Falce e macello

28 luglio 2008

Urla e fischi. Insulti e risate. Riunioni fino all’alba e ricatti. Le lacrime di Bertinotti e la commozione dei delegati. Il congresso di Rifondazione è stato una tragedia greca. Riuniti e smarriti alle terme di Chianciano i compagni del Prc provano a voltar pagina. L’ex comandante Fausto ne esce schiacciato sotto il peso di una sconfitta elettorale sensazionale. Con lui Franco Giordano, il segretario traghettatore e Nichi Vendola, il pupillo designato per la successione. La quattro giorni di passione si chiude con i vincitori che intonano Bandiera rossa a pugno chiuso. C’è da piangere, che si pianga pure.

L’esito del congresso è presto detto. Si è andati alla conta e i bertinottiani di Vendola hanno perso. Il cattolico, comunista e omosessuale Nichi non entra nel direttivo e si tiene le mani libere. Ha vinto Paolo Ferrero – valdese mite, ex operaio Fiat cresciuto a pane e politica in Democrazia proletaria – che si è garantito l’appoggio delle altre mozioni congressuali. In Val Germanasca, dove è nato e cresciuto, la gente è di poche parole. “Io me lo ricordo: era un bambino vivace, un ragazzo serio”, mi rispose qualche mese fa un anziano a cui chiedevo dell’allora ministro. Al vecchio seduto al tavolino del bar brillavano gli occhi: “Paolo ha sempre avuto la schiena diritta. Quando faceva l’operaio studiava di notte”.

Ferrero è stato anche segretario della Federazione giovanile evangelica italiana: “Fa parte della mia antropologia culturale. Mi ha segnato in maniera significativa nell’idea della responsabilità, della democrazia, della giustizia sociale. Poi, certo, ho incontrato il marxismo”. Il marxismo, la fabbrica, i 35 giorni ai cancelli di Mirafiori e la marcia dei 40mila quadri. Ferrero c’era, lì conobbe Bertinotti. Poi venne il sindacato, il partito, il Parlamento e il governo Prodi. Oggi Ferrero conquista la leadership di Rifondazione con un documento politico che accenna a “convergenze con forze comuniste, anticapitaliste e di sinistra”. Nessuna alleanza con il Pd, nessun superamento del Prc e addio alla proposta della Costituente di sinistra. Insomma, l’unica apertura possibile è quella a Diliberto e compagni.

Vendola suda e impreca. Denuncia atteggiamenti di “plebeismo culturale” e invita “i compagni del nord ad andare nel sud per vedere come si combatte la mafia sul territorio, facendo nomi e cognomi dei mafiosi”. Il governatre della Puglia è stato fregato da un congresso nel più classico stile democristiano, con gli emissari delle mozioni impegnati a contattare i delegati uno ad uno. Nichi lo sa e quando sale sul palco per annunciare la propria sconfitta carica a testa bassa: “La nuova maggioranza esiste solo per alchimie che non hanno respiro né prospettiva, è un guazzabuglio di culture minoritarie”. Lamenta le “volgarità” e il “dileggio oltre il limite della decenza”. Poi si ammorbidisce e annuncia la nascita di una corrente di minoranza all’interno del partito, l’incubo della scissione (che, va detto, sarebbe stata una scissione dell’atomo) è scongiurato. “Io sono sconfitto e sono sereno, perchè da comunista ho imparato prevalentemente a essere sconfitto”.

L’impressione è che Rifondazione questa volta abbia scelto di morire per davvero. E’ passata la linea identitaria, di autarchia politica. Il nemico numero uno non è più il governo ma il Pd. Da oggi la battaglia si farà sull’egemonia a sinistra: nessuna vocazione maggioritaria, daltronde fare l’opposizione – come direbbe qualcun’altro – ci riesce benissimo. E fa niente se il malcontento va a destra, se le tute blu con la tessera Fiom votano Lega. Con Ferrero ha vinto l’ala massimalista, quella del partito di lotta e di piazza, senza se e senza ma. Probabilmente l’ennesima scissione a sinistra è solo rimadata. Per ora Vendola non si sfila. Il presidente di una regione che fa l’opposizione interna di un movimento extraparlamentare. Geniale e fottuto. Roba da brividi, roba da poeti. Se Nichi si stufasse c’è sempre il Pd alla ricerca di un leader. Lui va pure d’accordo con D’Alema.


L’immaginifico

11 maggio 2008

“Serve un radicale ricambio dei gruppi dirigenti”. “Rifondazione o è il cantiere dell’innovazione o non è”. “La costituente comunista invocata da Diliberto? Una scelta da museo, di chi crede che la sconfitta sia irrimediabile”. Spalancare porte e finestre, aprire ai movomenti: la ricetta di Nichi Vendola è essenziale e disperata. Ma è anche l’unica per restare vivi. Qualche settimana per riflettere, ieri la svolta: il poeta comunista scende nell’arena e si candida alla leadership di Rifondazione.

Dopo la batosta elettorale parte l’operazione ricambio ai vertici di (quasi) tutta la Sinistra Arcobaleno. I Verdi post-Pecoraro Scanio saranno guidati da Gianfranco Amendola o Marco Boato, ma quanto a strategie future è buio fitto. In Sinistra democratica la partita è già chiusa: l’eurodeputato Claudio Fava (intervistato da Pornopolitica prima del voto) è stato eletto coordinatore al posto del dimissionario Fabio Mussi. La prima mossa è stata invocare “una costituente della sinistra”. Gli unici a non cambiare leader sono i duri e puri del Pdci. Il timone resta nelle mani di Diliberto che insiste sull’unità di tutti comunisti, ripartendo da falce e martello.

Al congresso del Prc (24-27 luglio) si andrà alla conta: le mozioni saranno cinque, il rischio di una scissione è dietro l’angolo. Bertinotti e Giordano stanno con Vendola. I ribelli, capitanati da Ferrero e Russo Spena, sono convinti di farcela. Intanto lo scontro si sposta sulle modalità di voto nei circoli del Prc. Ferrero chiede che si votino subito i documenti congressuali, appena concluso il dibattito. Giordano ritiene che si debba votare qualche ora dopo, per consentire a tutti gli iscritti di esprimersi. Nel primo caso sarebbe avvantaggiato Ferrero che conta sul consenso dei militanti che fanno vita di sezione; ma se l’orizzonte dei votanti si allargasse Vendola avrebbe la vittoria in tasca.

Il presidente della Puglia affila i coltelli contro la fronda interna: “Vedere che in tanti hanno voltato le spalle a Bertinotti mi mette davvero tristezza”. Poi la strizzata d’occhio a D’Alema: “In campagna elettorale il Pd ha fatto una sciagurata scelta neocentrista. Ora nelle file democratiche c’è chi tenta di reagire. Noi siamo pronti ad un confronto”. Mastica politica Vendola. L’investitura ufficiale da parte di Bertinotti arriverà a giorni. Sostiene Nichi che “l’opposizione deve interrogarsi sulla nuove forme politiche, senza imprigionarsi nei talk show della televisione”. E la mente corre all’immagine dell’ex subcomandante Fausto seduto sulla bianca poltrona di “Porta a Porta”…


Compagni che sbagliano

19 aprile 2008

Il parricidio politico di Bertinotti e la rimozione della squadra del segretario Giordano: è questo l’obiettivo di Paolo Ferrero. L’ex ministro, alleato con Russo Spena e le minoranze di “Essere comunista” e dell'”Ernesto”, sogna di prendersi la leadership di Rifondazione. I “ribelli” la mettono giù dura: “Fausto vuole sciogliere il Prc senza consultarci”, la sua è “un’opzione devastante” che “spacca il partito”, “ora la vecchia guardia deve farsi da parte”.

A sinistra sono i giorni dello psicodramma collettivo, la resa dei conti si avvicina. Ramon Mantovani non è stato tenero con la leadership del partito: “Neppure in una bocciofila ci si comporta così…”. Una vita sulle barricate quella di Ramon. Nel ’77 partecipa alla contestazione studentesca, nel 1984 aderisce al Pci. Sette anni dopo è tra i fondatori di Rifondazione Comunista. Eletto deputato nel 1992, torna alla Camera nel 1996. Il 12 dicembre 1998 è sull’aereo che trasporta in Italia dalla Russia il leader del PKK Abdullah Ocalan. Da sempre il “ministro degli Esteri” di Rifondazione è un tenace oppositore di Fausto. Oggi Ramon Mantovani, con Ferrero e Russo Spena, guida l’assalto alla diligenza bertinottiana. Noi lo abbiamo intervistato.

Cominciamo dal voto. C’è chi ha parlato di “catastrofe nucleare” e chi di “disastro totale”. Che cosa preferisce?
Sono d’accordo, è stata una castastrofe. Ma lasciamo stare il nucleare.

Come si spiega una simile debacle?
Si sono persi voti in tutte le direzioni, dall’astensione al voto utile. Abbiamo pagato l’errore politico di non aver rotto con il governo sul welfare. Questo ci avrebbe fatto pagare un prezzo elettorale ma almeno una parte del nostro elettorato avrebbe capito. Almeno avremmo conservato il consenso di chi era deluso dall’azione di governo. Invece abbiamo scontentato tutti. E poi correre con un simbolo sconosciuto è stata una fesseria.

Ma voi avete contribuito alla caduta del governo.
No, questo non è vero.

E il “Prodi poeta morente” di Bertinotti?
Io mi attengo ai fatti: il governo aveva un programma, noi abbiamo litigato perché fosse applicato. Se questo è rendere instabile l’esecutivo allora io non so che cosa sia la democrazia. Sono stati Prodi e Padoa-Schioppa a tradire gli elettori.

Oggi c’è il comitato politico di Rifondazione. Comincia il processo a Bertinotti e Giordano?
Noi non facciamo processi, sarà una discussione politica. Ma chi ha portato Rifondazione al disastro dovrà lasciare. La gestione leaderistica di Bertinotti è stata uno dei nostri principali limiti. Ora è giunto il momento di azzerare gli organismi e intraprendere una gestione unitaria.

Poi a luglio ci sarà il congresso. E lì si andrà la conta…
A decidere saranno i nostri 100mila iscritti. E lo faranno su proposte politiche.

Dunque Giordano e Bertinotti possono ancora salvarsi
No. Su questo punto io sono categorico: l’attuale segreteria va destituita. Le va impedito di portare il partito al suicidio.

Non salva neppure Vendola?
Assolutamente no. Nichi è stato uno dei massimi apologeti della evanescente Sinistra Arcobaleno. Lui è stato uno dei principali responsabili di questo disastro.

E se si va alla conta interna?
La nostra linea è maggioranza dentro il partito.

Ne è proprio sicuro?
Assolutamente sì.

Con la vittoria di Berlusconi la democrazia è in pericolo?
In Italia la democrazia è in pericolo da 15 anni.

Prego?
Abbiamo un sistema politico che è un teatrino sempre più distante dal paese reale. La democrazia è in pericolo perché i governi non mantengono gli impegni. La democrazia è in pericolo perché in Parlamento, per la prima volta nella storia della Repubblica, non c’è un solo gruppo laico. Si contendono i voti ma, in realtà, Pd e Pdl sono uguali.

E Bossi? Non invidia nulla al successo della Lega?
La Lega è un partito conservatore e integralista con elementi che rasentano il fanatismo fondamentalista cristiano. Sono contro gli omosessuali, contro le altre culture e fomentano la guerra di civiltà.

Però gli operai li hanno votati.
E’ ovvio. La sinistra non ha dato risposata ai problemi sociali degli strati più deboli della popolazione e la gente, nella sua solitudine, si è affidata a chi gli indicava un nemico. La Lega è presente sul territorio e cavalca gli istinti e le paure che esistono nella nostra società.

Ferrero sarà il nuovo segretario del Prc?
Non voglio fare nomi. Prima lasciateci fare il congresso. Sulla base della linea politica che gli iscritti e i militanti decideranno, si sceglierà l’uomo o la donna che meglio potrà portare avanti quelle linea politica.


E’ un paese per vecchi

13 marzo 2008

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E se il vero problema fosse Fausto? Nella Sinistra Arcobelano – l’animale politico partorito dall’ingegno bertinottiano – sono i giorni del grande terrore. L’incubo è un numero: 8. L’otto per cento. L’asticella del Senato, tutto ad un tratto, pare altissima. E’ la soglia di sbarramento: chi non la supera resta fuori. Una cosetta da panico.

Peccato, perchè Bertinotti ci credeva per davvero. Il ragionamento filava: “Con la nascita del Pd gli ex diessini si spostano inevitabilmente al centro. A sinistra si apre un buco, il progetto Arcobaleno raccoglie i voti degli ex-comunisti, della Cgil, degli ambientalisti e di tutti i disillusi delle politiche liberiste”. Fino a un mese fa arrivare ad un risultato elettorale in doppia cifra sembrava una passeggiata. Ma i sondaggi di questi giorni (per chi ci crede) sono impietosi: tra il 6 e l’8%. Una tragedia.

Quello che manca è il valore aggiunto. Gli altri hanno il new deal veltroniano e il carisma di Silvio. Può anche non piacere ma è così. Le parole di Bertinotti hanno profumo di antico: “La borghesia, i padroni, la lotta di classe e la scala mobile”. E poi Fausto è ormai più a suo agio nel salotto di Vespa che davanti ai cancelli di una fabbrica. E’ la solita formula “di lotta e di governo”. Una formula che non ha mai funzionato. Lui intanto bivacca furbescamente in tv. Lo vediamo alle “Invasioni barbariche”, al Tg1-Tg5-Tg2, a “Otto e mezzo”, a “Primo Piano”, a RaiTg24, a “Matrix”, a “Uno mattina”, a “Porta a porta”, da Gad Lerner, allo “Speciale Tg1”. Forse è troppo.

O forse il problema sono gli altri. Da Migliore a Gennaro, da Diliberto a Caruso a Luxuria. Difficile conquistare l’elettore con una lista di impresentabili. Certo, alla Camera non c’è problema e in Senato la soglia di sbarramento è su base regionale. In qualche modo una rappresentanza della sinistra radicale ci sarà. Ma il problema è proprio qui: sarà una sparuta rappresentanza. Bertinotti ci prova, l’attacco a Veltroni è quotidiano. L’ultimo tentativo rincorre la vittoria di Zapatero in Spagna, con Fausto che giura di essere lui il vero caudillo italico, il più zapateriano tra i politici nostrani. E vagli a spiegare che i socialisti spagnoli governano senza sinistra radicale.

La storiella del voto utile comincia a pesare come un macigno. O Walter o Silvio, il bipolarismo non ammennte terzi incomodi. Il comunista Marco Rizzo la chiama “falsa competizione tra due frazioni della borghesia”. Il rischio, non sarebbe la scomparsa immediata, ma la marginalità e poi la progressiva irrilevanza. Esattamente come è avvenuto in Spagna e Francia. Il malumore tra le truppe comincia a farsi sentire. Dopo il voto potrebbe esplodere la rivolta. D’altro canto la Sinistra arcobaleno – per ora – è un cartello elettorale. Per farla diventare un partito servirebbero un leader nuovo e un ricambio generazionale. Nichi Vendola è pronto. Diliberto e compagni non ancora.



Il liberismo ha i giorni contati

9 febbraio 2008

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«Hai mai provato l’orrore?»
Fausto sì. Il perito elettronico Bertinotti Fausto, con l’orrore ci convive da anni. Nel 1991, ingraiano convinto, molla il partito alla vigilia di una svolta drammatica. Nel 1999 disarciona il governo e subisce la scissione dei cossuttiani. Nel 2003 promuove il referendum sulla fecondazione assistita che naufraga in una giornata di sole, mare, spiagge. Poi, dall’orrore, impara a trarre vantaggi. Si posiziona sulla scia dei movimenti, assorbe con facilità le idee felici della sinistra massimalista, ascolta con la palpebra calante i discorsi appassionati di Toni Negri, candida Ciccio Caruso e Vladimir Luxuria, irraggiungibili esponenti della “categoria impresentabili”, crea un asse felice con la melandri nera Giorgia Meloni. Ma paga, più di tutti, un errore figlio della vanità. Diventare la terza carica dello Stato smussa l’ironia bertinottiana, la chiccheria bertinottiana, il carisma bertinottiano. E Rifondazione scompare dietro Migliore, Giordano, Ferrero. Volti poco noti, telegenici per nulla. Oggi Fausto ha una chance. Guidare la sinistra, la “sua” sinistra, e ricompattarla prima dell’addio.

Daje de tacco
L’assist glielo fornisce Veltroni. Correre da soli equivale a perdere, ma è vitale per ricostruirsi un’immagine. Così, il distacco fra Prc e Pd si consuma senza sangue. Fausto ha capito: senza le pressioni moderate, può ingrassare le file dei suoi elettori. Puntare a quel dieci per cento che rimane un’utopia, sì, ma di utopie è costellata la vita politica di Bertinotti. Così, mentre il Pd inizia la campagna elettorale nel convento di Spello, la Cosa Rossa (La Sinistra e l’Arcobaleno) riparte da un’università: quella di Perugia. Mentre W. abbraccia Montezemolo, il Prc manifesta per le vittime sul lavoro. E, se Franceschini parla di dialogo inevitabile, il leader rosso spazza via i dubbi: «Noi faremo opposizione creativa». Le premesse ci sono tutte: lasciarsi in una corsa esattamente speculare a quella del Pd.

Fattore G.
Ma Fausto non ha ancora fatto i conti col grillismo. E, mentre sx, il sito-network della sinistra unita naufragava, la rete di Beppe cresceva. E, a differenza dei “movimenti seattliani” si poneva in una condizione più sfuggente, laterale, anarcoide (non anarchica!)…La sfida di Bertinotti, oggi, è questa: ridipingersi come un’alternativa, una voce contro, un megafono per urla lancinanti. Approfittando dello sconcerto di quelli che- diceva il Signor G., ma quello vero- «la politica è schifosa e fa male alla pelle».
Il vicario


Crozza e Sor Tentenna

4 febbraio 2008

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La farsa è finita. Ed è durata pure poco. Oggi Marini incontrerà Veltroni, Berlusconi e Fini. Domani si presenterà da Napolitano a mani vuote. Mercoledì o giovedì il capo dello Stato scioglierà le Camere. Poi ci toccheranno due mesi di campagna elettorale e il 6 o il 13 aprile si tornerà a votare.

Il presidente del Senato continua a dirsi ottimista. Bertinotti ha già chiarito che se Marini fallisse un altro incarico sarebbe “improprio”. A quel punto resterebbero solo le elezioni. E, di fatto, tutti i protagonisti della scena politica sono già proiettati in campagna elettorale. Fini ammette che le “elezioni non saranno una passeggiata” anche se “Veltroni è come Crozza, quello del sì, ma anche“. La simpatica replica è affidata al fedelissimo Goffredo Bettini: “Allora Fini è sor tentenna, si butta di qua e di là a seconda della convenienza”.

Guarda al futuro anche Bertinotti che si è detto disponibile a rappresentare la Sinistra-Arcobaleno alle elezioni: ma solo se tutti glielo chiederanno. Diliberto lo ha già fatto. Pecoraro Scanio e Mussi ancora no. Significa che il sub-comandante Fausto sarà il candidato premier della sinistra alternativa al Partito democratico. Poi Bertinotti nella stessa intervista chiarisce che “l’Italia abbia bisogno di un ricambio generazionale”.

E Walter? Veltroni si prepara alla mazzata. I suoi uomini promettono che sarà una campagna elettorale pacata, neanche un attaco a Berlusconi. Il leader del Pd non ha niente da perdere. E probabilmente deve ancora dare il meglio di sè. Intanto però prepara le barricate: Rutelli candidato a sindaco di Roma e Anna Finocchiaro a governatore della Sicilia. Perchè perdere le elezioni sì, ma senza rompersi l’osso del collo.