Una vita da Schifani

24 aprile 2008

Un posto al sole. E che posto. Elio Vito alla Giustizia, Sandro Bondi ai Beni culturali, Paolo Bonaiuti ai Rapporti con il Parlamento e – last but not least – Renato Schifani presidente del Senato, la seconda carica dello Stato. Il toto-ministri continua ma i gregari del Cavaliere, per ora, hanno di che sorridere. Pochi mesi fa i fedelissimi di Berlusconi erano oscurati dall’astro nascente di Forza Italia, tale Michela Vittoria Brambilla. Oggi fanno incetta di poltrone, alla faccia della rossa nata morta.

Il Cavaliere è stato magnanimo con i colonnelli, i bravi ragazzi che – a differenza dei Dell’Utri e dei Pera – hanno gestito i lavori parlamentari e l’attività del partito. E questa volta i nobili tiratori di carretta possono festeggiare. Il picconatore Cossiga non si smentisce: “Vito alla Giustizia? E’ fazioso e incompetente. Mi manda in depressione”. Il Pd ha provato a mettere il veto su Schifani presidente del Senato. I democratici accusano il fedelissimo del Cavaliere di avere un passato non proprio immacolato: una società con presunti uomini d’onore e usurai e consulenze ricevute dai comuni in odore di mafia. Ma il Cavaliere tira dritto e promuove l’eroe del legittimo sospetto, l’uomo che ha scavato nottetempo la via di fuga dal processo milanese per Berlusconi e Previti. Nonostante il riporto e gli occhiali da archivista che a Silvio proprio non piacciono.

A farne le spese sarà il governatore Formigoni che resterà al Pirellone fino alla fine del suo secondo mandato. Roberto il ciellino avrebbe voluto scendere a Roma. Era pronto a fare il presidente del Senato, il ministro degli Esteri. Andava bene anche quello delle Attività produttive, ultima richiesta messa sul piatto. Richieste bocciate una ad una da Berlusconi che non vuole rischiare nuove elezioni, con la Lega che corre e macina voti al Nord, fa incetta di ministeri pesanti e sogna di mettere le mani sulla Lombardia. Lo zuccherino per placare l’ira di Formigoni sarà un incarico di prestigio nel Partito delle libertà, magari la vicepresidenza accompagnata da quella vaga promessa del Cav.: “Tra due anni, alla fine del mandato in Lombardia, potresti entrare nella squadra di governo”. Ma due anni, in politica, sono una vita. E Formigoni lo sa. 

I padani festeggiano. Domenica scorsa, al termine della riunione ad Arcore per la formazione del nuovo governo, il Senatùr era raggiante: “E’ andata. Io alle Riforme, Calderoli vicepremier, Maroni al Viminale, Luca Zaia al ministero dell’Agricoltura”. Lunedì il Cavaliere aveva frenato gli entusiasmi leghisti: “Nulla è ancora deciso. Ci saranno sorprese, stiamo sentendo tutti”. Martedì Bossi aveva spiegato che le sorprese non avrebbero riguardato certo la Lega. Anzi, alla lista delle poltrone leghiste si sommava un ruolo di viceministro alle Infrastrutture per Roberto Castelli. “Lo mettiamo lì per le strade del Nord”, spiegava Bossi. Poi una bella frecciata frecciata al Cavaliere: “Andando al Viminale oltretutto facciamo un piacere a Berlusconi perché chi dei suoi è in grado di affrontare i problemi della sicurezza e dell’espulsione dei clandestini? Ci vuole uno con le palle. Maroni le ha”.

An non sa se passare all’incasso o provare a tirare la corda un altro po’. Fini ha scelto la presidenza della Camera e lascierà quella del partito. Questione “di galateo istituzionale”, dice lui. Per Fini è l’ultimo gradino per agguantare quell’agoniata legittimità democratica che in tanti ancora faticano a riconoscergli. E poi Gianfranco sogna in grande: Berlusconi ha una certa età e altri leader all’orizzonte non se ne vedono. Tanto vale infilarsi il vestito buono, non sia mai che arrivi il momento della successione. Per ora in sostanza cambia poco, segnala Ronchi, “perché lui resta la guida del partito”. Ma l’impatto simbolico è forte, per la destra italiana è una stagione si chiude. Il futuro si chiama “guida collegiale”: Alleanza nazionale verrà retta da “un primus inter pares” che già tutti additano in La Russa.

Il toto-ministri di oggi recita più o meno così:
Premier
– Lui
Vice 1 – Letta
Vice 2 – Calderoli
Vice 3 – Ronchi
Economia – Tremonti
Esteri – Frattini
Interni – Maroni
Difesa – La Russa
Giustizia – Vito o Pera
Attività produttive – Scajola
Beni culturali – Bondi
Salute – Maurizio Lupi o un tecnico (Ferruccio Fazio?)
Welfare – Sacconi, Brunetta o Alemanno
Agricoltura – Luca Zaia
Istruzione – Mariastella Gelmini
Ambiente – Matteoli o M.V.Brambilla
Infrastrutture – Matteoli o Mantovano
Riforme (senza portafoglio) – Bossi
Pari opportunità (senza portafoglio) – Prestigiacomo o Mussolini
Innovazione (senza portafoglio) – Lucio Stanca
Rapporti con il Parlamento (senza portafoglio) – Paolo Bonaiuti


La traversata del deserto

16 aprile 2008

Viene in mente il dialogo di una vignetta di Altan. Correva l’anno 2001, l’Italia commentava i risultati eletorali. “Poteva andare anche peggio, no?”. “No”. Berlusconi e Bossi hanno stravinto anche questa vola: 171 senatori contro i 140 di Pd e Di Pietro. Sono numeri da brivido: neanche il Cavaliere era così ottimista. A 48 ore dal voto i toni dello statista di Arcore sono pacati: vaghi inviti al dialogo e appelli a Veltroni per “fare le riforme insieme”. C’è chi giura di avergli sentito pronunciare addirittura la parola “Bicamerale”.

L’abbuffata. “Presto ci sarà un incontro tra Bettini e Letta”, dice Silvio. Ma nel Pdl i falchi premono e alcuni di loro siedono nella cerchia dei collaboratori più stretti di Berlusconi. La tentazione di “non fare prigionieri” è forte, i numeri lo permetterebbero. E poi l’onda lunga delle politiche si è riversata sulle amministrative: a sorpresa Riccardo Illy, governatore uscente del Friuli-Venezia Giulia, è stato sconfitto da Renzo Tondo, Pdl. Rutelli, che nella sfida per il sindaco di Roma era certo di vincere al primo turno, sarà costretto al ballottaggio da Gianni Alemanno. Se i voti di Storace e Casini convergeranno sull’ex ministro di An la debacle della sinistra sarà ultimata.

Falce & Carroccio. L’impresentabile Lega di Bossi diventa il terzo partito italiano. Le camicie verdi hanno sfondato nelle valli e nelle periferie operaie delle città, a Sesto San Giovanni (Stalingrado d’Italia) hanno triplicato i consensi. Gli analisti dei flussi eletorali sono concordi: il Carroccio ha conquistato anche voti fuoriusciti dalla Sinistra Arcobaleno. Ha vinto là dove gli interessi dell’impresa e dell’operaio coincidono, ovvero nelle realtà produttive medio-piccole. Mino Martinazzoli, ultimo segretario della dc, sostiene che “quelli della Lega sono rimasti gli unici a far politica nei bar”. E così Umberto Bossi da Gemonio può finalmente riporre i fucili nell’armadio: la campagna elettorale è vinta, ora tocca comandare, trattare ministri e poltrone e tornare nella stanze dei bottoni. E fa niente se sono a Roma e non a Bergamo.   

Penisola destrorsa. A sinistra l’unico soddisfatto del voto è Di Pietro. Il particolare non trascurabile è che lui è di destra. L’eroe di Mani pulite è un politico law & order, lui stesso ha ripetuto più volte che se non ci fosse Berlusconi starebbe dall’altra parte della barricata. Eccolo l’effetto Beppe Grillo: il voto di protesta si è incanalato su Lega e Italia dei valori. Bossi e Di Pietro sono i leader in cui l’anti-politica si è specchiata con meno disgusto e dunque li ha votati. E così ora Tonino medita di candidarsi alla presidenza della regione Lombardia visto che Formigoni è in partenza per Roma (destinazione presidenza del Senato o un ministero di peso). Regge anche l’Udc: Casini ha tenuto grazie ad alcuni voti in uscita dal Pd e agli orfani dell’Udeur di Mastella. La Destra di Storace-Santanchè invece ha deluso, ha prevalso l’appello al voto utile: non ci sono più i fascisti di una volta.

Gli arrotini del loft. Anche per il Pd il voto è stata una batosta. Walter ha già bell’e pronto il capro espiatorio, ossia Romano Prodi: “E’ pesato il giudizio nei confronti del governo uscente”. Ma dentro il partito il malumore monta inesorabile. Rosy Bindi chiede una “gestione più collegiale”, il dalemiano Latorre invoca un congresso entro il 2009. La pacchia è finita, il messaggio è chiaro: caro Walter la tua leadership non si discute (per ora), ma non sei un uomo solo al comando. Qualcun’altro critica la scelta d’inzeppare volti nuovi in lista, spazzando vecchi alleati e storici parlamentari. Veltroni per ora tira dritto e annuncia di voler dar vita a “un governo-ombra”. Ma il problema è che il Pd “a vocazione maggioritaria” ha perso la sua sfida: da solo non ce la fa.

La resa dei conti. Naturalmente il clima cambierà: per ora nessun “processo a Walter”, anche perché non si capisce chi potrebbe vestire i panni dell’accusatore. Marini ha perso l’Abruzzo, D’Alema ha deragliato in Puglia, nell’Emilia di Bersani e Franceschini ha Lega ha sfiorato l’8%, Rutelli ha i suoi guai a Roma. Nessuno, insomma, può mettersi a dare lezioni. Ma è solo questione di tempo. Per fare fuori Veltroni ci sono cinque anni di tempo. Bersani assesta la prima frecciata alla politica pop di Walter chiedendo un partito “più strutturato e radicato sul territorio”. Letta e Follini insistono per aprire un dialogo con Casini, perchè “l’evoluzione naturale porta ad un’alleanza tra Pd e Udc”. Le tre anime del Pd – quella che fa capo a D’Alema e Bersani, quella popolare di Marini e quella ulivista di Rosy Bindi e Parisi – guardano già al dopo-Veltroni.

La ghigliottina. Che la Sinistra Arcobaleno sarebbe andata male lo dicevano anche i sondaggi. Ma nussuno si era azzardato a prevedere la morte politica di tutto ciò che stava e sta a sinistra del Pd. Tre giorni orsono Bertinotti and Friends avevano 138 parlamentari e quattro milioni di voti: dopo lo “tsunami” delle urne si ritrovano con in mano un pugno di mosche. Tra i Verdi Pecoraro darà presto le dimissioni. Dentro Rifondazione volano gli stracci: l’ex ministro Ferrero vuole fare la festa a Giordano e prendersi la leadership del partito. Questo fine settimana ci sarà il comitato politico di Rifondazione e a luglio si terrà il congresso: lo scontro sarà durissimo. Intanto si è bruciato anche Vendola, geniale talento della sinistra nostrana e pupillo di Fausto: in Puglia, dove Nichi è governatore, Rifondazione ha totalizzato il 2,5 per cento. Il cattivo di turno è il ministro Giulio Santagata, braccio destro di Prodi: “Ora Bertinotti potrà consolarsi con un brodino caldo…”.


Caro amico ti scrivo…

9 aprile 2008

Per lo meno a Veltroni va riconosciuta la dote dell’imprevedibilità. A una una manciata di giorni dal voto i colleghi di partito gli chiedono lo scatto di reni per agguantare Berlusconi o, più realisticamente, lo sprint finale che renda la sconfitta meno cocente. In tanti al loft, da D’Alema a Bersani, pensano che il Pd debba usare gli ultimi scorci di campagna elettorale per sferrare qualche attacco all’avversario. E Walter che fa? Prende carta e penna. E scrive al Caimano.

“Garantisca fedeltà alla Repubblica”, è l’appello di Veltroni a Berlusconi. Le patriottiche richieste sono generiche: “Tutelare l’unità dello Stato italiano, rifiutare ogni forma di violenza, garantire fedeltà alla Costituzione repubblicana, alla bandiera tricolore e all’inno di Mameli”. L’obiettivo di Veltroni è chiaro: stanare i leghisti e le loro impresentabili sortite, dal winchester di Bossi in giù. E allora ecco la richiesta perché Berlusconi sia “garante” della sua coalizione e per capire “quale che sia il ruolo di ciascuno” nel centrodestra.

La mossa di Veltroni sorprende Silvio. I guru del Pdl si prendono qualche ora per valutare il da farsi. Poi in serata le agenzie stampa battono la risposta di Berlusconi. “E’ un altro effetto speciale che non possiamo accettare da lui perché non ha alcun titolo”. Il Cavaliere la mette giù dura: “Non può dare patenti di lealtà repubblicana l’erede del partito comunista. Veltroni non è la Consulta, dove per entrare tra l’altro serve la laurea”. E visto che l’aria ormai è tesa Berlusconi lancia la sua personale ricetta per la Giustizia, “l’esame di sanità mentale per i pm”. Dell’Utri fiuta il clima da parole in libertà e dice la sua: “Mangano? Un santo. Se vince il Pdl i libri di storia, condizionati dalla retorica della Resistenza, saranno revisionati”.

Il Pd pare uscire dal martedì di passione della politica nostrana con le ossa rotte. O forse Veltroni si ritrova in tasca un inaspettato regalo. Voleva fare uscire allo scoperto i leghisti e invece ha stanato Berlusconi. Lo statista di Arcore – dopo una campagna elettorale all’insegna della moderazione e dei toni soft – torna ad essere l’alieno della politica italiana. Berlusconi butta alle ortiche tre mesi di campagna elettorale in cui ha provato ad apparire un leader responsabile, pacato e padre della patria. Ora ecco rispuntare il vero Cavaliere: quello che rifiuta il dialogo, che demonizza gli avversari (di nuovo “comunisti”), che dice no ad un innocuo appello alla responsabilità.

In un attimo siamo ripiombati nel passato, niente più promesse di riforme istituzionali fatte insieme, dei comunisti non ci si può fidare. Dopo un mese di campagna elettorale tutto sommato educata, civile, addirittura noiosa Berlusconi mostra i muscoli e rispolvera l’insulto, lo scontro ideologico e la rissa. Il Paese normale non c’è, resta un sogno. Non c’è perché il Cavaliere, che pure era sembrato diverso da se stesso, che pure aveva aperto il dialogo con i suoi avversari, che pure aveva promesso una nuova stagione politica fatta di possibili larghe intese, non resiste al richiamo della foresta. Il problema è che questo è proprio il Cavaliere che gli elettori hanno sempre votato: agli italiani l’alieno piacie.

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Per i fanatici dei carteggi ecco il testo della lettera:

Caro Berlusconi,
mi rivolgo a lei perché penso si debba condividere, da italiani prima ancora che da candidati alla guida del Paese, una sincera preoccupazione, resa tale da recenti atti e dichiarazioni politiche. E perché credo sia giusto e doveroso assumere, di fronte al popolo italiano, a tutti i cittadini, un impegno di chiarezza su alcune grandi questioni di principio, questioni che chiamerei di lealtà repubblicana.

Non penso ovviamente agli aspetti legati ai nostri programmi di governo. Questi sono, e devono essere, distinti e alternativi, lasciati al libero confronto politico, come avviene nelle grandi democrazie. Saranno gli italiani a giudicare la bontà delle nostre proposte, la loro concretezza, la loro attuabilità. E chi guadagnerà un solo voto in più, è la mia convinzione che voglio ribadire ancora una volta, avrà il compito e l’onore di governare l’Italia, sulla base proprio del suo programma.

L’impegno che le chiedo e che io sono in grado di assumere con assoluta determinazione riguarda altro, riguarda di più, perché ha a che fare con la vita, l’identità e le istituzioni del Paese; con le basi stesse della nostra convivenza civile, con i valori che la presiedono e che in sessant’anni di storia repubblicana hanno permesso all’Italia di diventare la grande nazione che è, uno dei pilastri della nuova Europa.

Le chiedo allora se è disposto a garantire formalmente e in modo vincolante che lo schieramento da lei guidato, quale che sia il suo futuro ruolo, di opposizione o di maggioranza, non verrà mai meno in alcun modo e rispetterà sempre con convinzione questi quattro fondamentali principi: la difesa dell’unità nazionale, che è il bene più prezioso che abbiamo, il legame che ci fa sentire italiani e orgogliosi di esserlo; il rifiuto di ogni forma di violenza, attuata o anche solo predicata, e per questo portatrice di divisione e di odio; la fedeltà ai principi contenuti nella prima parte della nostra Costituzione, fedeltà che non solo non contraddice, ma dovrà guidare, ogni impegno di adeguamento della seconda parte della Carta; il riconoscimento e il rispetto della nostra storia, della nostra identità nazionale e dei suoi simboli, a cominciare dal tricolore e dall’inno di Mameli.

Gli italiani, su tutto questo, hanno il diritto di avere risposte e certezze. E chi, alla guida del governo o dell’opposizione, si appresta ad assumere le più grandi responsabilità, ha il dovere di assicurare tutto il suo impegno per garantirle, sapendo che prima di ogni altra cosa, al di sopra di ogni interesse di parte, c’è il bene comune, ci sono gli interessi nazionali.

Cordiali saluti,
Walter Veltroni


Fascistissimo Ciarrapico

9 marzo 2008

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Camerata Ciarra, presente. Il fascistissimo Giuseppe Ciarrapico, (ex) andreottiano, già re delle acque minerali e presidente della Roma Calcio, condannato per bancarotta fraudolenta, sale sul treno che lo porterà dritto dritto in Parlamento tra i banchi del Popolo della libertà.

La folgorante idea è stata di Previti. Candidare l’acquarolo ciociaro nel Lazio per strappare qualche migliaio di voti a Storace. Berlusconi non se lo è fatto ripetere due volte. E così Beppe Ciarrapico, creatura andreottiana dal cuore repubblichino, torna in politica a tre anni dalla sua uscita di scena. Correva l’anno 2005, il Ciarra se ne andò dal congressso di An sbattendo la porta: “Sono troppo fascista per assistere a questi bla bla bla”.

Lui, “devoto a Giulio e alla Fiamma”, è nemico giurato di Fini. Non ha mai perdonato a Gianfranco l’essersi scrollato di dosso la polvere nera, i duri e puri del “Mussolini sempre nel cuore”. L’italiano non lo ha mai imparato: “An è diventata ‘na monnezza. Alle prossime elezioni i nostri, che sono rimasti fascisti nell’anima, non voteranno più Fini, mejo Berlusconi”, commentava qualche anno fa. Con Silvio sono amici da tempo. Da quando il Ciarra mediò tra il Cav. e l’ingegnere De Benedetti nella guerra di Segrate (lodo Mondadori).

Ci sono state anche le grane con la giustizia nell’avventurosa vita di Ciarrapico. Lui quasi se ne vanta: “A Regina Coeli ci sono tre scalini chi non ha salito quelli nun è romano…”.  Impresentabile ma simpatico, il Ciarra. Ormai sono lontani i tempi in cui la sua tipografia stampava tutti le locandine dell’Msi. Solo qualche mese fa An lo accusava invece di aver tappezzato Roma di manifesti che ritraevano Fini intento a fare il saluto romano. Lui aveva detto che quella volta non c’entrava nulla: “Non faccio pubblicità ad un rinnegato-islamico-sionista”. Adesso sono in lista insieme.


Schiavitù e promesse

7 marzo 2008

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Ha la faccia da bravo ragazzo Gianfranco Fini. Pare una persona seria, un politico Law & Order. Agli italiani piace. Da anni negli indici di gradimento straccia Berlusconi. La storia patria lo ricorderà per aver portato la destra italica al governo. Dall’Msi al Ppe. Roba da brividi, da funamboli della politica. Lui li ha salvati tutti: i nostalgici del ventennio, i fanatici del saluto romano, i cuori neri della prima repubblica.

Cresciuti sotto il genio tutelare di Gianfranco, gli impresentabili hanno guadagnato il loro posto al sole. Gasparri, Matteoli, La Russa, Ronchi, Tremaglia: ai mediocri Fini ha regalato poltrone, ministeri e potere al di là dei loro meriti. Dentro An il dissenso ha sempre avuto due nomi: Storace e Alemanno. Migliaia di voti a Roma e frotte di politici locali iscritti alla loro corrente, la destra sociale. La base di An è sempre stata con loro. Adesso il primo se ne è andato, il secondo è stato spedito come kamikaze contro Rutelli nella corsa per il Campidoglio.

Una vita da mediano. Fini è stato despota dentro An ma eterno secondo nel mondo là fuori. Quattordici anni all’ombra di quel Silvio che millanta di aver fatto uscire i post-fascisti dalle fogne e di poterli “ricacciare giù da un momento all’altro”. L’ultima sottomissione di Fini è stata la più lacerante: sciogliere An e aderire al Pdl. A Berlusconi ha portato in dote una marea di voti e la struttura di un partito radicato sul territorio: le sedi locali, i piccoli dirigenti di provincia, il sottobosco politico che si fa il culo affinché un partito sia qualcosa di più di un brand da vendere all’elettore. Silvio gode: era quello che mancava a Forza Italia.

“Ma ne valeva la pena?”, chiedeva a Fini Nanni Moretti. “Valeva la pena lottare tutta la vita per diventare nemmeno l’unico, ma uno dei tanti signorsì di Berlusconi?”. La risposta è sì. Ne valeva la pena. La strada che partiva da Fiuggi portava dritta dritta ad Arcore. Fini lo sapeva fin dall’inizio però ai suoi non poteva dirlo. Ma oggi la successione non è più solo un sogno. Dopo anni si schiavitù, il delfino di Almirante ha ricevuto da Berlusconi una promessa. O meglio, la promessa. A metà legislatura Fini diventerà premier. Berlusconi farà un passo indietro per candidarsi alla presidenza della Repubblica. La metamorfosi è già in atto in questa campagna elettorale.

Da venditore di sogni, Silvio è diventato il politico che assicura cinque anni di sano buongoverno, ma “niente miracoli”. Il Cav. si fa forza di ciò che aveva sempre ripudiato: l’esperienza politica, maturata negli anni di governo. Insomma, il Caimano non c’è più: nel salotto di Porta a Porta osserviamo solo un simpatico omino di 70 anni che si atteggia da pacato padre della patria. Berlusconi per anni ha pensato ad un possibile successore, ma dentro Forza Italia le risorse umane sono mediocri. Formigoni, Pisanu, Termonti non sono stati giudicati all’altezza. La Brambilla è nata morta. E allora resta solo lui, Fini. Silvio ha promesso, Gianfranco si è fidato. Ha sciolto il terzo partito italiano e si è prostrato al volere del capo. Ma due anni sono lunghi. E il Cavaliere ultimamente si dimentica spesso della parola data. Chiedete a Mastella.



Pronti… partenza… via

28 febbraio 2008

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La faccenda si potrebbe anche spiegare così: da una parte è finito l’idillio veltroniano, dall’altra Silvio ha iniziata a fare campagna elettorale. Walter è alle prese con le scintille tra laici e cattolici. Berlusconi, trovata la quadra sulla spartizione delle poltrone, può apprestarsi a fare quello che gli riesce meglio: menare schiaffi agli avversari. 

Il Pd, dopo la settimana di esaltazione per l’avvio della camagna elettorale, è alle prese con la guerra tra teodem-popolari e laici. I cattolici, nelle vesti di “parte offesa”, rivendicano poltrone. Nel mirino c’è l’accordo con i radicali. E’ la babele dei distinguo; il ritorno dei personalismi; il trionfo della “corrente” in perfetto stile democristiano. Vagli a spiegare che a Franceschini &co andranno solo nove parlamentari su 270. Veltroni si è dovuto precipitare al convegno dei cattolici per annunciare le candidature di due Papa-boys: il filosofo Mario Ceruti e Andrea Sarubbi, il belloccio di Radio vaticana.

Tutti gli amici del Cav. Dopo 24 ore di trattative Forza Italia e An hanno trovato la quadra: agli ex-missini andrà un posto su quattro. Il resto, come ha spiegato Fini ai suoi, “è un problema di Silvio”. Il fatto è che a bussare alla porta di Berlusconi sono in tanti. I democristiani di Rotondi, la Mussolini, La Malfa, Dini, i Riformatori liberali (?), i fuggitivi dell’Udc (Giovnardi), Dini, Mastella e De Gregorio. Silvio ha elargito promesse e firmato cambiali. Adesso le truppe cammellate presentano il conto. Ma il Cavaliere fa il tirchio e qualcuno rimarrà deluso. La Brambilla aveva chiesto 30 parlamentari: Silvio gliene ha dati tre.

I soliti impresentabili. Berlusconi e Fini pensano a Ciarrapico, l’imprenditore “nero” grande amico di Andreotti e della destra nostalgica. L’obiettivo è candidarlo nel Lazio per erodere consensi alla destra storaciana. Un altro nome che circola è quello di Flavio Briatore che potrebbe cedere alle lusinghe dell’amica Daniela Santanchè. Berlusconi intanto ha deciso di fare campagna elettorale. I primi fendenti sono per Tonino: “Di Pietro mi fa orrore, è il campione delle manette”. Veltroni invece prepara un altro colpo sul fronte candidature: Gianni De Gennaro. Dopo De Sena e Serra sarebbe il terzo prefetto del Pd: i numeri per creare una nuova corrente “law & order” ci sono.

Di lotta e (non più) di governo. A ravvivare la campagna elettorale ci pensa la Cosa Rossa. Fausto ha presentato il suo programma duro e puro: “Basta con le missioni Nato, reintroduzione della scala mobile e salario sociale di mille euro netti”. Intanto tra Udc e Rosa bianca la trattativa langue: non c’è intesa né sulle poltrone, né sui nomi da candidare. Ma visto che si tratta di vita o morte, l’accordo si troverà.


Bandiera rossa 2.0. (seconda puntata)

25 febbraio 2008

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Qualche giorno fa avevamo scovato una gustosa gaffe sul sito http://www.votaberlusconi.it: la canzone “Avanti popolo” veniva proposta come l’inno ufficiale del Popolo della Libertà. Antonio Palmieri, responsabile comunicazione elettorale e internet Forza Italia aveva scritto a Pornopolitica per dirci che non era un errore ma si trattava di sana autoironia.

Ecco la missiva di Palmieri, datata 20 febbraio:

Mi dispiace che voi prendiate l’ironia e l’autoironia per una gaffe. Ci hanno segnalato questo video, l’abbiamo inserito – la parola inno è tra virgolette – perchè abbiamo apprezzato l’ironia nei nostri confronti e, come abbiamo sempre fatto, non ci siamo sottratti ad essa. Ritengo e riteniamo che anche in campagna elettorale ci debba sempre essere spazio per un sorriso. O no?
Antonio Palmieri, responsabile comunicazione internet Forza Italia.

Caro Antonio, ci avevamo (quasi) creduto. La storia dell’autironia e del sorriso non era neanche male. E poi è da sempre un cavallo di battaglia di Silvio. Ora, però, una domanda sorge spontanea: perchè avete tolto il video “incriminato” dal sito? Su www.votaberlusconi.it non c’è più traccia del filmato! Sparito. Nulla di nulla. Strana coincidenza, anche perchè tutti gli altri video caricati da YouTube sono ancora lì, nell’apposita sezione “pescati dalla rete”. Che dire? Vota-antonio, vota-antonio, vota-antonio. Palmieri, s’intende.

P.S.: il filmato è questo: