Palla al centro

17 febbraio 2008

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Pier rompe gli indugi e varca il Rubicone. Casini il bello – dopo 14 anni di odi et amo con Silvio – dice addio al Caimano. Non è ancora il salto della quaglia tra le braccia di Veltroni, ma i boatos di Palazzo dicono che è solo una questione di tempo. Per la precisione 56 giorni. Perchè nella grande sbornia bipolarista, il gruzzolo di voti che raccimoleranno centristi potrebbe diventare decisivo per la formazione di un nuovo governo.

Pier si posiziona al centro e spariglia il tavolo. E adesso si scopre che Silvio non ha più l’oro in bocca. Il trend evidenziato dai sondaggi premia Veltroni: al loft del Pd parlano di due punti percentuali in più in dieci giorni di campagna elettorale. Ermete Realacci ci crede: “Possiamo vinere le elezioni”. Il responsabile della comunicazione del Pd, urla nel telefono per dirci che “Berlusconi rappresenta la vecchia politica”, per poi rassicurare che “Walter manterrà toni pacati, parlerà a tutti gli italiani e affronterà i temi che stanno più a cuore ai cittadini”. Solo quando gli chiediamo che fine farà il conflitto d’interessi Realacci tentenna: “La legge la faremo. Ma non è una priorità”.

Da Fiuggi al Ppe, il miracolo è compiuto. A destra Fini incassa il via libera unanime della direzione del partito alla decisione di imbarcarsi nella nuova creatura berlusconiana. Alleanza nazionale “archivia” simbolo e partito in nome di un rafforzamento del bipolarismo. I colonnelli si schierano al fianco del capo che non teme il ridicolo quando afferma che “i valori di Fiuggi sono esattamente quelli del Ppe”. Il dado è tratto. Fini invita anche a non “impiccarsi” nelle discussioni “poco dignitose” sui simboli e sui nomi. Perfino Mirko Tremaglia, l’ex ragazzaccio di Salò, appone il suo sigillo sull’operazione Pdl. Forse avrà pensato che i valori della X Mas sono esattamente quelli del Ppe.

Un animale politico si aggira per l’Italia. Veltroni pare indemoniato. I suoi fedelissimi sostengono di non averlo mai visto così in palla. I colpi di teatro si moltiplicano, l’ex sindaco di Roma ne inventa uno al giorno. Che poi diventano prime pagine di quotidiani, titoli di apertura dei tg e avversari costretti a inseguire. L’altro ieri la decisione di candidarsi in tre circoscrizioni, ma solo come numero: al numero uno Veltroni metterà dei giovani. Poi Matteo Colaninno e il sopravvissuto della Thyssen nelle liste del Pd. Oggi la partenza in un pullman ecologico per 12 mila 650 chilometri di giro d’Italia. E se perfino D’Alema dice che “la rimonta è possibile”…
g.m.


Nel sole nel vento nel sorriso nel pianto

11 febbraio 2008

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E così Pier ci pensa sul serio, a lasciare l’ex Cdl. Il listone ha poco appeal, la presenza di Berlusconi è ingombrante, un macigno. Pare che stanotte il leader dell’Udc abbia dormito poco e male. Al risveglio, Paolo Bonaiuti l’ha rassicurato. «Spero si riesca a trovare una soluzione in grado di accontentare tutti». Quale? La svolta di An è difficilmente praticabile. La casella bianca al centro fra i due superpartiti è stata occupata dalla Rosa bianca, con cui l’alleanza è impossibile per motivi più personali che politici. Gianfranco Fini è stato chiaro: «Sarebbe davvero grave se gli amici dell’Udc non comprendessero l’importanza di ciò che sta accadendo e non contribuissero a rendere il Popolo della libertà più forte e credibile nei valori e nella sua capacità di governo».

“Se vuoi andare, addio”
I sondaggi danno il Pdl senza Pier al 37 per cento. Molto. Ma non abbastanza. Solo tre punti avanti al Pd, se decidesse di farsi affiancare da Di Pietro. Così Casini prende tempo. Sa che presentarsi da solo potrebbe essere un suicidio. Il quorum alla Camera è al 4 per cento. Fattibile, soprattutto se la Chiesa decidesse di sponsorizzarlo. Ma al Senato l’asticella è all’8, molto alta, irraggiungibile senza una mano lughissima. Marco Rizzo, numero due dei Comunisti Italiani, sente il pericolo: «Trovo inaccettabili i tentativi del Vaticano di influenzare in un senso o nell’altro la politica italiana. Peraltro buona parte delle gerarchie ecclesiastiche si ostina al sogno di un partito dei cattolici. Ma tra la Balena Bianca di Andreotti, De Gasperi, Forlani e l’Udc di Cuffaro, Cesa, Mele e Casini c’è un abisso. Meglio sarebbe una dichiarazione di equidistanza». Dichiarazione che, ufficialmente, è già arrivata. Ma la Chiesa è molto meno compatta di quanto appaia. E flirtare con l’ala meno istituzionale, per Casini, non dovrebbe essere un problema.

The good son
Certo, la prospettiva è cambiata. Col voto anticipato è svanito il sogno bianco di un sistema elettorale alla tedesca. E’ scomparsa l’ipotesi del dialogo con l’area teodem del Pd, rilanciata da Fassino stamattina- «Il modo con cui è stata trattata l’Udc dice che Berluconi e Fini non le riconoscono la dignità che si deve a un alleato» ha spiegato il birmano in una intervista a “La Stampa”- ma poco gradita a Pier, che nel pomeriggio ha frenato sull’ipotesi solitaria: «Uniti, ma nel rispetto delle diversità». Poi, il silenzio. Il gelo, fra Pdl e Udc, è reale. La solitudine si paga in lacrime, cantava Battisti. Non sarà così. Pier, alla fine, non ne verserà neanche una. Probabilmente ingoierà il rospo, come altre volte, e si unirà al listone come vuole Ruini. D’altra parte, Gianni Baget Bozzo non ha lasciato spazio a dubbi: «La Conferenza episcopale italiana è intervenuta per riconoscere che il leader del Pdl è quello nei quali i cattolici possono riconoscersi, ma che ciò deve avvenire attraverso l’inserimento del simbolo Udc nello schieramento». Passerà ancora qualche notte agitata, Pier. Poi, confermerà le parole di Baccini, uno che lo conosce bene. Uno che lo conosce troppo: «Ritornerà all’ovile, contrariamente al mandato che aveva ricevuto dal congresso nazionale». Amen.
Il vicario


Pizzeria La Rosa Bianca

31 gennaio 2008

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Moriremo democristiani. L’incubo della balena bianca è tornato. Merito della scissione di due (ex) Udc: Mario Baccini e Bruno Tabacci. Gemelli diversi, c’è già chi parla di “Tabaccini”. Il primo è un politico da piazza, vicino a Ruini, firmatario del Manifesto di Pezzotta. L’altro è l’incarnazione dell’operosa Dc lombarda.

Baccini è stato l’unico a sfilarsi dal documento di fedeltà alla linea Casini-Cesa delle “elezioni subito”. Il lombardo Tabacci (aria da professore, già presidente della regione, ottimi rapporti con gli industriali e i volenterosi dei due schieramenti: da Tremonti a Bersani), gli è poi andato dietro. Poca cosa dal punto di vista numerico (un deputato e un senatore), molto da quello politico: il 18 per cento dell’Udc è in mano loro. I due ci credono: “Serve una iniziativa nuova al centro. Potrà essere una Rosa Bianca, un fiore offerto alla speranza degli italiani”.

Il giudizio di Casini è piccato: “Inutile, non vale neanche la pena di parlarne”. La prima (e unica) adesione, per ora, è quella di Savino Pezzotta, ex sindacalista e organizzatore del Family-day. Hanno risposto “picche” il presidente di Confindustria Montezemolo e l’ex commissario Ue Monti. Il Pd già strizza l’occhio al nuovo movimento politico. E lo fa con le parole di Follini: “Una scelta che merita comprensione”. E poi c’è Di Pietro. Tonino gioca su più tavoli: tiene buoni rapporti col Pd e flirta con i post-dc.

Intanto Napolitano ha incaricato Marini di formare un governo per fare la legge elettorale. Il presidente del Senato avrebbe posto come condizione il via libera da parte di Berlusconi: “O convinco il Cavaliere o rinuncio all’impresa. Non farò la caccia al senatore”. Il Cavaliere non ci pensa nemmeno. An e Casini sono con lui. Insomma, serve un miracolo. La Lega, pacatamente, ha gridato al golpe e ha annunciato l’Aventino padano: “Se nasce un governo ritiriamo i nostri parlamentari”.


Lo chiamavano Vasa Vasa

19 gennaio 2008

Segni della croce e lacrime di felicità nell’aula bunker di Palermo. Ma qualcosa non torna: Totò Cuffaro è stato appena condannato a cinque anni di reclusione per favoreggiamento semplice nel processo per le “talpe” alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Al presidente della Regione Siciliana è stata applicata anche la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici. Con lui sono stati condannati medici, professionisti e investigatori. Secondo i pm, uno scenario “desolante”.

E’ stato il processo alla “nuova mafia”, quella che non uccide ma che si infiltra tra i vertici delle istituzioni. Cuffaro parlava troppo. E lo faceva con le persone sbagliate. Il presidente della regione Sicilia è stato ritenuto colpevole di aver favorito la mafia rivelando al boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro che la Dia aveva piazzato delle spie nella sua abitazione. I giudici affermano che “la condotta di Cuffaro è una fotografia di rara nitidezza e di altrettanto rara concretezza di quel particolare fenomeno criminale che viene comunemente indicato come intreccio mafia-politica-affari-coperture istituzionali”. E’ stato il processo che ha fatto a pezzi la procura di Palermo: proprio per le polemiche su come mandare a processo il governatore e quali reati contestargli.

L’imprenditore della sanità privata Michele Aiello, definito un “prestanome” di Provenzano, è stato condannato a 14 anni per mafia, e l’ex maresciallo dei carabinieri del Ros Giorgio Riolo, l’esperto di tecnologia che la notte piazzava microspie e telecamere per catturare i latitanti e di giorno le rivelava ad Aiello, ha avuto 7 anni. Tra gli altri imputati ci sono il radiologo Aldo Carcione (4 anni e sei mesi), l’ex consigliere comunale di Bagheria dell’Udc Roberto Rotondo (un anno), il vicequestore di polizia Giacomo Venezia (tre anni), il medico Michele Giambruno (nove mesi) e vari funzionari della.

I reati contestati vanno dall’associazione mafiosa alla violazione del segreto istruttorio, al concorso in associazione mafiosa, alla corruzione, al favoreggiamento, abuso d’ufficio, truffa e falso ideologico. E Totò che fa? Appena letta la sentenza si fionda sui cronisti e col piglio del vincente dichiara: “Resto presidente della regione: non ho mai favorito la mafia. Quello che farò lo sapete già. Domani alle 8 sarò al mio tavolo da lavoro. Grazie a tutti i siciliani che mi hanno sostenuto”. Il dispaccio Ansa dellle 17,43 recita: “Colpevole senza aggravante”. Il diluvio dichiarazioni politiche di solidarietà non tarda ad arrivare.

Qualche ingenuo cronista intanto cercava di capire perché il paffuto vicerè di Sicilia dimostrasse tanta gioia di fronte a una pena certamente non lieve. Il Governatore non è stato condannato per aver favorito l’organizzazione Cosa Nostra ma alcuni esponenti di essa. La sentenza dimostra l’esistenza delle talpe e del favoreggiamento. E’ rimasto provato il favoreggiamento da parte del presidente della Regione di singoli mafiosi senza che tutto ciò fosse ritenuto sufficiente per supportare l’accusa di aver favorito Cosa Nostra nel suo complesso. Ma ormai la gracassa mediatica era già al lavoro: Totò è colpevole, sì. Ma non troppo.

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Fronte governo: per lunedì o martedì l’Uduer ha chiesto una mozione condivisa da tutta la maggioranza che approvi il discorso pronunciato da Mastella la scorsa settimana, quello in cui ha attaccato i magistrati “estremisti”. Di Pietro ha già fatto sapere che non lo sottoscriverà. L’incidente è nell’aria. Mercoledì c’è la mozione contro Pecoraro Scanio e si decide sulla “bozza Bianco” per la legge elettorale. Se qualcuno si vorrà sfilare la sfiducia al ministro dell’ambiente sarà un’occasione ghiotta. Silurato lui, infatti, si aprirebbe automaticamente la crisi.Berlusconi fiuta il sangue e da qualche giorno è tornato a dialogare con i centristi della maggioranza ed a parlare di elezioni. Intanto sotto il Vesuvio il Cavaliere si becca una richiesta di rinvo a giudizio, causa le cinque attrici raccomandate all’amico Saccà di RaiFiction. L’accusa è di corruzione. E Berlusconi giura vendetta: “Spero che si vada presto al voto per fare una riforma in profondità della magistratura…”. Su questo fronte Prodi tace. Deve pensare a come superare il dicktat dei mastelliani. Quel minaccioso “tutti con noi o sarà crisi”. E Mastella spiega divertito che “ora Romano dovrà ballare la rumba di Ceppaloni”.