Into the wild

15 febbraio 2008

l.jpg

Napolitano forse sta scherzando: «I toni in campagna elettorale rimangano pacati». Ma, in questa campagna, è come se lo stereo non si fosse neanche acceso. Qualcuno ha provato a girare la manopola. Nulla. Zzzzzzzzzzzzzzzzzzz. Rumore di fondo. Berlusconi è sicuro di vincere, convinto che- al momento di governare- qualcuno dei suoi proverà a mettergli il bastone fra le ruote, e allora resta abbottonato. Walter cerca il basso profilo: «Sono soddisfatto di due cose. La vita politica è cambiata, senza la nostra scelta coraggiosa saremmo di nuovo nelle 4 campagne elettorali con Berlusconi candidato, fatte tutte nello stesso modo con le stesse coalizioni. La seconda novità è una novità di toni. Io non ho mai preso una posizione aggressiva, posso ragionare, discutere, ma non ho mai fatto un attacco personale, mai usato toni che non fossero rispettosi nei confronti dell’avversario. Bisogna avere curiosità dell’altro. L’idea che si vinca a urla è un’idea alla quale non mi piegheròmmai». Pochi obamismi, molto spazio all’economia, storicamente il suo tallone d’Achille.

Generazione mille euro Eccolo, il new deal veltroniano: la svolta sarkozista sul tema della pedofilia, «un problema di dimensioni incalcolabili che merita pene più severe», il tetto minimo per i salari – «serve un compenso minimo per i precari, che non possono avere meno di 1.100 euro», il patto con Di Pietro sull’uso moderato della forca- «i magistrati devono potere intercettare chi vogliono, però le intercettazioni non devono essere pubblicate sui giornali perchè l’utilizzo di queste carte è sbagliato». Casini fiuta il trappolone: «Molti andranno a votare per Berlusconi o Veltroni pensando di trovare e votare due candidati alternativi, ma il giorno dopo il voto vedranno che hanno fatto un accordo».

L’opzione Canada Eppure, anni fa, i rapporti fra i due erano molto più tesi. Il leader del Pd attaccò con forza il Cav. ai tempi della sua scalata-Mondadori: «Rappresenta una prospettiva di paurosa omologazione politica, è un pericolo per la democrazia». Poi la politica ha fatto il suo corso. Oggi, il leader del Pdl è «un interlocutore prezioso». Il patto anti-nani, insomma, ha cancellato i dissidi. Ieri mattina, un opinionista di centrosinistra, molto critico con l’attuale classe dirigente, mi raccontava che «tra qualche anno avremo il Cavaliere presidente della Repubblica e Veltroni a palazzo Chigi. Io emigro in Canada». Qualcuno è pronto a seguirlo.

Numeri Perché la situazione che si delinea è chiara. Il sondaggio di oggi, firmato Crespi- quel Crespi, sopravvissuto a mille burrasche giudiziarie e braccio destro del Cav per anni- è lapidario. Silvio Berlusconi parte con il 43%, Walter Veltroni con il 34,5. Dietro c’è ancora un pò di confusione, ma sicuramente Fausto Bertinotti con il 10% è l’unico che può puntare ad un risultato a due cifre. Seguono tre candidati appaiati tra il 4 e il 4,5%: Daniela Santanchè (4,5%), Bruno Tabacci ed Emma Bonino al 4%. Cifre un po’ troppo basse, quelle che riguardano W. Ma che dimostrano che la sterzata prevista all’interno del loft è ancora lontana.
Il vicario


Adulti (senza essere cresciuti)

10 febbraio 2008

bobo.jpg

«Chiaro che se questa roba qui è un partito, non è che ci possa interessare. Un partito già ce lo abbiamo. Ora vai a capire se è semplicemente una alleanza elettorale. Ecco, questa è una questione sulla quale vogliamo chiarezza». Vuole capirci qualcosa, Ciccio Storace. «Temo che quello che hanno in testa Berlusconi e Veltroni sia solo la prosecuzione della Casta, la prosecuzione di comportamenti irresponsabili di una politica avvezza alle operazioni di potere, pronta ad arraffare tutto», gli spiega Bruno Tabacci. Oliviero Diliberto, invece, ha già deciso: «L’appello di Berlusconi a votare Pdl e Pd la dice lunga sull’oggettiva convergenza che c’è tra il Partito democratico e il Cavaliere. E l’unico vero voto che può impedire domani un governo di largo intese cioè un obbrobrio Berlusconi-Veltroni è votare a sinistra». Eccolo qui, malinconico e felliniano, il circo senza animali. Il circo senza acrobati. Il circo dei nani.

In fondo all’anima La prima tappa della corsa elettorale di Silvio è stata un terremoto: «Bisogna spiegare agli elettori che i voti al di fuori del bipolarismo rappresentato dalle due grandi colonne è pericoloso, sprecato e inutile. Ai cittadini dobbiamo spiegare che non devono sprecare il voto per formazioni che non possono garantire il governo del Paese». Un discorso da prima repubblica, che tira fuori dagli archivi il “voto utile”. Un discorso capace di terrorizzare, quindi, chi della prima repubblica è figlio di letto. Bobo Craxi, per esempio. «Quando sento Giuliano Amato affermare che non c’è bisogno di socialisti, perché il Pd ha già l’anima socialista, gli rispondo che, se pensa a se stesso, lui l’anima l’ha già venduta da tempo». O Mastella, che spiega: «Siamo disponibili al progetto del Ppe, ci intriga, purchè sia un processo che ci veda protagonisti e non un qualcosa che subiamo». Dunque per l’adesione dell’Udeur al listone «ci sono delle difficoltà». E qui Mastella ricorre ai toni un pò minacciosi che è in grado di sfoderare quando qualcuno pensa di metterlo alle corde: «Se uno pensa che esso possa nascere a prescindere da noi, allora noi faremo le Termopili, perchè dobbiamo difendere la nostra dignità». Ma Clemè, a bordo ring, c’è già. Perché Silvio ha alzato la posta, e, sicuro di vincere, punterà sui fedelissimi. Qualche concessione alla Lega, «vogliamo almeno il Pirellone» ha tuonato Calderoni, un biscotto per Casini, una mano tesa a Lamberto Dini.

I nanetti sono furibondi. Hanno boicottato il dialogo sulla legge elettorale, scansato il referendum, ma non hanno fatto i conti col Caw, il Veltrusconi. E adesso corrono impazziti per trovare un posto al sole. Un ministero? Difficile. «Anzichè interrogarsi, Mastella continua a riproporre l’idea aritmetica delle coalizioni, a rilanciarsi come forza di interdizione e a perseguire il potere di condizionamento e di ricatto dell’unità marginale», spiega un colonnello di Alleanza nazionale. Possono Walter e Silvio resistere alla tentazione del «caravanserraglio»? Yes, they can. Anche se il porcellum non è cambiato la politica delle maglie larghe, del caos calmo, nel primo giorno di campagna elettorale sembra finita. Restano due mesi. Sessanta giorni per dimostrare ancora una volta che «un nano è una carogna di sicuro, perchè ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo».
Il vicario


Dove eravamo rimasti?

5 febbraio 2008

silvio01.jpg

Niente da fare. La ricreazione è finita. Marini ha accettato la sconfitta e rinunciato all’incarico. Ora Napolitano scioglierà le Camere. Il 13 aprile è la data più probabile per le elezioni. Prodi resta in carica per sbrigare gli affari correnti. Il Paese ha di fronte una nuova scintillante campagna elettorale.

E il referendum? Sarà per un’altra volta. Le 800mila firme raccolte da Guzzetta e Segni possono aspettare. La consultazione popolare è rinviata, tutto slitta di anno. Stessa sorte toccherà alle primarie che avrebbero dovuto consentire ai cittadini di scegliere i candidati del Partito democratico. Ora non le vuole più nessuno. La versione ufficiale è che “ormai non c’è più tempo”.

Nel Pd intanto si affilano i coltelli. Prodi invoca un “rinnovamento delle liste”, Bettini avverte: “Non useremo il bilancino”. La sanguinosa lotta per un posto al sole sta per cominciare. Veltroni vuole facce nuove perchè l’ardita operazione “soli contro tutti” non ammette sbagli. A farne le spese i parlamentari con tre legislature (o più) sulle spalle che potranno costituire al massimo il 10% degli eletti. I big a rischio sono tanti: da De Mita a Visco, da Violente a Mattarella.

Nella Cdl si litiga già come ai bei tempi andati. Fini vuole sbarazzarsi dei partitini di destra (Mussolini e Storace), Giovanardi abbandona l’Udc e passa armi e bagagli con il Cavaliere. Berlusconi intanto non ha ancora deciso che fare del Pdl (e della Brambilla): una lista a parte? Un richiamo nel simbolo di Forza Italia? Mistero. Intanto lady Mastella annuncia che potrebbe candidarsi con Berlusconi. Dai domiciliari al Parlamento: il passaggio è stretto ma la strada è ben battuta.

Il terzo incomodo è la Rosa Bianca. Sono i nuovi democristiani nati dall’asse Pezzotta-Baccini-Tabacci. Andranno alle elezioni da soli e vorrebbero essere il terzo Polo del Parlamento. D’Alema ci spera e già sogna un’alleanza: è la (vecchia) formula sinistra+moderati di centro, quella che Baffino persegue da 15 anni a questa parte. Beppe Grillo invece fa sapere che non si candiderà: “Spazio ai giovani”, dice lui.

E poi c’è Il Giornale berlusconiano che ipotizza un’alleanza Pd-Forza Italia. Nulla di più lontano dalla realtà. Il Pd è taglia corto: “Non esiste”. Il Cav. liquida invece l’indiscrezione con uno vocabolo equivoco: “E’ solo utopia”. Interessante lapsus: Berlusconi in realtà intendeva dire “fantasia” o qualcosa di simile.


Pizzeria La Rosa Bianca

31 gennaio 2008

tabacci.jpg

Moriremo democristiani. L’incubo della balena bianca è tornato. Merito della scissione di due (ex) Udc: Mario Baccini e Bruno Tabacci. Gemelli diversi, c’è già chi parla di “Tabaccini”. Il primo è un politico da piazza, vicino a Ruini, firmatario del Manifesto di Pezzotta. L’altro è l’incarnazione dell’operosa Dc lombarda.

Baccini è stato l’unico a sfilarsi dal documento di fedeltà alla linea Casini-Cesa delle “elezioni subito”. Il lombardo Tabacci (aria da professore, già presidente della regione, ottimi rapporti con gli industriali e i volenterosi dei due schieramenti: da Tremonti a Bersani), gli è poi andato dietro. Poca cosa dal punto di vista numerico (un deputato e un senatore), molto da quello politico: il 18 per cento dell’Udc è in mano loro. I due ci credono: “Serve una iniziativa nuova al centro. Potrà essere una Rosa Bianca, un fiore offerto alla speranza degli italiani”.

Il giudizio di Casini è piccato: “Inutile, non vale neanche la pena di parlarne”. La prima (e unica) adesione, per ora, è quella di Savino Pezzotta, ex sindacalista e organizzatore del Family-day. Hanno risposto “picche” il presidente di Confindustria Montezemolo e l’ex commissario Ue Monti. Il Pd già strizza l’occhio al nuovo movimento politico. E lo fa con le parole di Follini: “Una scelta che merita comprensione”. E poi c’è Di Pietro. Tonino gioca su più tavoli: tiene buoni rapporti col Pd e flirta con i post-dc.

Intanto Napolitano ha incaricato Marini di formare un governo per fare la legge elettorale. Il presidente del Senato avrebbe posto come condizione il via libera da parte di Berlusconi: “O convinco il Cavaliere o rinuncio all’impresa. Non farò la caccia al senatore”. Il Cavaliere non ci pensa nemmeno. An e Casini sono con lui. Insomma, serve un miracolo. La Lega, pacatamente, ha gridato al golpe e ha annunciato l’Aventino padano: “Se nasce un governo ritiriamo i nostri parlamentari”.


Waiting for the miracle

30 gennaio 2008

marini.jpg

La crisi si avvita, le elezioni sono sempre più vicine. Le consultazioni sono terminate. L’Udc sta con Berlusconi. Chi contava su Casini per far nascere il nuovo governo è deluso. Tra i centristi Tabacci e Baccini sono insofferenti alla disciplina del partito ma non se la sentono di passare il guado da soli.

Perde quota l’ipotesi di un mandato pieno per formare un governo di altissimo profilo zeppo di personalità super partes. Napolitano opterà per una soluzione più sobria, quella di un “esploratore” (attenzione: il termine va spogliato di ogni connotazione romantica) che proverà a capire se è possibile un’intesa almeno sulla legge elettorale. Il nome? Sempre lo stesso: Franco Marini. Ma – allo stato attuale – il presidente del Senato non incontrerà le condizione per formare un nuovo governo. Comunque vada, si torna alle urne prima dell’estate (13 aprile?).

La pietra tombale sulla crisi l’ha messa Casini: “Niente governicchi né pasticci, è inutile perdere tempo, meglio le elezioni anticipate”. Oggi il leader dell’Udc incontrerà Berlusconi. Il Cavaliere potrebbe ammazzare per lui il famoso “vitello grasso”. Silvio ha già pronta l’offerta irrifiutabile per l’amico ritrovato: ministero degli Esteri. Veltroni pare ormai rassegnato. L’uncico che resiste sulla linea del Piave è D’Alema: le elezioni a primavera regalerebbero a Walter la possibilità di scegliere tutti i candidati del Pd. E a quel punto addio baffino.

Marini ci proverà lo stesso. Quante possibiltà di successo ha? Praticamente zero. I poteri forti sono con lui: Ue, vescovi, Confindustria e Confcommercio hanno ribadito la necessità di una nuova legge elettorale prima di andare al voto. Ma non basta. Berlusconi è irremovibile. Casini da solo non si muove. Mastella non sembra disposto a tornare indietro. Dini forse sì, ma non basta. A quel punto la parola tornerebbe a Napolitano e l’unica via d’uscita sarebbero le elezioni a primavera. E poi tre anni di Silvio, due di Fini (l’accordo per la staffetta c’è già) e nel 2013 il Cavaliere pronto per la presidenza della Repubblica.

********************************************
SPECIALE CRISI: le “quote” di Pornopolitica:
Elezioni (80%) (favorevoli: Forza Italia, An, Lega, La Destra, Udeur)
Governo per le riforme (20%) (favorevoli: Pd, Rifondazione, Udc, Pdci, Verdi, Italia dei Valori, Radicali, Liberaldemocratici) – (papabile: Marini)
********************************************