I sudori del giovane Walter

16 luglio 2008

“Basta farci del male, basta con i fratelli coltelli: siamo sotto attacco e ora più che mai dobbiamo restare uniti. Non fare quelli che si pugnalano da soli”. Per far risvegliare Veltroni dal coma politico ci sono volute più di cinque ore di discussione. A Roma fa un gran caldo, la prima riunione della direzione del Pd è una tortura, le frecciate alla segreteria non mancano. Walter suda. E’ stufo di sentirsi un pungiball. Il momento della strigliata alla truppa è maturo.

“Così non va”, tuona Veltroni. Nessun riferimento esplicito, nessun nome e cognome, nessuna “corrente” nel mirino. Anche se a D’Alema fischiano le orecchie. Il segretario, forte del fatto che per l’ennesima volta nessuno tira fuori l’arma del congresso anticipato, riprende in mano le redini democratiche e indica la rotta: uscire fuori dal chiuso delle stanze e tuffarsi tra la gente. Sperando che le gente non fugga a gambe levate, è sottinteso. Ragiona Walter: “Noi siamo gli unici che stanno sempre a discutere, mentre Fi e An sono anni che non riuniscono gli organismi dirigenti e nessuno dice niente. Noi siamo gli unici che stiamo sempre in mezzo al mare. Ora basta, tocchiamo terra, mettiamo la testa fuori”.

Nella sala qualcuno mugugna. La Bindi vuole togliersi il sassolino dalla scarpa, e ironizza: “Il Pd dovrebbe dotarsi di un coordinatore delle fondazioni, sarebbe l’uomo più potente…”. Rosy ce l’ha con il seminario dell’altroieri organizzato dal dream team D’Alema-Bassanini. Massimo ormai rema contro su tutti i fronti. Veltroni vuole il sistema spagnolo e D’Alema organizza un convegno per promuovere quello tedesco. Veltroni difende la vocazione maggioritaria del Pd e D’Alema tesse rapporti con Vendola e Casini. Veltroni elogia il bipolarismo e D’Alema lo gela: “Non ha prodotto governi di qualità. E la stabilità dei cattivi governi è il peggiore dei mali”. Veltroni archivia definitivamente il dialogo con Berlusconi e D’Alema dice che l’ipotesi di una grande coalizione Pd-Pdl non va demonizzata. Per fortuna la procura di Pescara ha arrestato Del Turco, almeno su questo Walter e Massimo mantengono la stessa linea: silenzio tombale.

Se D’Alema la pensa così, commentavano gli uomini di Veltroni “alla direzione avrebbe dovuto alzarsi in piedi e chiedere un congresso”. Ovviamente ciò non è avenuto. Massimo ha lasciato la sala ben prima dell’intervento di Walter. Ma le scintille non sono mancate. Una volta chiusa la relazione di Veltroni, usuale sipario sulla maratona democratica, Gianni Cuperlo ha preso la parola per replicare al segretario. Se lo avesse fatto quando il partito si chiamava ancora Ds, gli avrebbero tagliato una mano. Cuperlo assesta lo schiaffo: “Mi sono sentito svalutato e delegittimato dal richiamo di Veltroni a ridimensionare le discussione interne. Se non discutiamo qui, a una Direzione, dove lo dovremmo fare?”. Insomma, ci risiamo. Veltroni ha risposto a Cuperlo. Ma ormai aveva già ricominciato a sudare.


Pd, Montalbano segretario

25 giugno 2008

E se Walter si stufasse e se ne andasse in Africa?. La lobby che fa capo a Goffredo Bettini, uomo forte di Veltroni, prende in considerazione anche questa ipotesi. Nel Pd sono giorni di passione, Parisi ha chiesto la testa del capo, Cuperlo implora il ricambio generazionele e Di Pietro mena come un fabbro (“Il Pd fa la ruota di scorta a Berlusconi”).

E poi, al solito, D’Alema si muove. L’ex ministro degli Esteri ha presentato ieri l’associazione ReD: “Non romperemo le scatole a Walter”, promette Massimo. Fioroni sdrammatizza: “Quelli sono i tifosi di ItalianiEuropei, tipo un Inter club”. Il problema è che D’Alema è cattivo anche quando manda segnali di pace: “Nessuno ci classifichi come corrente, siamo piuttosto il software del Pd”. Come dire: se i contenuti non ce li mettiamo noi qui finisce male… Certo, per ora la questione del ricambio del leader è stata posta soltanto da Parisi. Ma è anche vero che il tema del dopo-Veltroni per la prima volta comincia ad occupare le chiacchiere e le riunioni delle correnti interne.

Già da settimane un drappello di quarantenni veltroniani – Andrea Orlando, Alessandro Maran, Maurizio Martina, Andrea Martella e Nicola Zingaretti – si incontrano e sotto la regia di Bettini e ragionano attorno a due scenari entrambi temuti: che succede se Veltroni, stanco delle tanti ostilità interne, non regge e decide di mollare? E che succede se invece Walter sarà costretto a lasciare dopo una possibile flessione del Pd alle Europee del 2009? Proprio gli stessi interrogativi che si pone la cricca dalemiana. E dai due circoli escono tentazioni analoghe: quando bisognerà trovare un successore, si salterà la generazione dei 40-50enni “bolliti” (Bersani, Letta, Chiamparino, Bindi) e si lancerà nella mischia uno splendido quarantenne meno sperimentato.

Tra i veltroniani il nome che tira di più è quello di Nicola Zingaretti. Quarantadue anni, romano, fratello minore di Luca – commissario Montalbano – Zingaretti, Nicola è salito alla ribalta nazionale 45 giorni fa, quando è stato eletto presidente della Provincia di Roma ottenendo a Roma 59mila voti in più di tale Francesco Rutelli. Zingaretti è un “giovane vecchio” con un cursus honorum da politico di una volta: segretario della Sinistra giovanile, consigliere comunale, segretario dei Ds di Roma, europarlamentare. Dall’altra parte della barricata c’è Gianni Cuperlo, un “vecchio giovane” pupillo di Massimo D’Alema. Quarantasette anni, triestino, una spessore culturale insolito per un politico, un blog molto letto, nell’ultima Assemblea nazionale ha chiesto ai vecchi leader di fare un passo indietro. Bersani la mette così: “Non basta essere giovani, serve anche esperienza e credibilità”. Come dire: fermi tutti, adesso tocca a me.


Il test dell’estate: sei dalemiano o veltroniano?

24 giugno 2008

Lo fanno tutti, e Pornopolitica non può essere da meno. Quando arriva l’estate è il momento dei test. Questo è il primo: il tema è quello più dibattuto sotto gli ombrelloni italiani. Tira più il baffo o l’occhiale rotondo? Ovvero: sei dalemiano o veltroniano?

Quando pensi a Berlusconi, immagini:
A – Un fenomeno difficilmente battibile, da combattere a colpi di politica.
B – Un interlocutore un po’ pazzo, tipo uno zio del mare con cui spesso si litiga ma che non riesce a mai stupire del tutto.

Il sistema tedesco è migliore del nostro?
A – Sì: più potere ai partiti, più possibilità di alleanze, meno tentazioni leaderistiche.
B – No: Klose e Podolsky, insieme, non valgono la metà di Totti.

La Fondazione Italianieuropei è:
A – Il motore che può rinnovare i fasti del Pd (e le conferenze coi filosofi costano meno)
B – Un covo di secchioni

Il partito liquido
A – Liquido? Ormai è liquefatto
B – Una necessità per essere moderni, sia in Europa che nel mondo

Francesco Rutelli
A – Rutelli chi?
B – Rutelli chi???

Franco Marini
A – Un personaggio importante, che rappresenta un’anima- quella popolare- che insieme ai Ds può essere la colonna dorsale del Pd
B – Mamma che noia

Rosy Bindi
A – Meglio Condoleezza
B – zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz

La leadership
A – C’è, ma non si vede
B – Non si discute

Dio
A – Crederci? Diciamo che lo stimo
B – Se ci sei, aiutami

La corrente
A – Non c’è, nonostante si veda
B – L’hanno staccata, e addio notte bianca

La Lega Nord
A – E’ una costola della sinistra
B – Sono tipo i laziali, ma senza accento

L’addio di Prodi è stato
A – Lo schiaffo di un leader che non si riconosce nel partito
B – Lungo, troppo lungo

Prevalenza di risposte A
Sei un dalemiano. Hai una concezione togliattiana del partito, credi che il rinnovamento non possa prescindere dal confronto con i vecchi leader. E che il prossimo leader, nonostante tutto, debba essere ancora tu.

Prevalenza di risposte B
Sei un veltroniano. Credi nel partito leggero, non riesci a pronunciare la parola sconfitta. Pensi più all’apparenza che ai soldi. Mi fido di te. Ma nemmeno tanto.

Parità di risposte A e B
Sei un parisiano. Siete rimasti in due, tu e Parisi. E se stai leggendo queste righe, ti chiami Arturo e hai pochi capelli grigi, beh, ecco, sei rimasto solo tu.

Nessuna risposta
Sei un dipietrista. Non hai risposto neppure a una domanda perché questo blog non rispetta esattamente tutte le norme sul copyright e le norme, si sa, vanno rispettate.


Walter chi?

12 giugno 2008

“Nel Pd esiste una questione leadership”. L’indicibile frase è stata pronunciata da Arturo Parisi. Prodiano vivace e politico fondista, il navigato Arturo si è spinto là dove nessuno fra i big del partito aveva finora osato: “Vedo che l’idea di un congresso che affronti finalmente il tema della leadership del Pd unitamente a quello della linea comincia a imporsi come una necessità”. Significa che l’ex ministro della Difasa vuole la testa di Veltroni. Ed è in buona compagnia.

Parisi la mette giù durissima: “Finora il confronto è stato sistematicamente negato. Adesso serve un congresso vero. Chissà che il partito nuovo che non è riuscito finora a nascere, non finisca veramente per nascere nell’unico modo in cui può nascere un partito nuovo”. I prodiani sono ormai sparuta minoranza ma Veltroni fiuta tempesta. La sempre ben informata Maria Teresa Meli racconta sul “Corriere” che nella riunione del coordinamento Veltroni ha fatto capire il suo stato d’animo a tutti i presenti: “Così non si può andare avanti, io tento di sminare il terreno ma ogni giorno spunta una nuova polemica, comunque quel che è certo è che io non sto qui a farmi logorare: se ci sono delle linee alternative alla mia che emergano”.

Finora Walter ha vinto tutte le battaglie interne al partito. Dopo la batosta di Roma Massimo D’Alema voleva Pierluigi Bersani presidente dei deputati del Pd? Per sbarrargli la strada, Veltroni chiuse un patto continuista con i Popolari (il vero asse che da allora governa il partito), confermando Antonello Soro alla guida del deputati e la Ds Anna Finocchiaro al Senato. Nella sfida per le poltrone Walter non ha mostrato segni di cedimento: il popolare Beppe Fioroni all’Organizzazione, mentre per la presidenza del Comitato dei Servizi Segreti, Veltroni preferì il criterio della convenienza a quello della competenza, designando lo sconfitto Francesco Rutelli, anzichè – guarda caso – l’ex ministro Arturo Parisi.

In un mese Veltroni si è dunque blindato con una capacità di manovra che i detrattori non gli riconoscevano, ma si è guastato i rapporti con un drappello di personaggi che non hanno più ambizioni di premiership, ma che nel partito pesano come macigni. Per carisma, per storia personale e per preferenze. Stiamo parlando di D’Alema, che complotta anche quando dorme. Di Parisi e di Rosy Bindi, che da mesi invocano più collegialità nel partito. E di Romano Prodi, che non ha mai perdonato a Veltroni l’aver pubblicamente ripudiato il suo governo. E così, nei colloqui privatissimi, è spuntata per la prima volta l’idea incoffessabile: se le Europee del 2009 dovessero andar male, chi l’ha detto che Veltroni sarà il leader del Pd fino al 2013?

Gianni Cuperlo, sgomitante rampollo dalemiano, carica a testa bassa: “Il progetto del Pd rischia seriamente di fallire: se si rimuove la sconfitta e si afferma il modello di una confederazione di componenti, i capi del partito rischiano di impiegare i prossimi anni a impiegare se stessi e i propri cari in previsione della rivincita”. Poi, giusto per fugare ulteriori dubbi, la frase chiave: “Indire un congresso del Pd può essere utile”. E Prodi? Lui, non coltiva certo leadership alternative, ma intanto non ritratta (come invece vorrebbe Veltroni) le dimissioni dalla presidenza del Pd e soprattutto ritiene un “errore madornale” escludere dal gioco la sinistra radicale, “perché il compito di un grande partito come il Pd è quello di includere chi ha un’altra vocazione, proprio come ho fatto io con il mio governo”.

Nel Pd volano gli stracci. Pochi giorni fa è sbottato persino il pacato Marco Follini: “Veltroni ha gestito il dopo-elezioni con uno stato d’animo fin troppo prudente e senza una risposta al verdetto elettorale”. Certo, sono solo scricchiolii. Però sono reali. Tant’è vero che tutti i big democratici nelle ultime ore si sono sentiti in dovere di ripetere – chissà perché – che “la leadership di Walter non si discute”. A complicare la delicata situazione si aggiunge anche il pasticciaccio della collocazione europea del Pd. Sul tema regnano confusione e isteria. Rutelli e i popolari non vogliono morire socialisti e non intendono accasarsi con il Pse a Strasburgo. Mentre gli ex Ds non prendono neppure in considerazione l’ipotesi di finire nelle file dei democratici di Bayrou, il centrista francese.

Scuola Dc. “Walter non e’ in discussione, è una risorsa per tutto il partito”, dice Fioroni, uno degli azionisti di maggioranza della componente democristiana che sostiene la segreteria Veltroni. Nel momento in cui infuria l’assedio, le sue parole paiono una dichiarazione a sostegno del Loft. Ma Fioroni è un democristiano. Quel termine “risorsa”, scelto con perfido zelo, nel linguaggio cifrato del mondo ex dc non è una parola qualunque, è peggio di un insulto diretto. Per spiegarlo bastano le parole di un altro riferimento dell’area popolare, Dario Franceschini, che in un suo vecchio articolo scriveva: “Nella Dc a vent’anni sei un bambino, a trent’anni devi crescere, a quaranta sei ancora giovane, e a cinquanta sei una preziosa risorsa”. Ecco, stavolta Fioroni a Veltroni ha risparmiato solo l’aggettivo “preziosa”, per il quale forse bisognerà aspettare. Ma è solo questione di qualche settimana…


Correnti serpenti

8 maggio 2008

Prima notizia: a Roma D’Alema chiama a raccolta una cinquantina di parlamentari. Significa che è nata la prima corrente interna del Pd. Seconda notizia: Veltroni cancella l’ufficio politico del partito, il cosiddetto “caminetto dei notabili”. Significa che Walter vuole continuare a comandare, possibilmente da solo. Terza notizia: l’ingegner De Benedetti scarica il trio Veltroni-Rutelli-Franceschini. Significa che dopo le europee il ticket Bersani-Letta proverà a fare le scarpe a Walter.

Le grandi manovre sono cominciate. E procedono spedite. D’Alema nei giorni scorsi aveva invocato un fronte degli oppositori per preparare una nuova coalizione alternativa al centrodestra, perchè “con l’autosufficienza non si va da nessuna parte”. “Sinistra radicale ma anche Udc”, Massimo non ha preclusioni. Casini e il futuro leader di Rifondazione Paolo Ferrero gongolano. Veltroni invece sostiene che “il problema ora è radicare il Pd, non con chi allearsi” e prepara il suo personalissimo governo ombra, The Walter’s Shadow Cabinet: D’Alema, Parisi e Rutelli hanno deciso di starne fuori. Insomma, Walter rafforza la “macchina” e occupa poltrone decisive, vedi la conferma dei capigruppo Finocchiaro e Soro. Ma le voci contro il “continuismo” del dopo-elezioni si stanno facendo assordanti. 

Nel Pd c’è già chi fa la conta. I veltroniani hanno una salda maggioranza, soprattutto nel nuovo Parlamento. I dalemiani si sono riuniti vicino a piazza Farnese: c’erano Bersani, Latorre, Minniti, Pollastrini, Casson, Ventura e altri ex Ds. E fin qui niente di nuovo. La sorpresa è stata la presenza al convegno di alcuni illustri petali della Marghera, dal ministro Paolo De Castro al neodeputato Francesco Boccia (lettiano doc). Il risultato è la saldatura tra i dalemiani e la componente del Pd che fa capo a Enrico Letta. Veltroni tira dritto, per lui “le correnti fanno parte di vecchie pratiche”. Ma qui c’è qualcosa in più: mezzo Pd è pronto ad appoggiare la seriosa coppia Bersani-Letta. D’Alema farà da sponsor. Per l’artiglieria ci pensa Carlo De Benedetti.

Corazzata Espresso. De Benedetti, patron di “Repubblica”, dopo la sconfitta di Roma ha scaricato il suo protetto Francesco Rutelli. Il direttore Ezio Mauro per ora non si sbilancia: nell’editoriale post-voto ha scritto che “Veltroni ha incassato due sconfitte pesanti, e tuttavia ha varato un vascello che può andare lontano, un partito della sinistra di governo che l’Italia non ha mai avuto”. A menare ci ha pensato Massimo Giannini: “Di questa disfatta – scrive il brillante vicedirettore di “Repubblica” – c’è un padre anche sul piano della dimensione politica nazionale. Quel padre si chiama Walter Veltroni”. E poi c’è l’ultima copertina dell’Espresso. I due ragazzi, W. e Rutelli, non in tandem, ma – malinconici – sulla Vespa di Gregory Peck e Audrey Hepburn.

L’opinionista Edmondo Berselli, che spesso ci prende, ha già benedetto il nuovo ticket Bersani-Letta. Dalle parti dell’Unità invece fanno quadrato intorno a Veltroni: Alfredo Reichlin detta la linea in un editoriale dal titolo “Non si torna indietro”. Dagospia scrive anche che Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, sta muovendo le sue pedine. La superbanca ha perduto la sua sponda politica, tale Romano Prodi. Bazoli starebbe dunque lavorando per individuare un nuovo referente, possibilmente di area cattolica. Ed ecco che per l’establishment finanziario progressista l’alternativa sarebbe semplice: il giovane Letta, nipote del ben più navigato Gianni. Tutti convinti che il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette…


Fuoco amico

26 aprile 2008

Per ora sono scricchiolii, presto potrebbero diventare un terremoto. Il buono è Veltroni, Marini fa il brutto, D’Alema – inevitabilmente – il cattivo. I big democratici lustrano i fucili, nel mirino c’è Walter. La sua leadership (per ora) non si discute ma sulla linea politica del Pd sta per esplodere la battaglia. Rosy Bindi la mette così: “Guai ad archiviare l’eredità di Prodi con un semplice saluto, quell’eredità è l’Ulivo, il nostro Dna, le radici della nostra storia”. Tutti chiedono più collegialità. La parentesi di “Veltroni uomo solo al comando” è finita; tramonta il progetto del “partito liquido”, quello che parla un linguaggio pop, soggiorna al loft e promette uno choc d’innovazione.

La resa dei conti post-elettorale passa per la nomina dei capigruppo e la composizione della segretaria del partito. Per la presidenza dei due gruppi parlamentari D’Alema punta su Bersani alla Camera e Follini al Senato. Veltroni vorrebbe confermare gli uscenti Soro e Finocchiaro, mentre pensa a Bersani come ministro dell’Economia nel governo ombra. Walter non può permettersi la conta su candidature contrapposte e prova a starne alla larga: “Vorrei che sia scritto sulla mia lapide: non ha mai partecipato a una corrente”. La legge del bilancino prevede comunque che alla Camera resti un popolare e al Senato un diessino. Lo schema potrebbe allora essere Fioroni a Montecitorio e Chiti, Latorre o Morando a Palazzo Madama.

L’altra grana per Veltroni è il destino del suo braccio destro Goffredo Bettini. E qui entra in scena Giuseppe Fioroni, braccio destro di Marini, che punta alla carica di coordinatore del partito finora ricoperta da Bettini. Nelle intenzioni della componente ex Margherita, la missione di Fioroni è di contenere lo “strapotere” di Bettini. L’operazione sarebbe completa se alla presidenza del partito, come sembra probabile, andrà proprio Franco Marini, che però continua a schermirsi dicendo di essere troppo vecchio e di voler favorire il rinnovo della classe dirigente. Goffredone fiuta la tempesta e ammonisce dalemiani, popolari e prodiani con un diplomatico “dobbiamo imparare a fare squadra”. I ribelli gli rinfacciano un’intervista nella quale Bettini, a pochi giorni dal voto, affermava che se il Pd non avesse raggiunto il 35 per cento si sarebbe ridiscusso tutto.

Per ora la priorità è conservare Roma, perché un insuccesso al Campidoglio rischierebbe di scoperchiare la botola nella quale finora sono stati rinchiusi i malumori dei tanti maggiorenti. D’Alema ha cominciato a muovere le sue pedine incontrando Casini. Non solo: il leader Massimo ritiene che sia necessario riaprire un dialogo anche con Rifondazione comunista. Uno schiaffo al “partito che va da solo” voluto da Veltroni, alla “vocazione maggioritaria” del Pd. D’Alema la pensa diversamente. Come dimostra anche un articolo di uno dei suoi più fedeli sodali, Roberto Gualtieri, che sul Riformista sostiene la necessità di creare nuove alleanze.

E poi c’è la questione del Pd del Nord, una Lega “democratica”. La questione appassiona e divide le varie anime del partito. Una discussione bifronte: da un lato il progetto di Cofferati di un Pd federale ma, si badi bene, non un partito federato col Pd. E qui sta la differenza con l’altra proposta, l’atto di coraggio chiesto da Ezio Mauro su Repubblica: “Andare da un notaio e firmare l’atto di nascita del Pd del Nord, federato al partito”. Veltroni si trincera dietro la discutibile affermazione che la vittoria era una missione impossibile, anche se, come osserva Giovanni Sartori, non s’è mai vista una campagna elettorale senz’attacchi all’avversario e con nuove candidature così infelici.

L’anima popolare del Pd teme che il partito diventi in un Pci del terzo millennio. Marini e Fioroni hanno però interpretato l’incontro di D’Alema con Casini come un affronto: ipotizzare un’alleanza futura con l’Udc significherebbe infatti ridurre a un ruolo marginale i cattolici che militano nel Pd, evidenziare l’incapacità a intercettare i consensi al centro. Intanto al loft è tornata in voga una battuta di Veltroni, che anni fa equiparò D’Alema a Giovanni Trapattoni, “perché Massimo come il Trap gioca sempre con lo stesso schema: Dc-Pci”. Walter invece lo schema lo cambia continuamente. A Vicenza si è sentito imprenditore, in Emilia tuta blu, a Trieste viveva suo nonno, a Milano andava col padre, nelle librerie di sinistra era Zapatero, con i moderati Sarkozy, negli oratori Don Milani. Adesso il gioco è finito. Nel Pd c’è chi vuole tornare a fare politica.


Roma capoccia, der mondo infame

21 aprile 2008

“Un commento sul voto? Non è ancora il momento. Prima aspettiamo l’esito dei ballottaggi”. Letta così, pare un’affermazione di realismo e buonsenso. Il problema è che queste parole sono state pronunciate da Massimo D’Alema. Ad ascoltarle c’era il solito nugolo di giornalisti, ma il vero destinatario era  Walter Veltroni.

Al ballottaggio per il Campidoglio sono appese non solo le sorti di Francesco Rutelli, ma anche quelle dell’intero Pd, a cominciare dal suo leader. Lo sa bene Goffredo Bettini, il braccio destro di Veltroni, che da qualche giorno ha abbandonato il loft e si è trasferito al comitato elettorale del candidato sindaco. Il new deal veltroniano rischia di terminare la sua breve corsa nella capitale. Dietro la possibile disfatta si nasconde la resa dei conti post elettorale, finora rimandata. Anche la discussione sui futuri organigrammi, dai capigruppo alla presidenza del partito, è bloccata in attesa di sapere cosa accadrà a Roma.

Nella città simbolo del “modello veltroniano” nessuno potrebbe addossare le colpe di una sconfitta a Prodi e all’impopolarità del suo governo: la responsabilità se la dovrebbero prendere tutta Bettini e Walter. Per dirla con Emma Bonino, “è chiaro che perdere Roma non sarebbe un fatto amministrativo ma politico, un’eventualità che non aiuterebbe Walter Veltroni a rimanere saldo in sella”. E così è partito il soccorso “rosso-bianco”: Veltroni, D’Alema, Marini, Rosy Bindi e Nichi Vendola si aggirano per le periferie (e i salotti) della capitale: tutti in pista per sostenere Rutelli (candidato sindaco di tutto il centrosinistra, dal Pd a Rifondazione comunista), tutti schierati a difesa dell’ultima trincea.
 
Al primo turno Rutelli ha preso cinque punti in più di Alemanno. Storace si è fermato al 3,3%: al ballottaggio non ci sarà l’apparentamento ma molti voti de La Destra convergeranno inevitabilmente sull’ex ministro di An. L’Udc invece non si schiera: libertà di voto per i 52 mila romani che al primo turno hanno votato per il candidato centrista Luciano Ciocchetti. Casini vuole mani libere. La fronda interna è guidata da Baccini che ha fatto spere di aver scelto Alemanno. Un’altra incognita è la lista Beppe Grillo, arrivata al 2,7%. A infiammare la campagna elettorale ci ha pensato la cronaca: un’anziana strangolata in casa e una studentessa stuprata. Il tema della sicurezza è solo un nuovo ostacolo sulla strada, già accidentata, del Pd. E di Veltroni.