva da Fiuggi portava dritta dritta ad Arcore. Fini lo sapeva fin dall’inizio però ai suoi non poteva dirlo. Ma oggi la successione non è più solo un sogno. Dopo anni si schiavitù, il delfino di Almirante ha ricevuto da Berlusconi una promessa. O meglio, la promessa. A metà legislatura Fini diventerà premier. Berlusconi farà un passo indietro per candidarsi alla presidenza della Repubblica. La metamorfosi è già in atto in questa campagna elettorale.

Da venditore di sogni, Silvio è diventato il politico che assicura cinque anni di sano buongoverno, ma “niente miracoli”. Il Cav. si fa forza di ciò che aveva sempre ripudiato: l’esperienza politica, maturata negli anni di governo. Insomma, il Caimano non c’è più: nel salotto di Porta a Porta osserviamo solo un simpatico omino di 70 anni che si atteggia da pacato padre della patria. Berlusconi per anni ha pensato ad un possibile successore, ma dentro Forza Italia le risorse umane sono mediocri. Formigoni, Pisanu, Termonti non sono stati giudicati all’altezza. La Brambilla è nata morta. E allora resta solo lui, Fini. Silvio ha promesso, Gianfranco si è fidato. Ha sciolto il terzo partito italiano e si è prostrato al volere del capo. Ma due anni sono lunghi. E il Cavaliere ultimamente si dimentica spesso della parola data. Chiedete a Mastella.